“Bella”, basta la parola

Testo e foto di Luca Bartolommei

Ho scattato questa foto con il cellulare lo scorso 1° settembre, questione di qualche secondo e la luce era già cambiata, il Duomo non era più color oro. Sono riuscito a cogliere l’attimo. Ho scelto questa immagine per la mia pagina Facebook Palcoscenico Milano, dove posto foto, video e curiosità sul mio “vo in gir a cantà e sonà in de per mì tour” per le strade cittadine (https://www.facebook.com/Luca-Bartolommei-Palcoscenico-Milano-440509793146462)

Da qualche tempo mi esibisco per le strade di Milano con la mia chitarra cantando e suonando canzoni in milanese, seguendo un progetto che mia moglie ha chiamato Palcoscenico Milano, dove la città diventa una grande scena sulla quale presentare ai passanti personaggi, situazioni, ambienti e storie varie che ne raccontano anche vizi e virtù.

Suonare per strada è un’esperienza unica che mi sta dando emozioni e soddisfazioni sconosciute nonostante la mia lunga militanza a livello di impegno musicale.

Anche Milano, vista dal marciapiede, assume un aspetto completamente diverso, del tutto nuovo.

Sto per parlare di una canzone che abbiamo cantato tante volte, che abbiamo ascoltato tante volte e che personalmente ho riscoperto in tutta la sua grandezza appunto proponendola in strada.

Si tratta di O mia bèla Madônina, opera di Giovanni D’Anzi, vero e proprio inno di Milano.

Non potevo immaginare che questo brano mi avrebbe suscitato una serie di riflessioni e di emozioni come invece è successo, solo per il fatto che ciò che era nuovo, o anche solo diverso dal solito, era il contesto, quello che avevo intorno.

La prima ondata emotiva forte è arrivata una mattina in piazzetta Reale, quindi proprio sotto il Duomo, con uno di quei cieli azzurri che a Milano non sono proprio cosa di tutti i giorni e con quel bel freddo invernale, invece tutto meneghino. Dopo i primi brani, devo essermi girato un momento alzando gli occhi e allora ho colto il riflesso del sole sulla foglia d’oro che ricopre la statua della Vergine e quella piccola esplosione di luce mi fatto capire che era ora di cantare la sua canzone. E mi sono posto il problema di come cantarla.

Sei un bel cento metri più in basso ma è lì, la Madônina è lì che ti guarda, cosa vuoi fare con ‘sta canzone, abbaiarla come fossi in osteria? Cantarla stile opera con qualche vibrato da tenore sfiatato? Ridacchiare ammiccando col sorrisone tipo ecco-qui-il-vero-cantante-milanese, così la cinese di turno i cinque Euro li smolla? Non ricordo cosa (e se) ho pensato, fatto sta che ho girato lo sguardo in alto e mi sono lasciato andare (io, robb de matt) per porgere il mio omaggio godendomi lo spettacolo dell’oro, dell’azzurro, dell’indefinito colore del marmo, così col collo tirato ma con un volume non troppo alto, non è il caso di alzare la voce, rispetto! Brividone. La gente mi guardava e io la capisco…

Corso Vittorio Emanuele, dopo il tramonto, bancarelle di Natale, folla urlante frettolosa e disattenta, devo cantare a piena voce, ho un impianto poco potente, e la cosa non mi piace. Le canzoni di Giovanni D’Anzi non si urlano, maledizione. Certo, a volte il musicista sbaglia a prenotarsi la postazione, o quanto meno a scegliere l’orario… Ragiono, penso e suono, i bambini sono affascinati dalla mia chitarra, si fermano ad ascoltare con i loro genitori, penso e canto, poi seguo con lo sguardo il gregge che si muove verso la piazza e, di nuovo, ecco l’oro. Stavolta illuminata dai riflettori su un fondo scuro (ma qualche stella si vede) la statua dorata è lì nel cielo buio milanese, sempre a cento e più metri da me, ma io la sento vicina. E parto, astraendomi questa volta dalla strada vociante, con le note che ormai mi sono entrate in circolo e con il testo che mi fa sempre più pensare… ma Milan l’è un gran Milan e la canzone finisce senza che io mi sia ben reso conto di averla eseguita. Stavo guardando in alto.

Questo brano, a mio avviso, è stato poco rispettato, molto avventatamente criticato, ridicolizzato, svalutato. Il più delle volte eseguito in maniera indecente, mi ripeto, senza il rispetto dovutogli.

Non è una canzonetta campanilistica. Giovanni D’Anzi, autore del testo e della musica, queste cose le lasciava fare agli altri, è un omaggio alla città e a uno dei suoi simboli più amati dai milanesi, credenti o meno. Certo, anche l’ironia bisogna essere capaci di farla.

Penso a come l’autore descrive la Madônina e rimango sbalordito dalla semplicità e dalla forza essenziale di quel semplice aggettivo: bella. Si potrebbe usare qualunque superlativo, qualsiasi forma retorica, spropositare parole di ogni genere, visto il soggetto che può andare ben oltre la statua dell’Assunta… No! Bella. Bella come la città che ami, bella come la donna che ami, bella come non so bene chi o cosa ma, semplicemente, bella.

Mi ricordo una scritta a spray che vedevo tempo fa su una vecchia porta di legno di una casa in ristrutturazione in via Carmagnola, all’Isola, che recitava cosi: …allora fallo tu. Ecco.

Cambiando canzone, città e accento ma restando in tema, cosa dire quando Antonello Venditti ci canta “quanto sei bella Roma quanno piove”?

Io, a volte, non riesco a dire molto di più a mia moglie Paola, ma tanto basta.

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