«Noi, bambini d’anteguerra, ci sentivamo i padroni della strada»

di Alba Tiberto Beluffi*

La Milano Pop di Italian Code, con i tram che continuano a sferragliare nella città in trasformazione, è in mostra nella libreria Mondadori di piazza Duomo fino al 2 settembre (https://www.agi.it/blog-italia/punta-di-pennello/tram_milano_arte-4167120/post/2018-07-17/)

Della mia infanzia voglio ricordare la via dove abitavo in una villetta, Via Catalani, una strada profumata da un gigantesco glicine che si arrampicava con garbo e con eleganza ai cancelli di una villa. La Via Catalani è praticamente tagliata in due da Via Porpora, un’arteria dove allora passava il tram N. 3 che portava diritto sotto le guglie del Duomo nel suo lato più suggestivo, l’abside. All’angolo fra Via Catalani e via Porpora c’è un edificio di notevoli proporzioni, una grande villa, che quasi chiudeva la serie di villette piccole e aggraziate che rendevano particolarmente attraente il tratto di via Catalani dove abitavo. In questo edificio abitava la famiglia Omodeo con cui molto tempo dopo mi sarei imparentata. Gli Omodei nostri coetanei erano tre fratelli il maggiore dei quali portava il nome dello zio, Adolfo, stretto e stimatissimo collaboratore e allievo di Benedetto Croce, di cui ho appreso il pensiero e la filosofia nei tempi dell’Università.

La villa del glicine forse era quella dei Gallini che avevano un importante negozio di strumenti musicali nei pressi del Conservatorio. Il Sig. Natale Gallini era un famoso musicologo, che aveva nei pressi del Conservatorio un grande negozio di strumenti musicali, ma io allora non lo sapevo. Sentivo spesso, passando, suonare il piano su cui la figlia di Natale Gallini, Wally, allora adolescente, studiava. La musica e il profumo del glicine rendevano piacevole a quell’epoca transitare per via Catalani. Accanto alla nostra villetta, al numero 8, c’era la villetta dei Signori Boneschi a cui apparteneva l’unica macchina parcheggiata a quell’epoca nella via, una splendida Balilla che i passanti si fermavano con curiosità e con ammirazione ad osservare. Era la macchina del cav. Boneschi, carrozziere del re, sua maestà Vittorio Emanuele III.

Di faccia c’era la villa dove abitava la giovanissima Gabriella Pellini, alta, sottile, naturalmente seducente, destinata a diventare la signora Crespi (i Crespi allora erano i proprietari de “Il Corriere della sera”). La sua mamma, dall’aspetto un po’ provocante e di sinvolto, scambiava a volte qualche parola con la mia, ma di fatto la tipologia era diversa e la confidenza fra loro era molto relativa.

Di faccia al villone Omodeo c’era l’abitazione della famiglia Spada, una famiglia di operai, con due figli maschi: il primogenito si chiamava Sergio. Era alto, bello, bruno, con due occhi ardenti. Si era invaghito di mia sorella e al suo corteggiamento lei si adattava con una certa riserva. Il secondogenito si chiamava Lello: era piccolo, grassottello, per niente simile al fratello e corteggiava me che mi adattavo al suo corteggiamento con una certa riserva.

Accanto alla villa del glicine c’era la villa della famiglia Balicco, industriali della pasta, il cui figlio, alto, grosso e sgraziato, aveva nei confronti degli altri ragazzi della strada un atteggiamento provocatorio e gratuitamente prepotente. Noi cercavamo di stare alla larga da lui perché era anche manesco, ma un giorno, prendendomi per un braccio e facendomi roteare per aria, mi scaraventò a terra procurandomi una brutta ferita al ginocchio che mia madre a lungo curò.

Poiché non piangevo né mi lamentavo, fu allora che mi guadagnai la qualifica di “coraggiosa” che mi sono poi portata dietro per tutta la vita, dato che molti guai e molti interventi ho dovuto con rassegnazione sopportare nel lungo corso della mia esistenza.

Essendoci una sola macchina parcheggiata in strada e non essendoci allora ombra di traffico, tranne il passaggio inoffensivo del triciclo del gelataio o del “castagnaccia”, secondo la stagione, o del triciclo del “moleta”, ossia dell’arrotino che affilava i coltelli e le forbici su mola, una ruota stridente, noi, bambini e adolescenti d’anteguerra, ci sentivamo i padroni della strada. Sulla strada tranquilla e inoffensiva, oltretutto profumata dal glicine e ben asfaltata, giocavamo a nascondino, a guardie e ladri, a pallone, maschi e femmine insieme, senza problemi, oppure schettinavamo inseguendoci a perdifiato anche nei favolosi dopocena, quando magicamente si accendevano le luci della strada, mentre i padri giocavano a carte e le madri, sedute al fresco dei piccoli giardini, che sul retro davano ombra e frescura alle villette, conversavano tra loro da un giardinetto all’altro.

Sulla strada, seduti sul marciapiede, noi ragazzi parlavamo di libri, delle nostre letture, specialmente dei classici russi o dei primi romanzi americani che, grazie a Elio Vittorini, traduttore e importatore delle novità librarie d’oltreoceano, cominciavano ad arrivare dall’America. I romanzi americani furono la grande scoperta della nostra adolescenza. Ci scambiavamo libri ed opinioni sui romanzi di Fitzgerald, di Cronin, di Hemingway, di Lawrence, di Edgar Allan Poe, di Daniel De Foe, il cui Robinson Crusoe era, al tempo in cui noi eravamo ragazzi, il libro più letto al mondo dopo la Bibbia, ma discutevamo anche dei grandi misteri del mondo, di religione, di filosofia spicciola alla nostra portata, di progetti per il nostro futuro finché non scoccava l’ora canonica, di solito le 22, in cui dovevamo rientrare a casa. Non si doveva scantonare. All’indomani ci aspettava presto la scuola.

La politica non rientrava nei nostri discorsi anche se a scuola eravamo intruppati nei balilla o nelle piccole italiane, negli avanguardisti o nelle giovani italiane e perfino i più piccoli nei figli della lupa, denominazione che offese mia madre la quale fra le pareti domestiche protestava: «Che, figlio della lupa? È figlio mio», quando dovette acquistare la divisa del più piccolo di casa, mio fratello Pierluigi.

Nel nostro piccolo giardino c’era una vasca circolare protetta da finti scogli tutt’intorno. Qui si rifugiavano le rane che riuscivano a salvarsi dalla mannaia della signora Boneschi, la quale amava fare il milanesissimo risotto con le rane, tagliando con le forbici la testa delle piccole vittime. Certe con un salto si mettevano in salvo e venivano accolte da noi nella nostra vasca con grande comprensione e tenerezza per far loro superare lo stress. Le difendevamo anche dal nostro gatto tutto nero di nome Moretto a cui le rane piacevano anche senza il risotto.

* Vi offro il primo capitolo del libro di Alba Tiberto Beluffi Nel tempo di una vita (maria pacini fazzi editore, 2018), una lettura che ha aggiunto nuove atmosfere alle mie curiosità su Milano. E, soprattutto, mi ha aiutato a conoscere un po’ di più due persone care che ammiro: la scultrice Vera Tiberto Omodeo Salè, sorella dell’autrice, e suo marito, l’industriale Adolfo Omodeo Salè, insieme ai quali ho letto ad alta voce queste pagine. Confermano, tutto vero. Con una eccezione: “il villone” citato era in realtà “una villetta”. (Paola Ciccioli)

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