“Tre manifesti” e una luce alla fine del mondo

di Maria Elena Sini

L’attrice Frances McDormand in una scena del film “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” di Martin McDonagh è candidato all’Oscar: lo ha recensito per noi con la consueta passione Maria Elena Sini (https://movieplayer.it/articoli/tre-manifesti-a-ebbing-missouri-perche-e-il-film-dellanno_18470/)

Tre manifesti a Ebbing, Missouri è un film che merita i premi che ha già vinto (miglior sceneggiatura alla Mostra del cinema di Venezia e quattro Golden Globes) e quelli ai quali per il momento è solo candidato. Racconta la storia di una madre forte e fuori dalle regole, Mildred Hayes, che, decisa a trovare l’assassino della figlia stuprata e poi bruciata, utilizza i suoi risparmi per commissionare tre manifesti con tre messaggi precisi diretti allo sceriffo Willoughby.

I tre manifesti, affissi su tre grandi tabelloni all’ingresso della cittadina provocheranno una serie di reazioni che metteranno in luce i lati migliori e quelli peggiori degli abitanti di Ebbing. Le storie che si intrecciano tra i vari personaggi rivelano come nel ventre profondo degli Usa il pregiudizio razziale e l’omofobia non siano mai stati superati, il massimo che ci si può aspettare è un’operazione di facciata tanto che, in una delle battute più fulminanti del film, Mildred, che cerca di sollecitare le indagini sull’omicidio della figlia, dice: «Mia figlia Angela è stata ammazzata sette mesi fa. La polizia è troppo impegnata a torturare la gente di colore per risolvere un crimine vero».

Il regista Martin McDonagh attraverso dialoghi brillanti e il racconto di un dramma venato di umorismo sarcastico riesce a trovare l’anima dell’America, costruisce un film politico senza dichiararlo esplicitamente. In modo non banale il regista mostra come spesso i peggiori pregiudizi coabitano con sentimenti molto più elevati e condivisibili. Tutti i suoi personaggi contengono grandezza e miseria, compiono atti insensati e gentili, oscillano tra odio e amicizia, fanno una cosa orrenda e subito dopo una cosa commovente.

Ciò che colpisce infatti in questo dolente racconto della rabbia è proprio la costruzione dei personaggi: Mildred, una magnifica Frances McDormand, meriterebbe la nostra empatia, ma la sua durezza, i suoi atti discutibili, la mancanza di un sorriso per tutta la durata del film allontanano la compassione dello spettatore. Sembra quasi che lei, nella sua lotta solitaria non abbia bisogno di nessuno, pare che cerchi una sorta di espiazione, forse perché si sente in parte responsabile della morte della figlia dato che la sera dell’omicidio rifiutò di prestarle l’auto e la costrinse così ad andare in città a piedi, da sola. Eppure il personaggio di questa donna non è tagliato con l’accetta, non è privo di chiaroscuri e scena dopo scena mostrerà la sua evoluzione portando alla luce gesti teneri e gentili.

Lo sceriffo Willoughby, stimato e rispettato dal paese, ma che all’inizio appare distratto e poco interessato a trovare il colpevole dell’omicidio, quando scopre di essere malato in fase terminale esce di scena con grande dignità, mostrando il suo amore profondo di marito e di padre e attraverso tre lettere indirizzate alla moglie, a Mildred e al vicesceriffo Dixon innescherà una spirale positiva.

Il vicesceriffo Dixon che appare ottuso e razzista per quasi tutta la durata del film, vive un dramma che ad un certo punto lo porta a cercare un senso alla sua vita e, convinto di aver trovato in Idaho l’assassino di Angela, offre il suo aiuto a Mildred per andare dallo stupratore, farsi vendetta da sola e tentare di lenire il dolore per la scomparsa della figlia. Mildred accetta, e il giorno dopo i due partono assieme. Sulla strada, Dixon chiede alla donna se sia proprio sicura di voler uccidere l’uomo, e questa gli risponde di no: decideranno nel corso del viaggio.

Quindi anche il momento del viaggio finale è indenne da buonismi zuccherosi, il cinema di McDonagh rimane ruvido e cinico fino alla fine anche se lascia intravedere una luce alla fine del mondo. È vero che quella che viene presentata è una realtà sporca e cattiva, dove il male accade senza motivo, o per abitudine, o per pigrizia, o per vendetta, ma nella quale la speranza non è ancora andata perduta. Mildred e Dixon nel loro viaggio non inseguono isole felici ma un nuovo equilibrio morale ancora possibile.

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2 thoughts on ““Tre manifesti” e una luce alla fine del mondo

  1. La vita non è altro che ….. un racconto narrato da un idiota, pieno di strepito e di furore e senza alcun significato (Macbeth). Questo ho pensato per buona parte del film (anche con i Coen mi succede), poi, di fronte al male irreparabile, ciascuno a suo modo, si tira indietro. E torniamo a sperare…..Giusi

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  2. Per fortuna i personaggi del film custodiscono dentro di loro una piccola parte di amore, una luce che non si è spenta e voglio sperare che accada anche nelle vite reali di chi commette atti di violenza, e che da lì possano ripartire.

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