Affascinanti, illuminate, coraggiose: per prime hanno intuito che salvare significa comprendere

di Maria Elena Sini

Una nostra elaborazione della copertina di “Donne dell’anima. Le pioniere della psicoanalisi” di Isabelle Mons (Viella, 2017), traduzione a cura di Monica Miniati. Segnalato all’Associazione Donne della realtà, il libro è stato affidato da Paola Ciccioli a Maria Elena Sini che lo ha letto per noi, guidandoci con generosa curiosità nelle vite di 14 illuminate figure femminili (https://www.viella.it/libro/9788867286522)

Così come molte altre discipline scientifiche, la psicoanalisi è stata spesso percepita come qualcosa che riguarda solo gli uomini, ma il libro di Isabelle Mons “Donne dell’anima” ci dimostra che invece, sin dall’inizio, il ruolo delle donne in questa branca della medicina è stato fondamentale. Nel XX secolo, momento di grandi fermenti, quando molte donne rivendicano un impegno totale e attivo nelle associazioni femministe, le protagoniste di questo libro approfondiscono i temi che riguardano la sessualità, l’infanzia, l’inconscio, rivelando una capacità di indagine unica sulle cose dell’anima e fanno emergere una figura femminile moderna, finalmente capace di un pensiero indipendente e autonomo. È un’affermazione individuale che passa più per un saper essere che per un saper fare, dato che la loro stessa vita è un manifesto dei cambiamenti in atto.

Tra queste, che nel libro vengono definite “le pioniere della psicoanalisi”, alcune sono più note, altre meno: per quello che mi riguarda personalmente, nel mio percorso di studio avevo incontrato Anna Freud e Melanie Klein e avevo conosciuto Lou Andreas Salomé e Sabina Spielrein attraverso dei film. La storia della famosa piccola comune intellettuale tra Friedrich Nietzsche, Paul Rée e la stessa Lou Salomé che crearono una sorta di “trinità”, viene raccontata nel film Al di là del bene e del male, diretto nel 1977 da Liliana Cavani. Mentre nel film A Dangerous Method diretto da David Cronenberg nel 2011 si racconta la storia della giovane Sabina Spielrein che, sofferente di una grave forma di isteria, fu ricoverata nell’ospedale psichiatrico di Burghölzli, nei pressi di Zurigo, dove all’epoca lavorava Carl Gustav Jung, che la curò e con il quale intrattenne una difficile relazione.

Nonostante i cambiamenti in atto, l’epoca in cui queste donne vivono, a cavallo tra il XIX e il XX secolo, non è un periodo facile, è ancora un periodo misogino e violento ma la forza dirompente delle loro idee, la loro volontà di indipendenza, la loro unica capacità di indagine riescono ad abbattere i muri costruiti da una società rigida che non accettava la loro libertà di donne né le loro aspirazioni intellettuali e faranno in modo che la storia di questo ambito del pensiero sia segnata da un’impronta femminile.

Isabelle Mons suddivide i quattordici ritratti di queste donne eccezionali che hanno aperto la strada ad una riflessione sull’anima tutta al femminile, in 5 capitoli: Le Egerie Russe, Le Combattenti, All’ombra del maestro, Le voci dell’infanzia, Le conquistatrici.

Lou Andreas Salomé, Sabina Spielrein e Tatiana Rosenthal, alle quali è dedicato il primo capitolo, tutte provenienti dalla Russia, ma cosmopolite per scelta – dato che agiscono a Berlino, Monaco, Parigi, Zurigo, Vienna – hanno svolto un ruolo di ispiratrici, di consigliere preziose, entrando in contatto con le menti più brillanti della loro epoca.

«Andando indietro nel ricordo mi sembra che la mia vita abbia atteso l’avvento della psicoanalisi fin da quando fui uscita dall’infanzia». Lou Andreas-Salomé, nella foto con Sigmund Freud, la prima delle quattordici “pioniere della psicoanalisi” raccontate da Isabelle Mons (dalla pagina Facebook di Viella Libreria Editrice)

Lou Salomé attraversò il secolo rappresentando un modello femminile inconcepibile e sovversivo, capace di sedurre l’uditorio con le sue idee all’avanguardia e di tenere testa a uomini del calibro di Nietzche, Rilke, Tolstoj, Zweig, Wagner, Klimt, Schnitzler. Era dotata di una intelligenza notevole e riusciva a penetrare profondamente nell’anima di chi si accompagnava a lei. Nel momento in cui riconosce nella filosofia di Nietzsche una sorta di autobiografia, di autoritratto, mette in risalto l’aspetto rivoluzionario della stessa opera, che diventa anche la prima vera autoanalisi in grande stile che non si limita al solo racconto dei fatti della propria vita, ma ne anatomizza ogni particolare, scoprendo meccanismi psichici fino ad allora nemmeno ipotizzati. E tutto questo Lou Salomé poté scoprirlo solo perché anche lei aveva scavato nella propria psiche. Così, proprio grazie alle sue esperienze, quando Lou nel 1912 si avvicina alla psicoanalisi freudiana è pronta per la comprensione di essa più di quanto lo fossero tanti discepoli avanzati di Freud.

Nel libro Il mio ringraziamento a Freud esprime profonda stima e affetto verso il padre della psicoanalisi che dovette combattere battaglie decennali contro il bigottismo e contro una chiesa che ostacolava la circolazione del libero pensiero, offrendo tutto il suo appoggio a supporto della nascente disciplina. Ma quest’opera è anche l’ennesima affermazione di indipendenza di una donna che, pur sostenendo le tesi freudiane, poco per volta arriva a compierne una riformulazione concettuale necessaria alla modernità del XX secolo. Il carisma di Lou Salomé era sicuramente fondato sull’originalità del suo pensiero ma anche sulla sua innegabile bellezza, un fascino però accresciuto dalla consapevolezza – come ci spiega Isabelle Mons – quando parla del viaggio che Lou fece in Russia nel 1900 in compagnia del marito e del poeta Rilke: «Di questi giorni felici resta una fotografia che li ritrae a casa del poeta contadino Spiridon Drozin, in cui Lou Andreas Salomé risplende nella piena consapevolezza della sua libertà. Il lungo e ampio abito lascia indovinare un corpo restio ad indossare quel busto che ha abbandonato giovanissima. Un sorriso appena accennato rivela la soddisfazione di un destino realizzato, il destino di una donna desiderosa di intraprendere un percorso di rinascita personale….».

Sia Sabina Spielrein che Tatiana Rosenthal sono state prima pazienti e poi professioniste. Sabina, arrivò come paziente alla clinica diretta da Jung e, con la sua ampia intelligenza, catturò tutto l’interesse del giovane medico lasciando un segno profondo nella sua vita. Dalla primordiale confusione dei sentimenti che si svilupparono fra psicoanalista e paziente, ma anche tra un uomo e una donna reciprocamente attratti, si sarebbe successivamente sviluppato il concetto di “controtransfert”. Il rapporto medico e personale con Jung suscitò nella Spielrein un interesse così forte per la psicoanalisi che la portò ad iscriversi alla Facoltà di Medicina dell’Università di Zurigo e a laurearsi nel 1911, con la tesi Sul contenuto psicologico di un caso di Dementia praecox. Pertanto, nonostante Sabina spesso venga ricordata solo come l’amante di Jung, fu capace di un pensiero autonomo e a lei si deve l’introduzione del concetto di istinto di distruzione che molti anni più avanti sarebbe stato ripreso da Freud per elaborare il concetto di pulsione di morte.

Tatiana Rosenthal, in passato paziente di Jung, incontrò Freud quando si trasferì a Vienna e iniziò a partecipare alle riunioni della Società Psicoanalitica. Nel 1911 diventò membro della Società Psicoanalitica di Vienna e della Società Psicoanalitica di Berlino. Fu una donna dotata di una straordinaria acutezza di pensiero e di una energia prodigiosa. Prima di Freud intuì il rapporto tra la creazione letteraria e la storia inconscia dell’autore che precede l’atto dello scrivere: la scrittura affonda le sue radici nell’inconscio e l’ispirazione si divide tra sofferenza e rimozione. In un suo saggio affermò che la sofferenza psichica di Dostoevskij era l’emblema della sua opera romanzesca senza la quale la sua produzione letteraria non sarebbe esistita. A soli trentasei anni si uccise per mostrare il suo disaccordo con una società che non perorava la causa della giustizia per tutti e non fu trattenuta dal compiere questo gesto estremo neanche dalla presenza di un figlio piccolo.

Il secondo capitolo dedicato alle Combattenti si apre con la figura di Emma Eckstein. A 27 anni si recò da Freud in cerca di un trattamento per alcuni sintomi, tra cui depressione, dolori addominali e dismenorrea. Freud, fresco degli studi condotti con Charcot sull’isteria, diagnosticò alla Eckestein questa tipica “nevrosi femminile” dovuta, secondo lui, ad un eccessivo autoerotismo. Propose come soluzione un intervento chirurgico che aveva dato risultati positivi sulla depressione di alcuni pazienti. Purtroppo l’intervento fu un disastro e la Eckstein rimase sfigurata. La terapia psicoanalitica effettuata con Emma consentì a Freud di mettere a fuoco quegli eventi che scatenano il meccanismo del risveglio di un trauma rimosso.

Nel 1897 Emma Eckstein diventò la prima donna psicoanalista. Paziente, sostenitrice e analista seguì le orme di Freud tanto che alcune femministe degli anni ’70 sostennero che la sua parola era soggetta al dominio patriarcale. Oggi, un’analisi più attenta dei suoi scritti, rivela una sua sorprendente riflessione sulla figura della madre e sulla sua responsabilità nei confronti dei figli. In un suo articolo prese una netta posizione sulla condizione delle giovani domestiche, sedotte e abbandonate dai loro datori di lavoro, consacrandosi come un’autrice dalla penna tagliente contro la dominazione maschile. Si offre un posto tra le pioniere che posarono il loro sguardo nuovo sul mondo anche a Margarethe Hilferding che, figlia di un “medico sociale” e di una donna emancipata, vicina alle femministe austriache, non fu osteggiata nella sua volontà di diventare medico. Nel 1910 fu la prima donna eletta membro del ristretto circolo della Società Psicoanalitica di Vienna con dodici voti a favore e due contro, ma successivamente Margarethe si schierò a favore di Adler, uno dei grandi dissidenti del freudismo, per cui quando fu votata l’esclusione dei dissidenti, la Hilferding lasciò il posto nella Società psicoanalitica a Sabina Spielrein. Al suo nome sono legate proposte di straordinaria modernità, battaglie che hanno precorso i tempi come il controllo delle nascite e misure per la legalizzazione dell’aborto per consentire alle donne di vivere consapevolmente la maternità senza essere obbligate alla sola funzione materna.

Un’altra nostra eleborazione grafica della copertina del libro di Isabelle Mons. L’autrice, informa l’ufficio stampa di Viella, «si occupa di scrittura femminile e dei rapporti tra letteratura e arte. Tra le sue pubblicazioni, una biografia di Lou Andreas-Salomé pubblicata da Perrin nel 2012»

E fondamentali sono le donne cresciute All’ombra del maestro, siano esse la moglie, come Emma Jung, o la figlia, come Anna Freud. Ambedue hanno dimostrato che pur occupandosi rispettivamente della diffusione del pensiero di Jung nel mondo e della tutela del pensiero di Freud nel tempo, sono state capaci di una produzione originale che ha lasciato il segno. Emma fu la collaboratrice di Carl Gustav Jung nella scoperta dell’inconscio collettivo. Effettuò ricerche di materiale per le principali opere del marito ma concentrò il proprio interesse sul test di associazione verbale, che consiste nel sottoporre al paziente una lista di parole cui associare un’idea. Mentre il marito intrattenne numerose relazioni fuori dal matrimonio, Emma restò custode della famiglia ma senza rinunciare al suo impegno scientifico.

Un lungo lavoro su se stessa la portò a tollerare un modello familiare che le fu imposto ma che non condivideva e progressivamente cominciò a dedicare maggior tempo al lavoro prendendo in carico dei pazienti e perseguendo un suo progetto personale, quello di scrivere sulla leggenda del Graal, cercando in questo tema la risposta a un percorso che affonda le radici nel mito e nella storia delle religioni. Isabelle Mons sottolinea ancora una volta la commistione tra la vita personale e quella accademica delle pioniere della psicoanalisi concludendo il capitolo dedicato ad Emma Jung con queste parole: «Se la vita per un certo periodo l’ha allontanata dal marito, il sapere l’ha riavvicinata a lui: la simbologia dei miti è stata il filo di Arianna che hanno seguito uno accanto all’altra».

Anna Freud è la figlia minore del padre della psicoanalisi, destinata a divenire psicoanalista lei stessa. Padre e figlia sono stati affettivamente e professionalmente strettamente legati e insieme si sono strenuamente battuti per il riconoscimento della psicoanalisi come scienza. Di questa donna pertanto occorre riconoscere il fondamentale sostegno alle ricerche del padre, ma anche la sua personale affermazione professionale. Anna Freud è infatti la caposcuola della applicazione della psicoanalisi ai bambini e la conseguente creazione della psicoanalisi infantile con l’autonomia e le differenze che comporta con la psicoanalisi dell’adulto: nella sua vita non ha avuto dei figli, ma simbolicamente è diventata la madre di tutti i bambini di cui si è presa cura. È quindi riuscita a costruire un suo percorso personale e indipendente nell’ambito della psicoanalisi senza però entrare in conflitto con il padre o con i colleghi e le colleghe psicoanaliste. Anna conobbe Lou Salomé quando aveva quasi 18 anni e Marie Bonaparte quando aveva quasi trenta anni ed insieme a queste due donne creò una rete a difesa della psicoanalisi mai tradita da nessuna delle tre. Una bella e forte alleanza tra donne fondata sulla passione per la psicanalisi e sulla presenza nella loro vita del grande Sigmund.

Il capitolo intitolato Le voci dell’infanzia riunisce esponenti diverse che però hanno avuto al centro del loro interesse l’infanzia. La curiosità cresciuta intorno alla storia personale di Hermine von Hug-Hellmuth, strangolata dal nipote Rolf di appena 18 anni, ha forse un po’ offuscato la sua produzione scientifica. Hermine si fece carico del nipote, figlio illegittimo della sorella Antonia che morì quando il bambino aveva solo nove anni. La fine tragica del rapporto con il nipote suscitò la perplessità di alcuni critici dell’epoca i quali si chiesero come fosse possibile che una donna all’avanguardia nella psicoterapia infantile fallisse nel suo ruolo privato di madre vicaria. In realtà questo episodio, che forse è proprio il segno della passione per il proprio lavoro anche a rischio della propria vita, non deve far dimenticare che a Hermine von Hug-Hellmuth dobbiamo lo sviluppo della tecnica del gioco per accedere all’inconscio del bambino o geniali intuizioni quali: «… talvolta una grande severità, talvolta una tenerezza eccessiva, e quasi sempre un’educazione priva di logica sono le cause dei danni di cui soffrono sia i genitori che i figli. Prima dei figli sono i genitori che dovrebbero seguire una terapia analitica; forse meno bambini ne avrebbero necessità».

Un problema simile a quello presente nella vita di Hermine von Hug-Hellmuth, cioè il fallimento nelle relazioni personali con bambini e adolescenti, si trova anche nella biografia di Melanie Klein che morì nel 1960 senza essersi riconciliata con la figlia Melitta. Nel 1918 Melanie Klein ascoltò Freud mentre illustrava “le nuove vie della terapia psicoanalitica” e capì che il suo destino era quello di diventare psicoanalista. Senza alcun diploma ridefinì l’inconscio freudiano e sviluppò un pensiero inedito sul bambino legato come soggetto fin dalla nascita all’ “oggetto” materno. Forse la sua infanzia dolorosa e la difficoltà a trovare la chiave per amare i suoi figli spinsero questa donna verso la psicoanalisi infantile. Il campo è lo stesso in cui agì Anna Freud ma mentre questa riteneva che non si potesse operare il transfert perché le relazioni con i genitori per il bambino e la bambina sono storia attuale, per Melanie Klein la tecnica del gioco era in grado di sostituire le libere associazioni e di svelare il mondo fantasmatico infantile. Le due metodologie di analisi e le teorie sottostanti erano palesemente conflittuali. Tale conflitto determinò una frattura nell’ambito della giovane disciplina psicoanalitica: la Società Psicoanalitica tedesca si schierò nettamente con Anna Freud, ma le idee della Klein trovarono accoglienza presso la Società Psicoanalitica Inglese, e proprio a Londra la Klein sviluppò e consolidò il suo sistema psicodinamico, pubblicando Invidia e gratitudine, uno dei suoi testi più innovativi.

Le altre due donne dell’anima presentate in questa sezione sono legate fra loro in quanto Sophie Morgenstern, dimenticata dalla storia della psicoanalisi, è stata in realtà l’ispiratrice di Françoise Dolto, conosciuta in tutto il mondo. Anche la Morgenstern si concentrò sulla comprensione del bambino che può essere aiutato con nuovi strumenti terapeutici: la cura è basata sul disegno, talvolta sul gioco e sulla manipolazione, attività che favoriscono al meglio le libere associazioni. E fondamentale fu il suo approccio attento, accogliente, capace di valutare la disperazione del paziente con una naturalezza disarmante. Sophie Morgenstern non prendeva appunti, non prescriveva alcun trattamento, non faceva alcuna diagnosi, ma il bambino usciva dal suo studio trasformato, talvolta guarito, suscitando l’incredulità dei colleghi medici. Quando nel 1934 Françoise Dolto incontra questa donna più anziana di lei hanno rispettivamente ventisei e cinquantanove anni e sono unite da un unico desiderio: salvare il bambino dall’incomprensione di cui è vittima da parte degli adulti.

Dopo essersi scontrata con la madre che non voleva che frequentasse il liceo, Françoise studiò filosofia e passò l’esame finale. Nel 1930 prese il diploma da infermiera e un anno dopo cominciò gli studi di medicina con suo fratello Philippe. Nel 1932 incontrò lo psicanalista Laforgue e partecipò agli inizi del Freudismo francese, iniziando una psicanalisi con lui. Questa cura la liberò dalla sua nevrosi, dal peso della sua educazione, dal suo luogo di origine e da sua madre depressa facendo di lei un’altra donna. L’incontro con Sophie Morgenstern la spinse a trovare il modo per sopperire alle carenze parentali di ordine affettivo ed educativo che portano al deterioramento psichico e impediscono al bambino di costruirsi e di crescere. Nel 1938 incontrò Jacques Lacan, seguì le sue lezioni a Sainte Anne e restò in contatto con lui per tutto il resto della sua carriera spesso riprendendo, alla sua maniera, numerosi dei suoi concetti. Per anni in Francia si disse che Lacan e Dolto fossero una figura di coppia parentale per generazioni di psicanalisti francesi. Tra loro esisteva un’amicizia e una profonda stima e se ogni tanto Françoise Dolto diceva di non comprendere quello che Lacan scriveva, lui le rispondeva che non ne aveva bisogno perché lo applicava già nella pratica quotidiana. Negli anni ‘60 Françoise Dolto attirò l’attenzione su di sé con il discorso sulla sessualità femminile al convegno di Amsterdam, organizzato dalla Società Francese di Psicoanalisi, nel quale alle esigenze di un essere-donna cosciente della specificità del proprio sesso, si accompagna la rivendicazione del piacere della donna come oggetto d’amore.

L’ultimo capitolo è dedicato alle Conquistatrici e fra queste viene analizzata la figura di Eugénie Sokolnicka, polacca trasferita a Parigi, che dovette interrompere la terapia con Freud perché non era più in grado di pagare le sedute. Segnata da un destino tragico, nel 1934 si darà la morte aprendo il gas nel suo appartamento di Parigi dopo aver tentato il suicidio da bambina per poi riprovarci dopo la rottura con Freud che lei aveva vissuto come una figura paterna. L’intenzione suicida, presente in tutta la sua vita nonostante l’analisi, forse dipende dal fatto che aveva sempre cercato un suo spazio senza riuscire a trovarlo. Anche i colleghi e gli artisti come André Gide e Jacques Rivière, che frequentarono il suo appartamento, purtroppo non la riconobbero come la sacerdotessa di una parola nuova, non la presero sul serio sostenendo che discuteva di idee frettolosamente masticate perché la psicoanalisi era di moda. I suoi apporti originali alla psicoanalisi infantile, esemplificati nel caso del ragazzo di Minsk, non furono sufficienti per farla accettare dal mondo della medicina. Ritenuta una nevrotica a causa degli sbalzi d’umore e del carattere suscettibile, priva di entrature politiche, di un contesto familiare e di una posizione finanziaria che potessero aprirle le porte della buona società, venne progressivamente esclusa e vide ridursi gli spazi nella sua corrispondenza con Freud; eppure è proprio grazie a lei che il freudismo si diffuse a Parigi.

Marie Bonaparte, principessa e pronipote di Napoleone Bonaparte, era la persona giusta per prendere le redini dell’organizzazione francese della psicoanalisi e portarla a conquistarsi un posto di rilievo nell’Associazione internazionale di psicoanalisi. Anche lei fu una paziente di Freud ma successivamente fu anche una sua allieva nonché l’infaticabile traduttrice in francese delle opere del padre della psicoanalisi. La terapia si svolse in fasi successive dal 1925 al 1938, dando luogo a lunghe passeggiate a braccetto che in passato erano state esclusivo appannaggio di Lou Salomé. Marie dice di soffrire di frigidità e gli incontri con Freud cercano le ragioni che fanno da ostacolo al piacere utilizzando come materiali d’analisi i quaderni che Marie scrive sin da quando era bambina. Nel corso della sua terapia Freud le disse: «Conserverete sempre il conflitto fondamentale della vostra vita: il maschile e il femminile che sono in voi. Ma l’analisi può mettere da parte le manifestazioni patologiche e liberare le forze psichiche per un’opera utile. L’analisi chiarisce, insegna a controllare». Marie Bonaparte, membro dell’aristocrazia francese, conquistò il suo posto tra le pioniere della psicoanalisi mettendo il suo patrimonio al servizio delle cause che riteneva nobili, giuste e necessarie alla difesa dell’umanità. La diffusione e la tutela della psicoanalisi freudiana sono state la ragioni della sua esistenza e non è un caso che proprio a lei si deve l’organizzazione del trasferimento della famiglia Freud a Londra per sfuggire alle persecuzioni naziste.

Infine a Helene Deutsch, prima paziente e poi allieva diretta di Freud, si deve il concetto di personalità “come se” che cercava di descrivere un’affettività contraffatta che non era né nevrotica né psicotica. In realtà la sua intuizione mirava a sfumare i confini dogmatici fra patologia e “normalità” e tendeva alla comprensione di stati mentali transitori vicini a condizioni psicopatologiche, ma non esclusivamente identificabili con esse, preannunciando quel concetto di personalità borderline che fu introdotto successivamente. Ma il fulcro della sua attività fu lo studio approfondito degli aspetti psicoanalitici dell’identità femminile e della specificità dello sviluppo psicosessuale della donna, fornendo un inquadramento più articolato ed equilibrato di alcuni aspetti della psicologia classica freudiana, che operava marcate asimmetrie e per certi versi era più focalizzata sui processi di sviluppo psicosessuale maschile. Nella sua attività di analista di pazienti affette da disturbi nevrotici in un reparto psichiatrico femminile, Helene Deutsch ha avuto eccezionali possibilità di osservazioni cliniche sul comportamento di donne di ogni età, cultura, condizione. Pur parlando il linguaggio della psicoanalisi il suo approccio terapeutico è caratterizzato da una intensa partecipazione emotiva e dalla comprensione che precede, mentre l’interpretazione e la teoria seguono, senza costringere in rigidi schemi una materia umana così ricca di sfumature e di ombre.

Lo studio e il lavoro di ricerca di queste donne, spesso segnate da un destino tragico, è stato fondamentale per tutto il dibattito che si è sviluppato tra il XX e il XXI secolo sull’inconscio, sul desiderio, sull’amore, sulla maternità, sull’infanzia e sulla questione femminile. Nessuna battaglia attuale potrebbe esistere senza il coraggio di quelle pioniere che cambiarono il mondo accademico con il loro pensiero e la società con il loro modo di vivere fuori dalle convenzioni, sposando la loro storia esistenziale al loro contributo scientifico. Originali, indipendenti, visionarie, le pioniere dell’anima inventano un “loro” modo per entrare in contatto con chi soffre, e per quanto osteggiate e sfavorite da un’ideologia patriarcale, o forse proprio per questo, testardamente non abbandonano la loro strada e scelgono di stare dalla parte dei più deboli, dei malati, delle donne e dei bambini. Capiscono che queste componenti più deboli della società devono essere salvate dall’apparato patriarcale che le sacrifica al padre padrone. Salvare significa comprendere, e queste donne lo fanno, sviluppando un paradigma che partorisce teoria a partire dall’esperienza di vita utilizzando in positivo, nella terapia, quei comportamenti come la cura, la compassione, imposti alla donna per comodità dalla cultura maschilista. Oggi tutta la collettività, sia maschile che femminile, è loro debitrice per aver promosso un approccio diverso alla persona che soffre.

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