“Voglio vivere così”, con emozione

di Luca Bartolommei

“Voglio vivere così”: nello scatto di Andrea Cherchi i titoli di testa del film di Mario Mattoli del 1942 con il quale l’Associazione Donne della realtà, grazie alla collaborazione del Mic – Museo Interattivo del Cinema, ha celebrato il 15 novembre la forza gentile delle melodie del “Re” di Milano, Giovanni D’Anzi. Le sue 1.200 canzoni sono state vere e proprie amiche della generazione di donne che ha dovuto affrontare le prove della guerra. Sempre di Andrea Cherchi il video, in fondo al post, in cui Luca Bartolommei e Alessandro Sabina eseguono “La Gagarella del Biffi Scala”, il brano del 1941 intorno al quale l’Associazione ha realizzato il primo numero del suo Giornale: lo si può scaricare da Gumroad nella colonna qui a destra della Home page. Oppure si può richiedere l’edizione cartacea a donnedellarealta@gmail.com

Quelle che seguono sono le mie riflessioni a freddo, ma minga tropp, sulla serata dedicata al maestro Giovanni D’Anzi organizzata dall’Associazione Donne della realtà in collaborazione con la Fondazione Cineteca Italiana al Museo Interattivo del Cinema di Milano lo scorso 15 novembre.

Cronaca.

Dico subito che la vera protagonista della serata è stata l’emozione.

Arrivo presto per preparare al meglio (sì a volte anch’io sono uno preciso al limite del maniacale) la scena che vedrà prima Paola Ciccioli introdurre la serata, poi Alex Sabina per l’occasione al flauto, e il sottoscritto, suonare e cantare alcune canzoni composte dal “Re di Milano”. Leggìo, radiomicrofoni, aste, cavi, reggi-chitarra, accordatore, uff… c’è tutto, e tutto è sistemato minuziosamente con l’aiuto di Lorenzo, giovane e bravo proiezionista e tecnico del suono, insomma sembra un concerto qualsiasi, ma già sento che non sarà così. Infatti non c’è ancora stato il contrattempo che è di prammatica in ogni esibizione dal vivo che si rispetti. Ecco, l’hai chiamato? E allora ciapa su il contrattempo, che si materializza con l’impossibilità da parte di un apparecchio elettronico poco collaborativo (ma lì per lì non l’ho definito proprio così) di leggere un Dvd. Con Lorenzo risolviamo il problema, il video di Liliana Feldmann che canta La Gagarella del Biffi Scala, di questo parliamo, sarà regolarmente proiettato, come pure il film Voglio vivere così che è lì che aspetta il suo turno. Altro? Sì, proviamo i suoni e anche qui tutto va bene, quindi pronti a partire.

Arrivano i primi spettatori e la sala, calda in tutti i sensi, bella e accogliente (ma davvero non ci siete mai stati al Museo del Cinema? Male, vi perdete un posto straordinario) si popola di volti conosciuti e non, Paola veste in stile fifties ed è radiosa, bella ed emozionata, ma dissimula. Io sono al tavolo che fa da ricevimento, saluto chi arriva, consegno qualche copia del nuovo numero del giornale di Donne della realtà appena uscito, chiacchiero con una elegante signora con chignon che per poco non si divora sul posto una quintalata abbondante di uomo che ha fatto un paio di battute poco eleganti. «Lei è un misogino» dice decisa la sciora, lui scappa dentro a sedersi.

Nella foto di Pino Montisci il direttore della Fondazione Cineteca Italiana Matteo Pavesi introduce la serata insieme con Paola Ciccioli. I musicisti Luca Bartolommei, chitarra e voce, e Alessandro Sabina, flauto traverso, aspettano il la per iniziare il loro omaggio a Giovanni D’Anzi

Bene, si comincia con Paola che, ringraziando, presenta il direttore del Museo Matteo Pavesi, che come riceve il microfono dice che è lui a dover presentare Paola e continua parlando della serata, del film che verrà proiettato, della Fondazione Cineteca Italiana. Insomma un vero padrone di casa, partecipe e coinvolto.

Poi, mentre guardo il pubblico, mi accorgo che è calato uno strano silenzio, e sento una voce che comincia a raccontare il periodo delle canzoni di D’Anzi e del film di Mattoli. È una voce calda, emozionata ma ferma, pacata. Ci racconta di come si poteva vivere a quei tempi, c’era la guerra, di come le persone si incontravano in casa per condividere la musica che si diffondeva da quelle belle radio a valvole grandi come una valigia, ci si conosceva e si ballava. Parla di una coppia di giovani, ma sì chiamiamoli Gina e Mario, e della fatica che hanno fatto, loro come migliaia di coppie, a superare quegli anni per riuscire a guardare al futuro, alla felicità, magari a mettere su famiglia, una bella famiglia con un congruo numero di bambini. Sempre  avendo “il sole in fronte”, o almeno provandoci.

È la voce di mia moglie, ma faccio fatica a riconoscerla, così non l’avevo mai sentita. Un applauso scroscia e rompe il silenzio, polverizza quell’emozione che si era fatta spessa, si toccava.

La voce introduce il breve video girato l’estate scorsa a casa di Liliana Feldmann, qualcosa che è una vera rarità, nel quale la signora fa vedere a tutti cosa sia la classe. La prima artista che ha inciso La Gagarella del Biffi Scala accenna una strofa della canzone accompagnata da me (!) che suono una chitarra che ci ha dato su figlia Antonella. Ghe n’è minga, non ce n’è, come lo dice lei, pisquano non lo potrà mai dire nessuno, l’ho già scritto su Facebook ma lo ripeto, dà ancora due giri a tutti.

Poi musica, e qui succede un altro piccolo miracolo quando il pubblico comincia a cantare spontaneamente quasi tutto quello che noi eseguiamo. Ma l’amore no (melodia, testo e armonia perfetti, chapeau!) trascina i presenti in quel territorio pericoloso in cui ci commuove con un niente.

Quelle di Giovanni D’Anzi sono canzoni belle, ben scritte e “pulite”. Ironiche, sentimentali, forse ingenue, ma non te le dimentichi, le canti con gioia, con trasporto, con amore, anche sapendo che l’amore può, come le rose, durare solo “un giorno, un’ora, non più”. Quindi vegliamo e difendiamo il nostro amore!

Voglio vivere così, ecco il film in cui il cavallaro Stefano mette a frutto il dono di una voce straordinaria diventando un tenore famoso. Ferruccio Tagliavini canta a cavallo attraversando la campagna, felice e beato. Il film è delicato e alla fine fa scendere qualche lacrimuccia, come mi hanno confessato sia signore intenerite che fior di uomini imponenti con barba e baffi brizzolati.

Il gran finale è stato garantito da un Roberto Brivio (ve li ricordate I Gufi? Ecco, proprio lui!) in gran forma che con Grazia Maria Raimondi accanto ha dato prova, sì, di cosa voglia dire amare la musica, la canzone milanese e soprattutto il pubblico.

Le emozioni sono state davvero tante, di natura e intensità diverse, ma hanno attraversato ogni momento di una serata che ha colpito tutti i presenti.

Smontando l’attrezzatura, da solo nella sala vuota, ho inspirato l’aria di “palco” intorno a me e mi sono detto, forse un po’ banalmente… voglio proprio vivere così.

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