Dio abita a Cuba?

di Maria Elena Sini

Il mare di Cuba e i suoi colori in uno scatto di Raffaella Dolcini, una delle compagne di viaggio di Maria Elena Sini. Quella che pubblichiamo ora è la prima parte di un documentatissimo approfondimento sull’isola caraibica che in queste ore è di nuovo al centro di tensioni con gli Stati Unti di Donald Trump

«Gli Stati Uniti intendono diffondere una allerta invitando i cittadini americani a non recarsi a Cuba, in seguito a timori per possibili “attacchi” negli hotel dell’isola che metterebbero a repentaglio la salute dei viaggiatori», questo è quanto riferisce l’Agenzia Ansa. Grazie a Maria Elena Sini, che è stata a Cuba di recente, siamo in grado di raccontare com’è adesso l’isola di Raúl Castro. Al di là del suo mare bellissimo, degli stereotipi e della propaganda. 

In questi giorni sto leggendo Dio non abita all’Avana di Yasmina Khadra, edizioni Sellerio, e non è una lettura casuale, dato che quest’estate ho trascorso dieci giorni a Cuba e da allora ogni cosa che riguarda la splendida isola dei Caraibi mi incuriosisce. Quindi quando ho visto il libro sul banco della libreria l’acquisto è stato irrinunciabile. Appena tornata dal viaggio volevo parlare delle mie impressioni su Cuba, ma mi sembrava troppo difficile descrivere le emozioni contrastanti che il posto mi aveva suscitato e invece Don Fuego, il protagonista del libro, mi ha catapultato di nuovo nelle strade e nella musica dell’Avana ed è stato inevitabile ripensare a quell’atmosfera di decadenza e di antica bellezza e cercare il modo per condividerla.

La capitale cubana è ricca di gemme nascoste che però rischiano di crollare, la sua bellezza struggente probabilmente è legata alla consapevolezza che se non si interviene rapidamente è destinata a perdersi a causa del tempo che passa inesorabile e a causa della forza degli elementi naturali, come ha dimostrato il recente uragano Irma.

Il miscuglio tra la cultura africana, europea e statunitense ha creato architetture complesse e seducenti. Strutture diverse catturano l’attenzione del visitatore: sono presenti fortezze a stella tipiche dell’Europa medievale, portici moreschi, giardini alla francese, chiese e conventi tipici del barocco cubano, ville della borghesia criolla ottocentesca, palazzi che portano le tracce dell’eclettismo e del modernismo esterofilo del Novecento nei quali l’art déco si mescola con motivi maya, imponenti opere costruite dagli ingegneri americani come la diga marina del Malecón fino alla severa ma funzionale architettura della rivoluzione socialista. La decadenza, i colori, la disposizione apparentemente casuale degli edifici determina una complessità visiva che rende unica e seducente la città nonostante sia sporca, povera e diroccata.

La magia forse deriva da una sovrapposizione surreale di epoche dovute al fatto che a Cuba il passato non è passato, è ancora presente ed è testimoniato ogni giorno dalle grandi automobili degli Anni ’40 e ’50, dalla presenza dei carri trainati dai cavalli e dalla maestria dei cubani nel riciclare oggetti desueti e spariti da tempo dal mercato europeo. Per spiegare questa situazione forse sono necessari dei rapidissimi cenni storici.

Dal 1500 l’isola è stata un dominio spagnolo tranne che per un breve periodo, nel 1700, quando in seguito alla “Guerra dei sette anni” divenne un possedimento della Gran Bretagna che vi trasportò migliaia di africani schiavizzati. Ritornò sotto il controllo della Spagna sino alla fine dell’Ottocento quando cominciò a crearsi nella borghesia cubana l’insofferenza verso il governo spagnolo e il desiderio di una maggiore autonomia; si ebbero così due “guerre di indipendenza”, sostanzialmente delle insurrezioni popolari armate, nella seconda delle quali morì in combattimento il “padre della patria”, José Martí. Dopo la guerra ispano-americana, Cuba ottenne formalmente l’indipendenza ma gli Stati Uniti mantennero il diritto di intervenire negli affari cubani e di sorvegliare le sue finanze e le relazioni con l’estero.

Durante il Proibizionismo, negli anni 1920-1933, ci fu il periodo di maggior splendore per i locali di Cuba perché gli americani cominciarono ad andare nell’isola per recarsi nei migliori bar dell’Avana in cerca di alcool, proibito nel proprio territorio. In quel periodo e negli anni successivi L’Avana divenne un luogo molto popolare per gli statunitensi che frequentavano i nightclub dove si esercitava la prostituzione e le case dove si giocava d’azzardo che sopravvissero all’abrogazione del proibizionismo. La maggior parte dei locali vennero chiusi nel 1959 dopo la rivoluzione castrista che ebbe come conseguenza el bloqueo cioè un embargo commerciale, economico e finanziario imposto dagli Stati Uniti d’America contro Cuba che ancora oggi intralcia direttamente sia le esportazioni, sia le forze trainanti della ripresa economica cubana, soprattutto il turismo, gli investimenti diretti d’imprese straniere e il trasferimento di valuta.

«La magia di Cuba forse deriva da una sovrapposizione surreale di epoche»

Se è vero che la maggior parte dell’Avana Vecchia è costituita da un dedalo intricato di vie pittoresche su cui si affacciano case cadenti con terrazzi scrostati dai quali sventolano panni stesi, animate da bambini che giocano a pallone in strada e da signore con i bigodini che chiacchierano sulla porta di casa e dove il concetto di privacy sembra inesistente, dato che tutti possono guardare dentro casa attraverso infissi fatiscenti, non bisogna dimenticare il lavoro di restauro che continua ininterrottamente grazie soprattutto all’intervento di Eusebio Leal, uno stimatissimo funzionario che è stato incaricato di ricostruire l’intero quartiere. Nel 1991 Plaza Vieja, la più antica delle cinque piazze originali della città, era circondata da palazzi in rovina e da case puntellate per evitare che crollassero, oggi la piazza è piena di ristoranti e di negozi per i turisti, ma è frequentata anche dai cubani che hanno continuato ad abitare le vie circostanti. Leal si è impegnato in una campagna che non ha trascurato i rapporti con le autorità ma soprattutto ha lavorato per formare un´opinione pubblica cittadina e nazionale che riconoscesse il valore di quello straordinario patrimonio, ci si affezionasse e si trasformasse nella leva più efficace e legittima perché il potere assumesse l´impresa per quello che era: una naturale e necessaria richiesta popolare. Così Eusebio Leal si è impegnato in conferenze e ha investito molto tempo in una serie di trasmissioni televisive in cui ha saputo parlare dell´Avana Vecchia, delle sue strade a reticolo, delle piazze decadenti, riuscendo a fare immaginare ai telespettatori il futuro della città se si fosse riusciti a restaurare interi edifici, balconate, ringhiere, antichi orci, selciati seguendo un metodo tecnicamente valido. Un Decreto-legge del 1993 ha finalmente riconosciuto l´Avana Vecchia come Zona Priorizzata per la Conservazione e Leal è diventato la massima autorità per il recupero del territorio potendo godere di un apparato economico, istituzionale e legale fortemente autonomo. Il solerte funzionario ha rivelato tutte le sue doti di procacciatore di donazioni, e di efficace amministratore: ha creato una serie di agenzie turistiche che hanno investito i ricavi in nuove opere di ristrutturazione e queste, a loro volta, hanno stimolato il turismo. Con i fondi ottenuti è riuscito a mandare le sue maestranze nei migliori centri di restauro, molti dei quali in Italia, e ha dimostrato davvero che l´Avana Vecchia poteva essere salvata senza essere venduta, che si poteva restaurare un intero quartiere senza scacciarne gli abitanti, preservando l’incanto di un luogo travagliato e sognante, creativo e insieme malinconico, facendone un grande e redditizio motore del turismo.

Ma Cuba non è solo L’Avana: non bisogna dimenticare Cienfuegos, un antico covo di pirati trasformato in città nel 1819 dai coloni francesi fuggiti da Haiti, nella quale tutti i monumenti principali, compreso il teatro dove cantò Caruso, gravitano attorno alla piazza e al parco centrale. Un cenno particolare merita Trinidad, prima città coloniale ad essere restaurata, che si presenta come un gioiello barocco con parecchie influenze andaluse come strade lastricate, patios fioriti, fontane e balconcini in ferro battuto. Non bisogna dimenticare infine le province occidentali di Pinar del Rio e di Vinales, con i Mogotes, tipiche formazioni calcaree a forma di pan di zucchero, e con la produzione dei famosi sigari cubani.

«Un tempo le spiegge erano riservate solo ai turisti, oggi anche i cubani le affollano muniti di borse frigo e di radio che diffondono la musica a tutto volume»

Un capitolo a parte meritano le meravigliose spiagge con una sabbia fine e bianchissima e un’acqua limpida, trasparente e cristallina. Alcune sono più selvagge, ombreggiate dalle palme da cocco, altre sono attrezzate con ombrelloni e lettini e sono fornite di bar che sfornano in continuazione mojitos, daiquiris e piñas coladas. Un tempo erano riservate solo ai turisti, oggi anche i cubani affollano le spiagge muniti di borse frigo e di radio che diffondono la musica a tutto volume. E questo non è un luogo comune, a Cuba infatti la musica e il ballo condiscono i diversi momenti della vita: tutti, dai bambini ai vecchi, sanno ballare perché la musica è veramente parte della loro cultura. In ogni paese c’è una “Casa della Trova” dove vecchi cimeli, fotografie, autografi di artisti del passato, concerti, conservano e rinnovano la tradizione della musica cubana; in questi locali si esibiscono i musicisti nazionali, da quelli sconosciuti a quelli più noti, e i turisti che non si limitano al consumo della musica più commerciale, possono scoprire universi di bellezza inimmaginabili, culture “altre” che non possono che arricchire qualitativamente la nostra cosiddetta “cultura dominante”.

I. continua

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