Germana Marucelli e le disubbidienze di una “sarta” al regime

di Fernanda Pivano*

In questa foto del 1934 di Emilio Sommariva un modello della sartoria Ventura di Milano, rilevata alla fine degli Anni ’40 da Germana Marucelli. http://www.lombardiabeniculturali.it/fotografie/schede/IMM-2y010-0006395/ «I modelli del Ventura» sono celebrati in musica anche ne “La gagarella del Biffi Scala”, la canzone scritta da Giovanni D’Anzi alla quale è dedicato il primo numero del trimestrale dell’Associazione Donne della realtà

A Milano impazza la settimana della moda. Ma, attenzione, prima degli stilisti c’erano sarti e sarte. Soprattutto sarte!

Germana aveva vent’anni e allegramente si prese il compito più difficile delle sartorie di quel tempo. Presto conobbe tutti i vicoli, i negozietti più segreti di Parigi dove trovare quel certo bottone o quella certa fibbia senza i quali i modelli rifatti in Italia non avrebbero potuto essere venduti come originali. Soprattutto sviluppò presto una capacità di memoria visiva tale che il famoso venditore di copie Guido la definì «una Zeiss di precisione».

La zia la lasciava autonoma e indipendente, ma da lontano la teneva d’occhio e la faceva tener d’occhio. In quegli anni viveva a Parigi una sua ex lavorante, che a un certo punto si era messa in proprio, aveva aperto una sartoria a Parigi e aveva sposato un fabbro di Lucca dotato di un enorme paio di baffi e di un cospicuo numero di miliardi. Più per spirito di corpo che altro, Germana andava sempre, di rigore, a cena da loro una volta la settimana; ma quelle cene in realtà le permettevano di conoscere un aspetto tipico di certa Parigi di quegli anni. Quell’ex fabbro di Luca era emigrato in Brasile (o forse in Cile o in Perù) in un tempo in cui la popolazione era ancora abituata a dormire per terra; e in nome della civltà occidentale si era subito messo a fare letti di ferro. Presto si trovò a organizzare una fabbrica di letti di ferro e poi una catena di fabbriche; che a un certo punto lasciò in gestione a impiegati indigeni per tornarsene in Europa, riservandosi l’esclusiva del rifornimento di ferro alle sue fabbriche. A Parigi, dove si mise a vivere la «gran vita» di quei tempi, era considerato uno dei più grossi miliardari dell’epoca; e divideva la sua attenzione tra il mercato del ferro e quello dei brillanti.

Ai vent’anni di Germana questa storia sembrava un po’ buffa, e in più dalla ex lavorante della zia otteneva sempre informazioni e notizie tecniche segretissime e preziose. Più che preziose, veramente, erano indispensabili, perché quella Parigi dominata dalla moda dominava a sua volta la moda europea; e a questa egemonia non si sottraeva Germana. Era legatissima alla moda francese e più tardi, quando già aveva lasciato la zia e si era messa in proprio, il suo fanatismo prese una sfumatura politica: al tempo delle sanzioni, quando il governo fascista impose alle sartorie di produrre il 10% di modelli italiani (i modelli venivano fatti, fotografati e mandati a Torino, dove veniva impresso loro il marchio d’oro) le sue sfilate erano sempre colte in flagrante senza i dodici modelli obbligatori; una volta le diedero una multa favolosa e finì in un processo che in realtà si risolvette in un nuovo stimolo. Non solo Germana continuava a riprodurre i modelli francesi ma, un po’ per sfida alle autorità, un po’ per burla, un po’ per l’orgoglio di dimostrare la sua eccezionale bravura nel copiarli, prese a vender come originali i modelli francesi alle sartorie italiane. Uno dei suoi clienti era Ventura, la cui famosa sartoria era installata in corso Vittorio Emanuele dove adesso c’è il cinema Astra; la dirigeva in quegli anni la grande Madame Annà. Una volta Germana mostrò a Madame Annà un modello color lilla col corpino a piegoline e la gonna drappeggiata secondo lo stile di Alix (casa che ora si chiama Grès): indossava il vestito la mannequin Olga Villi, destinata alla celebrità del teatro e alla notorietà della cronaca. Madame Annà dopo qualche minuto fermò la mannequin, ne chiamò un’altra, le fece indossare un vestito color lilla identico, contò le piegoline del corpino, tastò la consistenza della stoffa, prese le misure della gonna e constatò che i due vestiti erano identici. Germana capì che una bugia non la poteva dire; e preferì dire con orgoglio che il modello l’aveva copiato a memoria. Ai complimenti di Madame Annà rispose raccontando che perfino il tessuto aveva trovato identico, perché era riuscita a trovare il negozio dove Alix si procurava i tessuti.

Finì in una gran chiacchierata sulla creatrice slava Alix, uno dei miti del tempo (solo dopo anni la vide fotografata su una rivista, vestita dimessamente in gonna e golfini, e si scoprì che era calva): era stata lei a creare per prima, intorno al 1918, i vestiti drappeggiati dopo che per duemila anni, dai tempi dei romani, drappeggi non se ne portavano più. Non c’è sarta che non si inchini deferente al nome della grande Alix, che forse nel tentativo di ripristinare la moda romana ha in realtà inventato un nuovo tipo di drappeggio, non molle e fluttuante sul corpo come quello romano ma tale da fasciare le forme rivelandone ogni segreto. Per aiutare la rivelazione Alix si serviva in quegli anni di tessuti di maglia leggerissimi e li usava in grandi masse per vestire le silhouettes più famose del cinema, del teatro, dell’aristocrazia e dei salotti di allora. I suoi abiti erano altrettanti spettacoli e di solito le sarte per copiarli li dovevano disfare. Ma le Zeiss di precisione negli occhi di Germana aveva individuato i minimi particolari del modello al punto da suscitare l’ammirazione ambita di Madame Annà.

Non per niente Germana si considerava da un pezzo matura per fare da sé.

*Fernanda Pivano trascrive i ricordi di Germana Marucelli in un libro rarissimo, “Le favole del ferro da stiro” (Eas 128 Milano ottobre 1964), che sono andata a consultare al Centro Apice  – Archivi della Parola, dell’Immagine e della Comunicazione Editoriale –  dell’università Statale di Milano per il primo numero di Donne della realtà Giornale, un trimestrale plasmato di eleganza, scaricabile direttamente anche dal blog per chi vuole farsi un’idea di questa bella “creatura di carta” (a cura di Paola Ciccioli, ricerca fotografica di Luca Bartolommei).

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