«C’era una volta una vita che avrei dovuto vivere»

di Elisa Springer*

Elisa Springer (Vienna, 12 febbraio 1918 – Matera, 19 settembre 2004)

La mia non è una favola, ma inizia ugualmente con C’era una volta. C’era una volta una vita che avrei dovuto vivere, ma che un uomo, di nome Adolf Hitler, mi ha impedito di vivere. Poi c’è stata una vita che io avrei preferito poter dimenticare, ma senza riuscirci. Oggi invece c’è una vita che mi obbliga a ricordare e più che altro a far ricordare. Sembra che la storia non abbia insegnato nulla all’uomo. L’odio continua, le violenze continuano e purtroppo le guerre continuano. C’è una grande corsa al potere e al denaro, e non si guarda in faccia a niente e a nessuno.

Quando, nel lontano 1945 sono uscita dal campo di sterminio, non avrei mai potuto immaginare che un giorno sarei stata in grado di raccontare la mia storia e tanto meno di scriverla in un libro; poi ne ho scritto un altro.

Ad Auschwitz ho lasciato la mia gioventù, i miei sogni, le mie speranze. Volevo volare in alto, penso come tutti voi, ma Hitler mi ha tagliato le ali. Nel campo ho lasciato il mio aspetto fisico e anche i miei sentimenti umani, perché era proibito nutrire sentimenti.

Un giorno, durante un lungo appello (gli appelli duravano secondo il tempo atmosferico: se la giornata era bella, sia d’estate che d’inverno, potevano bastare due o tre ore, se però d’estate bruciava il sole e faceva molto caldo o d’inverno nevicava e faceva gran freddo, l’appello durava dalle dieci alle dodici ore, perché Auschwitz non era un campo di concentramento, ma di sterminio, dove si faceva di tutto per farci morire), soltanto perché avevo fatto il gesto di sorreggere una mia compagna che stava per svenire nella fila a fianco della mia, un ufficiale tedesco, facendomi il segno con un dito, mi ha chiamata fuori dalla fila, si è assentato per un momento e poi è tornato con un ferro rovente con il quale, davanti a tutti per monito, mi ha fatto una bruciatura alla parte posteriore della coscia destra. Ancora oggi è ben visibile anche perché le ferite del corpo col tempo si possono cicatrizzare e a volte possono perfino sparire, ma non sempre. Non guariscono mai e restano sempre tali le ferite dell’anima e dello spirito. Le trascini per tutta la vita e sicuramente te le porterai anche oltre la tomba.

Io ho taciuto per oltre cinquant’anni, ma non perché volessi tacere, anzi io avrei avuto tanto bisogno di aprirmi e togliermi un po’ del peso che portavo sule spalle; ma le rarissime volte che ho tentato di farlo, mi si diceva: «Non ti credo, non può essere vero!». Per questo mi sono chiusa sempre di più in me stessa.

Nel frattempo sono passati gli anni, sono diventata vedova e mio figlio, che si era laureato in medicina, proprio lui, prima come medico e poi come figlio, mi ha tirata fuori da quell’abisso nel quale ero precipitata.

Ha voluto che io parlassi e che gli raccontassi fino in fondo tutta la mia storia. Quando lui ha sentito, mi detto: «Mamma, tu devi scrivere la tua storia perché prima di tutto tu hai bisogno di liberarti di ciò che tieni dentro e scrivendo, raccontando tutto, finalmente ti libererai di questo peso. Poi, perché anch’io voglio sapere e avere qualcosa in mano».

Io gli ho risposto: «Sì, tu hai ragione, ma sai che io non sono italiana; anche se mi pare di parlare abbastanza bene l’italiano, non lo so da poter scrivere un libro».

Lui mi ha risposto: «Non ti preoccupare, scrivilo, e io correggerò i tuoi errori grammaticali».

Così è nato il mio primo libro: Il silenzio dei vivi. Certamente non avrei mai potuto pensare che questo libro sarebbe diventato un best-seller. A me è servito veramente per liberarmi del peso che portavo dentro.

Purtroppo, tre anni fa, questo mio figlio è morto. Come medico era un grande ricercatore sui crimini commessi nei lager e aveva scoperto moltissimi esperimenti fatti sui deportati che io non sono in grado di spiegarvi.

Oggi non voglio parlarvi di quanto è già scritto nei miei due libri; il primo, Il silenzio dei vivi, e il secondo, L’eco del silenzio.

Elisa Springer: «Ad Auschwitz ho lasciato la mia gioventù, i miei sogni, le mie speranze»

«Perché questi titoli?», mi chiedono molti.

Vi spiego: esistono due silenzi. Il primo è stato il grande silenzio di quando io volevo parlare e non mi è stato concesso. Quel silenzio per me significava la morte. Era sì il mio silenzio, perché non potevo parlare, ma era anche il silenzio di coloro che non volevano sapere. Ecco perché il titolo del primo libro.

Oggi invece c’è un altro silenzio, quello vostro, dei giovani che incontro ormai dal 1995, da nove anni, da quando ho cominciato a tenere queste conferenze. Questo è l’eco del primo silenzio. Voi state in silenzio perché volete sapere, perché mi ascoltate con rispetto e forse anche con affetto. È questo vostro silenzio che mi ha ridato la vita e del quale vi sono grata, molto grata.

Adesso vi dico una cosa: oggi io compio 86 anni, però ho 86 anni solo sulla carta, perché io ho soltanto 29 anni. Sapete perché?

Perché ho vissuto, ho veramente vissuto solo fino ai miei 20 anni, cioè fino al 1938, all’annessione dell’Austria alla Germania, poi c’è stato il buio completo. Non ho più vissuto, ma solo vegetato. Dal ’95 invece ho ricominciato a vivere, grazie a voi.

Fate il conto: sono nata nel 1918, fino ai miei 20 anni ho vissuto veramente, poi, dopo il buio completo, nove anni fa ho ricominciato a vivere. Quindi venti più nove sono ventinove: ho 29 anni, sono ancora molto giovane anche se sulla carta ne ho 86.

Oggi voglio dirvi un’altra cosa, ragazzi. La mia triste esperienza mi ha insegnato tante cose. Credetemi, in tutte le esperienze, anche in quelle più brutte e più tristi come la mia, c’è sempre qualche cosa di positivo. Il difficile è saperlo afferrare.

*Questa è una parte della trascrizione del discorso tenuto il 10 febbraio 2004 da Elisa Springer al Centro Asteria di Milano. Quel giorno e nei due successivi, pochi mesi prima di morire, la testimone di Auschwitz parlò agli studenti di molte scuole della città e dell’hinterland.

(a cura di Paola Ciccioli)

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