I gioielli segreti della nonna che nascondeva il viso sotto il fazzoletto

di Eliana Ribes

“La raccolta di fascine – Segheria campo Rossignolo”: ecco uno dei 50 scatti della mostra “La guerra negli occhi, la guerra nel cuore”, allestita a partire da sabato 16 settembre 2017 nel foyer dello Spazio Oberdan di Milano dalla Fondazione Cineteca Italiana che alla Grande Guerra dedica anche una rassegna con 5 lungometraggi e due documentari (http://www.cinetecamilano.it/rassegna/la-guerra-negli-occhi-la-guerra-nel-cuore)

Quand’ero piccola avevo due nonne, come tutti. Una, la madre di babbo, abitava con me, l’altra, la madre di mamma, stava di fronte a casa mia, dall’altra parte della strada. Si chiamavano tutte e due Maria; io, per distinguerle, la prima la chiamavo nonna Longhèna, la seconda nonna Lizzirina.

Con nonna Longhèna io non ci andavo tanto d’accordo. I problemi erano incominciati in tenera età, quando per gioco mi voleva far mettere la testa nel suo grembo, sotto la pannella che portava sempre; io non volevo e le dicevo che non mi piaceva perché lì sotto era scuro. Poi perché non le davo retta e quando potevo le facevo pure qualche piccolo dispetto, per giocare.

Nonna Longhèna era una bella donna ma andava sempre vestita da vecchia, con i vestiti che si cuciva da sola. Si allontanava da casa solo per recarsi alla messa prima ad Urbisaglia, per andare a trovare la sorella Righetta, sua confidente, che abitava vicino al cimitero, e in rare occasioni per comprare in paese qualcosa che le occorreva per qualche lavoro. Camminava svelta e non si fermava a parlare con nessuno, il viso mezzo coperto dal fazzoletto che teneva sempre in testa, perché le piaceva vedere senza essere vista. Questa era la regola che si era data.

La donna che nel 1914 si era sposata con un giovane uomo che faceva la guardia del dazio alle dipendenze del Comune di Macerata e aveva uno stipendio fisso, che era andata via di casa per vivere in città, adesso non c’era più, quasi avesse dovuto scontare la colpa di essere rimasta vedova e di prendere la pensione, Sì, questo era stato l’evento che aveva segnato per sempre la sua vita. Figlia di ortolani, si era fidanzata e poi sposata nel giugno del 1914 con Giuseppe, mio nonno, che le aveva fatto fare il grande passo, quello di allontanarsi dal mondo rurale e di aprirsi a nuove abitudini e a un ritmo di vita diverso. Ma gli sposi avevano dovuto ben presto fare i conti prima con i venti di guerra, poi con lo scoppio della prima guerra mondiale, che avevano travolto le loro giovani vite irrimediabilmente e per sempre. Nonno, richiamato in un primo momento sotto le armi, era poi stato inviato al fronte nel maggio del 1915, dove venne ucciso due mesi dopo. Così nonna Maria, raccolta una parte del suo corredo, era ritornata a vivere con i genitori e le sorelle, perché era incinta ed una vita in solitudine e in attesa non avrebbe saputo e potuto sostenerla. Il trasloco definitivo della poca mobilia che aveva lo fece fare dopo la morte del marito, quando riconsegnò al proprietario le chiavi di casa. Il figlio Giuseppe, nato ad Urbisaglia otto giorni dopo la morte del padre, avrebbe potuto andare a passeggio in carrozzina lungo corso Cavour, vestire tutti i giorni come se fosse festa, ed invece crebbe in una povera casa sotto un greppo, sovrastato dal cimitero. Il suo orizzonte erano l’orto dei nonni e, quando era più grandicello, il fiume che delimitava il loro podere e veniva utilizzato per l’irrigazione. Solo verso la fine degli Anni ’20, nonna con il figlio, i genitori e una sorella avevano lasciato l’orto vicino al fiume Fiastra ed erano venuti ad abitare in quella casa che si erano fatti fare lungo la strada statale, alla Maestà, dove sono nata io.

Il padre e la madre li aveva custoditi fino a quando erano morti, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale; così era rimasta con la sorella e il figlio che si era sposato con mamma poco dopo e le aveva riempito casa con tre nipoti, due femmine e un maschio.

A me bambina sarebbe piaciuta una nonna che mi avesse portata qualche volta con lei al mercato o alla fiera, che mi avesse comprato qualcosa, che fosse andata vestita un po’ più da giovane. Mi sarei accontentata anche solo che, con la scusa di raccogliere le erbe campagnole, mi avesse accompagnata lungo il fiume Fiastra, dove ancora si vedevano guizzare i pesci e saltare qualche ranocchia. Invece lei rimaneva dentro i confini di casa e di quella poca terra che aveva, dove ci stava tutto quello che le serviva per una vita più che modesta e ritirata. Faceva un po’ d’orto dietro casa, poca roba: agli, cipolle, un po’ di fava, qualche zucca, nient’altro. Per lo più aiutava a cucire le maglie e le canottiere di lana di pecora che mamma faceva a macchina per i contadini dei dintorni e cuciva i vestiti per lei e la sorella in camera, con la macchinetta che girava a mano.

Maria Cosimi, la nonna Longhèna di Eliana Ribes, in un’immagine dall’archivio privato di Eliana. La nostra blogger è autrice, con il marito Silvano Fazi, del libro “Per quanti fjuri caccia ‘m prate”, basato sulle lettere che il nonno Giuseppe inviava dal fronte della prima guerra mondiale proprio alla moglie Maria

In verità in camera ci faceva quasi tutto, ci mangiava pure. Aspettava che mamma avesse finito di cucinare, si faceva mettere la sua razione dentro un pentolino e andava a mangiarla in camera. Quasi sempre, perché qualche volta pranzava o cenava anche con noi in cucina, ma non sedeva a tavola, consumava i pasti seduta su una sedia un po’ discosta. La camera di nonna era sì una camera, con il letto matrimoniale, il comò, l’armadio, il comodino, ma era anche una specie di magazzino. A parte il barattolo dello zucchero che teneva sopra al comodino, e i segni di quello che mangiava che le rimanevano sotto i baffetti, dentro una piccola imbottita ai piedi del letto ci potevi trovare pomodori, peperoni, melanzane, ortaggi vari, a seconda della stagione. Come in tempo di guerra, di mercato nero, di tessere annonarie, di passaggio dei tedeschi, quando si doveva nascondere il poco che c’era da mangiare! Nonna dentro la camera ci metteva pure a seccare l’erba della Madonna, a mazzetti, con la quale si lavava per scacciarsi l’occhio cattivo e ci teneva anche le malve per farci i decotti, che sono ritornati tanto di moda. Quanta pazienza aveva la povera mamma per accettare una camera tenuta così male!

Anche se non ci prendevamo tanto, io ero molto curiosa e in camera sua ci andavo spesso e volentieri e a lei in fondo in fondo non dispiaceva, perché ci passava tante di quelle ore che anche io potevo essere uno svago e un diversivo.

Il primo cassetto del comò, però, stava sempre chiuso a chiave. Quante suppliche per farle aprire quel cassetto! «Nonna, cosa ci tieni qui dentro?» le chiedevo, e così finalmente, un giorno che le andava buona, ha preso la chiave che teneva nascosta e ha tirato fuori una scatola. La scatola dei segreti, l’avrei chiamata io in seguito. La prima cosa che mi ha colpito sono stati i gioielli. Insomma, chiamarli gioielli è esagerato: un anello, un paio di orecchini, una spilla con qualche pietra che luccicava e mi lasciava incantata. Io non capivo che erano sì d’oro, ma che erano leggeri e vuoti dentro. Mamma, però, non aveva neppure quelli, così nonna mi sembrava una donna importante!

I – Continua

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8 thoughts on “I gioielli segreti della nonna che nascondeva il viso sotto il fazzoletto

  1. Cara Eliana ci siamo sentite in questi giorni e io ti dicevo che per me la cronaca della memoria non esiste. Ti rileggo e sono sempre più convinta che dietro la tua prosa piana, innocente, si nasconda un mondo. Che pensava nonna Longhèna? Quanti anni aveva quando è rimasta vedova? Cosa si è dovuta ringoiare fino a diventare ospite in casa sua? Perché non aveva il diritto a una vita sentimentale? Tu sembri nemmeno interrogarti, ma fai interrogare il lettore che sta a lì ad aspettare…Brava, brava, ma veramente brava, vorrei scrivere come te. Giusi

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    • Cara Giusi, l’invito a sviluppare l’argomento è chiarissimo, ma questo lavoro di introspezione mi risulta troppo difficile. Questi ricordi sono quelli che la mia memoria ha selezionato per rendere la narrazione scorrevole e piacevole. Sono molto contenta che l’hai così tanto apprezzata. Alla fine anch’io un po’ mi sono commossa, un po’ ho sorriso (soprattutto per la seconda parte che è emersa da sola). Grazie. Eliana

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  2. Mi aggiungo anch’io a dire che sei proprio brava, e mi pare che più scrivi più diventi brava, più la tua scrittura scorre apparentemente semplice ma elegante e sicura. Aspetto con ansia la prossima puntata.

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    • Divento un po’ più brava perché imparo con umiltà da voi (certe volte vado pure a cercare il significato di parole che non conosco), Maria Elena, l’attualità è per me fonte di angoscia (purtroppo) e continuo a rifugiarmi nel passato. Mi sembra sempre di non avere più niente da dire, poi improvvisamente riaffiorano altri ricordi o maturo qualche altra idea. Allora mi metto all’opera perché sono pensionata e la scrittura mi arricchisce la vita. Grazie e buon anno scolastico. Eliana

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  3. Eliana, proprio belli questi tuoi ricordi, che poi mi ci vedo pure io. Leggendo delle tue nonne, affiorano i miei ricordi, che erano nascosti in qualche parte di me. Angela Sgariglia

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