«Eccola, la mia Trieste»

di Lelio Luttazzi*

Lo “Studio Luttazzi” raccoglie documenti del percorso artistico del musicista, attore, regista, scrittore triestino. Nato da una donazione della moglie Rossana, lo Studio, terminati i lavori di ampliamento, è di nuovo aperto al pubblico. Il disegno del manifesto è di Walter Molino (http://www.bsts.librari.beniculturali.it/QR/index.html)

Oggi, 11 agosto (ore 21,25), su Rai1 va in onda lo speciale sul Premio Luttazzi per giovani musicisti, registrato al Blue Note di Milano: noi c’eravamo.

Ma Trieste sono io, con le mie nevrosi, con i miei livori senili, con le mie idiosincrasie, col mio usare l’italiano come lingua scolastica, non madre.
E dire che per metà sarei laziale, perché mio padre approdò a Trieste con le truppe “irredentrici” del 1918.
E il cognome Luttazzi (in passato Lutazi) (Cfr. Lutazio Catulo – Battaglia delle Egadi – Guerre Puniche) è così latino che di più non si potrebbe.

Trieste vuol dire i ricordi cocenti, quelli che si annidano nel plesso solare, nelle budelle di un bambino, specie se ossessionato da un sistema nervoso precario.
Trieste vuol dire il flash back di mia madre che singhiozza sul letto: «El jera bon, el jera tanto bon!». E di Lelio di tre anni e mezzo che in quel momento apprende che quel ventottenne papà “romano” finora appena intravisto tra un ricovero e l’altro nell’ospedale istriano questa volta non tornerà più.

E i quattro anni di Prosecco, scolaro di mamma – maestra, unico maschietto in mezzo a quaranta contadinelle slovene.
E la quinta elementare in città, col maestro Costelli (Kunstel, inverosimilmente zio di Bobby Solo, come mi assicurerà quarant’anni più tardi quest’ultimo) ancora primo della classe.

Ma poi, fin dalla Prima Ginnasio (Petrarca), l’inizio di un crescente, istintivo rifiuto alla memorizzazione e alla concentrazione. E, malgrado tutto, l’imprescindibile dovere di portare a casa ogni anno la media del sette, affinché mamma potesse usufruire dello sconto del 50% sulle tasse scolastiche. Però a costo di quali fatiche, di quali sofferenze!

Questa, la mia Trieste.
E, rifacendo un salto indietro, le poche lezioni di piano a Prosecco, col parroco Don Crisman.
E un secondo tentativo in concomitanza con la terza ginnasio, con la professoressa Pissek-Vidali, che pretendeva di portarmi al “Licenzino” di quinto anno in sei mesi! Ma il tentativo fallì sul nascere, perché io già strimpellavo a orecchio le canzonette di allora, e ogni mio rapporto didattico con la musica fu scartato definitivamente.
Finché arrivò la musica americana, e i film musicali, e il jazz. E i primi dischi di Armstrong, che andavo ad ascoltare da mio cugino acquisito Egon Gridi (Schrey).

Questa, la mia Trieste.
E la splendida amicizia ginnasiale con Sergio Fonda Savio, che per qualche anno mi invitò assiduamente nelle due ville di Opicina e di Sant’Andrea, dove giocavamo a pallone con i suoi fratelli Paolo e Piero.

Un giorno, ai giardini pubblici, Sergio mi indicò un busto in bronzo «Questo jera mio nonno» mi informò, senza enfasi. Ne fui inorgoglito, ma quel nome non mi disse nulla. Molto, molto più tardi sarebbe avvenuto il mio impatto da lettore col massimo scrittore “italiano” della prima metà di questo secolo: Ettore Schmitz, in arte Italo Svevo. Ma prima, nel’45, l’immane tragedia, quella che vide Letizia Veneziani – Fonda Savio – Schmitz perdere in un solo giorno tutti tre i suoi figli, i nipoti di Italo Svevo!
Questo, forse, il ricordo più straziante della mia vita.

Eccola, la mia Trieste.
Ma anche, pur se in misura di gran lunga inferiore, i ricordi piacevoli. I giri per l’acquedotto, a “impatar le mule”. E le prime effusioni erotiche in “Boscheto”.

*Da: La rabbia in smoking di Lelio Luttazzi (luglio editore, 2016). È una parte del saluto alla città dove decise di tornare a vivere nel 2008 e chiude, parlando di felicità, una serie di racconti intrisi invece di profonda sofferenza per l’ingiusta detenzione subita nel 1970, dalla quale scaturì l’allontanamento dalla televisione pubblica dell’«imperatore dell’understatement», come lo ha definito Mina.

Con un grazie a Rossana Luttazzi.

AGGIORNATO IL 16 AGOSTO 2017

 

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