Patrizia e le sue borse inimitabili all’aroma di caffè

di Maria Elena Sini

Maria Elena Sini ci racconta oggi un’altra bellissima storia che ha per protagonista una donna ricca di talento, immaginazione e creatività. Parliamo di Patrizia Pigò, insegnante di Scienze motorie di Alghero, capace di trasformare in oggetti unici materiali molto diversi, a cominciare dalle buste del caffè che lei cuce per farne delle borse, come questa fotografata per “Donne della realtà” dalla nostra amica blogger

Metti una giornata di maestrale in spiaggia quando il sole improvvisamente si copre e scompare, il vento muove la superficie del mare, le onde impetuose si infrangono a riva, nuvole scure dipingono il cielo di grigio e poi un lampo accecante fende il cielo come una lama dorata che si spegne nel profondo del verde e dell’azzurro.

Ecco, in una giornata così, con pochi bagnanti tra gli ombrelloni chiusi, circondate dai suoni del vento e del mare io e Patrizia Pigò abbiamo fatto una chiacchierata che rimandavamo da troppo tempo. Sono sempre stata curiosa di conoscere la genesi delle sue opere e finalmente mi racconta che ha sempre amato disegnare, lo faceva sin da bambina ma il più delle volte si limitava a copiare le opere degli altri mentre cresceva il bisogno di trovare una sua strada per esprimersi liberamente. Quando i suoi figli erano piccoli faceva con loro braccialetti con le perline al telaio, ha dipinto magliette e ha creato oggetti di bigiotteria. Ha percorso tante strade: ha creato gioielli di finezza ed eleganza elevatissime e decorazioni per abiti e accessori con il soutache, una tecnica per nulla semplice, nella quale la passamaneria, o meglio, le piattine di viscosa, vengono cucite tra di loro intorno a perle, perline e cabochon, per cui bisogna essere molto precisi ed abili con ago e filo; ha utilizzato il midori, un magnifico sistema di origine giapponese per organizzare con flessibilità agende e quaderni in un unico raccoglitore nel quale i diversi inserti possono essere spostati o sostituiti in base alle esigenze del momento per creare un’agenda personalizzata o per sistemare appunti, pensieri e progetti come si preferisce.

Nel disordine della sua casa piena di pennarelli variopinti, colori a tempera, colori acrilici, non si è mai specializzata nella produzione di un oggetto particolare e ha continuato a cercare il suo modo per lasciare un segno di sé in oggetti che immediatamente potessero creare un legame tra lei e le persone che sceglievano le sue creazioni. Non a caso Erich Fromm afferma che «In ogni attività creativa, colui che crea si fonde con la propria materia, che rappresenta il mondo che lo circonda, l’artefice e il suo oggetto diventano un’unica cosa: l’essere umano si unisce col mondo nel processo di creazione».

Ma per Patrizia la svolta decisiva, quella che le ha fatto intravedere la sua direzione, è stata creare borse con le buste plastificate del caffè. Racconta con amore e passione delle sue collane, dei suoi bracciali, delle sue agende del viaggiatore, ma quando parla delle borse si illumina. Riconosce in questo processo creativo una serie di elementi unici a partire dal materiale che la ispira con il profumo di caffè di cui è impregnato, attribuisce inoltre una valenza particolare al fatto di riciclare un materiale che andrebbe perduto e al quale invece viene data nuova vita. Con un lavoro di circa otto ore assembla diverse buste per creare una borsa che viene rifinita con tutte le cuciture, organizza gli spazi interni con tasche e scomparti e poi decora la parte esterna unendo stoffe, passamanerie, bottoni, immagini. Ogni borsa diventa così un pezzo unico che racconta una storia, non ne esistono due uguali e lei si rifiuta di fare una copia anche se qualcuno si innamora di una borsa in particolare. Mi dice che non decide il soggetto, il tema prima di iniziare a cucire, sono le stoffe, i materiali che la ispirano e poco per volta la storia prende vita e la borsa è pronta ad incontrare la persona giusta. Quando espone i suoi pezzi riceve molti complimenti ma lei sa che chi compra una borsa lo fa perché ha riconosciuto nelle immagini, nei colori, nei particolari qualcosa di personale: l’acquisto avviene solo se se c’è un dialogo tra la borsa e il compratore. Mi spiega che cucire le buste non è come cucire la stoffa; con la stoffa si può sbagliare e correggere, con le buste non è possibile tornare indietro per cui bisogna imparare a trasformare l’errore in possibilità, possibilità di creare qualcosa di imprevisto. Fa un paragone illuminante : cucire la stoffa è come guidare in un’autostrada, cucire le buste significa prendere una strada di campagna piena di curve e di insidie, non si sa in quanto tempo si arriva e durante il viaggio si possono scoprire luoghi imprevisti. Coerentemente mi rivela che anche quando si sposta per la Sardegna per inseguire le fiere in cui espone le sue creazioni o per consegnarle di persona a chi acquista su Facebook, preferisce abbandonare le strade a scorrimento veloce per infilarsi nelle strade provinciali poco battute. Vale la pena fare tanti chilometri perché una delle sue più grandi soddisfazioni è il piacere di vedere il viso dell’acquirente quando ha la borsa scelta tra le mani. Ogni borsa è una parte di Patrizia per cui all’inizio le era difficile separarsene, ma poi ha imparato ad accettare il distacco pensando che a lei piace tanto viaggiare e ciò che realizza permette a tante parti lei di andare in giro per il mondo e di condividere un’energia universale.

Queste molteplici attività le permettono di esprimersi pienamente e di modificare il suo stato interiore: quando lavora ha la sensazione di liberarsi da un peso per diventare sempre più leggera via via che tira fuori tutto quello che ha dentro. Il limite è che questo lavoro la porta a stare molto tempo a casa e questo modifica le sue relazioni esterne, diventa una specie di dipendenza per cui cerca razionalmente di dosare il tempo dedicato alle sue creazioni. Spesso lavora di notte per non sottrarre tempo alla famiglia perché quella macchina da cucire, che oggi le permette di dare sfogo alla sua creatività, in passato le ha sottratto la madre, e anche se osservando il suo lavoro ha imparato a cucire rubando con gli occhi, ricorda che da bambina il tempo dedicato da sua madre al cucito la faceva soffrire.

La sensibilità della bambina che guardava la mamma al lavoro è rimasta intatta dentro di lei e Patrizia è capace di cogliere l’importanza delle sfumature, degli sguardi, delle piccole cose anche nelle relazioni con le persone, siano i ragazzi con i quali si confronta ogni giorno nel suo ruolo di docente, siano gli adulti con i quali è capace di entrare in sintonia attraverso gesti semplici ma ricchi di senso. Come quando mi ha sorpreso con un portachiavi realizzato apposta per me recuperando da un mio post su Facebook un disegno che avevo fatto da bambina, perché il suo intuito delicato ha subito colto il significato speciale che quell’immagine aveva per me.

Questo portachiavi è stato creato e donato da Patrizia Pigò a Maria Elena Sini che aveva postato su Facebook il disegno “incorniciato” poi a sorpresa dall’artista sarda nel ciondolo

Nelle sue opere ricorrono alcuni temi: il tempo rappresentato dai quadranti degli orologi e l’amore rappresentato dai cuori. Il tempo perché vuole sottolineare l’importanza di vivere nel presente, senza rinunciare ad uno sguardo al passato e ad una sbirciata verso il futuro, ma consapevole del valore di ogni singolo dettaglio e della magia che ogni istante racchiude in sé. La gratificazione che le arriva dall’apprezzamento delle sue opere è il modo per dimostrare al padre il riconoscimento delle sue capacità. La bambina che non si sentiva apprezzata da un genitore svalutante è cresciuta con poca autostima e oggi può dimostrare di valere agli occhi degli altri, anche se quel bisogno d’affetto non si è spento. Nonostante l’amore del compagno, dei suoi figli, degli amici, continua ad aspettarsi delle risposte da persone che a volte deludono le sue aspettative, ma in compenso riversa il suo amore nei confronti della natura, del mare, del sole, della musica e si sente riamata dall’universo.

Alla fine della giornata, mentre mi avvio lungo il sentiero che dalla spiaggia porta alla pineta e al posteggio della mia macchina, spinta dal vento che come una forte mano impalpabile preme sulla mia schiena, penso alle parole di San Francesco: «Chi lavora con le sue mani è un lavoratore. Chi lavora con le sue mani e la sua testa è un artigiano. Chi lavora con le sue mani e la sua testa ed il suo cuore è un artista».

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