Il lato cattivo del bello

di Arianna Ghilardotti*

Un carciofo in fiore nella rielaborazione della copertina del libro del flower artist Mario Nobile, realizzata da Ioris Premoli, autore delle bellissime immagini che illustrano il manuale “Fiori del male” (https://www.ibs.it/fiori-del-male-giardinaggio-decadenza-libro-vari/e/9788866483564)

Harry Potter ha sicuramente riportato in auge la botanica diabolica. Per preparare efficaci pozioni magiche, gli aspiranti maghi creati dalla fantasia di J.K.Rowling devono infatti imparare alla perfezione le arcane proprietà e utilizzare con la dovuta cautela ingredienti potenzialmente micidiali. Dai sette volumi della saga si potrebbe ricavare un trattato di erboristeria magica (o meglio erbologia, come la si insegna alla Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts): vi sono infatti citate numerose piante velenose e misteriose, da quelle più note anche ai profani, come la belladonna, l’aconito o l’artemisia, ad altre decisamente esotiche come l’algabranchia, lo stridiosporo o la starnutaria. Del resto, le piante velenose sono legione. Alcune di queste piante, come la cicuta o la digitale purpurea, hanno una dignità letteraria che le hanno rese famose, ma uno sguardo un po’ più approfondito alla tossicologia vegetale riserverà sicuramente qualche sorpresa inaspettata, rivelando le inquietanti proprietà di piante e fiori molto comuni.

Tutti conoscono l’oleandro, il decorativo cespuglio rosa piantato lungo migliaia di chilometri di spartitraffico nelle autostrade italiane dalle Alpi alla Sicilia, ma forse non molti sanno che si tratta di una pianta velenosissima in ogni sua parte; l’alcaloide letale che contiene, l’oleandrina, è presente in alta concentrazione non solo nei fiori, ma anche nelle foglie, nei semi, nei rami e nel fusto. Non bisogna quindi farne legna da ardere né usarlo per i fuochi dei bivacchi (si spera che i capi scout lo sappiano); il veleno si trasmetterebbe agli alimenti cucinati e anche il fumo emesso risulterebbe tossico. Si racconta infatti che alcuni soldati dell’esercito napoleonico, durante la campagna d’Italia, siano morti avvelenati proprio per aver arrostito della carne su un fuoco di legno di oleandro. L’oleandrina è una tossina talmente micidiale da contaminare, a quanto pare, anche il latte delle mucche che ne abbiano brucato le foglie o il miele delle api che abbiano succhiato il polline dei suoi fiori. Una cera e propria catena tossico-alimentare!

Anche la ginestra leopardiana, il ”fior gentile” che attecchisce sui “campi cosparsi di ceneri infeconde e ricoperti dell’impietrata lava”, spargendo un dolcissimo profumo, contiene una sostanza alcaloide novia molto simile alla nicotina, la citisina, presente anche in un’altra splendida pianta spontanea, il maggiociondolo dai grappoli di fiori color oro. Tra le più comuni piante e fiori da giardino e da appartamento, molte sono tossiche, come l’azalea, la calla, la rosa di Natale, il giacinto o la giunchiglia; ma è anche vero che a nessuno verrebbe in mente di mangiare un bulbo di giacinto o farsi un’insalata di foglie di azalea. Molto più pericolosi sono gli alberi e gli arbusti che producono bacche velenose, perché queste possono confondersi con le bacche commestibili così piacevoli da raccogliere in montagna durante l’estate. Il più temibile di tutti è il tasso, che, non a caso, in molte lingue neolatine e slave trae il proprio nome dalla stessa radice della parola “tossico”, ossia “veleno”, dal greco toxicón (sebbene non tutti i glottologi accettino questa etimologia). Questa bella conifera sempreverde produce minuscole bacche rosse a forma di campanella dal sapore molto dolce, dette “arilli”, da cui fa capolino un seme sferico nero velenosissimo; gli arilli invece sono commestibili, il che rende il tasso ancora più insidioso. Un’altra pianta “a rischio” è il sambuco; la varietà nigra ha diverse proprietà officinali e bacche edibili da cui si ricava un’ottima marmellata; viceversa, le bacche della specie ebulus, molto simili ma di portamento eretto (mentre quelle del sambucus nigra ricadono a grappolo), sono velenose, come velenose sono anche quelle della scenografica phytolacca dagli inconfondibili rami color fucsia.

Nell’antichità si conoscevano e si utilizzavano parecchi veleni di origine vegetale: gli alcaloidi contenuti nella belladonna, nel giusquiamo e nello stramonio; l’aconito, la cicuta, l’elleboro, il colchico e l’estratto di tasso. Il primo secolo dopo Cristo vide un’incidenza abnorme di morti illustri per avvelenamento, come è testimoniato da diversi storici dell’epoca; è raro però che venga menzionato il veleno usato, al massimo se ne descrivono i sintomi. Tacito racconta che Seneca per suicidarsi fece ricorso alla cicuta, come Socrate, forse per sottolineare che anche nel suo caso non si era trattato di una libera scelta. Morirono avvelenati Germanico, padre di Caligola, l’imperatore Tito, Britannico, fratello di Nerone… Sembra che nella Roma di Nerone operasse addirittura un trio di avvelenatrici professioniste, di nome Canidia, Martina e Locusta; ne parla Orazio.

*Tratto da “Fiori del male. Giardinaggio e decadenza”, splendido manuale che, mentre sottolinea che «non sempre, in natura, quello che è bello è anche buono», insegna come creare affascinanti composizioni ornamentali nello stile unico del flower artist Mario Nobile. I testi sono di Arianna Ghilardotti, le fotografie di Ioris Premoli, le illustrazioni di Alberto Fiocco. Lo ha pubblicato 24 ORE Cultura, 2017.

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