Ma quante dee coabitano dentro di noi?

di Alba L’Astorina

L’immagine scelta da Alba L’Astorina per questo suo interessante post è “Il giudizio di Paride”, opera del 1638 del pittore fiammingo Pieter Paul Rubens (1577-1640), custodita al Museo del Prado di Madrid (https://www.museodelprado.es/en/the-collection/art-work/the-judgement-of-paris/f8b061e1-8248-42ae-81f8-6acb5b1d5a0a?searchid=ff0ea7bb-ca00-c375-5f6b-470540ec333e)

Mi è successo, leggendo il libro di Jean Bolen Le dee dentro la donna, qualcosa di analogo a quello che mi è capitato con Donne che corrono coi lupi di Clarissa Pinkola Estés: di riconoscermi in alcuni caratteri femminili di miti e fiabe e di scoprire che quei tratti peculiari mi accomunano a tante altre donne di tutti i tempi. Per dirla con Jung, di cui la Bolen è una allieva, ho scoperto che gli “archetipi”, cioè i modelli di comportamento istintuali in molti personaggi mitologici, che riconosco come miei, mi rendono partecipe di un processo più grande ed universale che lo psicologo austriaco definiva “inconscio collettivo”.
In realtà, non so ancora decidermi quale, tra gli archetipi femminili impersonati dalle sette divinità greche descritte da Bolen, mi calzi meglio. Mi sembra di possedere un po’ dei tratti di ciascuna di loro; di certo, a seconda delle fasi della mia vita, le inclinazioni tipiche di una divinità devono aver “agito” dentro di me maggiormente di altre.
Probabilmente questo mio sentirmi a volte Era, a volte Afrodite, altre volte ancora Artemide, succede perché, come spiega la psichiatra americana, le dee greche, personificazioni immaginarie di donne vissute nella fantasia umana per oltre tremila anni, riproducono o rappresentano tutta la vasta gamma di attitudini che le donne hanno sempre mostrato nei loro comportamenti e che possono convivere in una stessa donna. Millenni fa, quei caratteri femminili erano tutti rappresentati da un’unica Grande Dea, forza vitale responsabile tanto della creazione quanto della distruzione della vita. Successivamente, i tratti si sono “dispersi” in più divinità femminili, com’è accaduto nella mitologia greca, in cui ciascuna dea rappresenta un’indole peculiare della donna, spesso in conflitto se non in aperta contesa con le altre (1).
Le dee greche, secondo Bolen, fungono da archetipi, cioè “modelli potenziali nella psiche di una donna”, e vengono attivati nel corso della sua vita a seconda di tanti fattori, come la predisposizione personale, la famiglia di origine, la cultura, le fasi ormonali, i periodi della vita, le scelte fatte, o più semplicemente, a seguito di eventi fortuiti. Esplorare i caratteri-archetipi di ognuna di queste divinità, secondo Bolen, è uno “strumento di comprensione profonda” per ciascuna donna e può anche essere un importante fattore di cambiamento.

Vergini, vulnerabili o alchemiche?
Delle più importanti divinità presenti nell’Olimpo, Bolen distingue tre categorie: le dee vergini, le dee vulnerabili e le dee alchemiche.
Le dee vergini sono Artemide (Diana nella cultura romana), dea della caccia e della luna, Atena (Minerva), dea della saggezza e dei mestieri, ed Estia (Vesta), dea del focolare. Esse rappresentano le qualità femminili dell’indipendenza e dell’autosufficienza, ed esprimono il bisogno di autonomia della donna e la sua capacità di concentrarsi consapevolmente su una meta. Sono queste dee che dimostrano come la spiritualità, la capacità di agire con determinazione e obiettività, il pensiero logico, non siano “attributi maschili” che la donna imita come, in misura e modi diversi, credevano sia Freud sia Jung.
I ruoli più tradizionali attribuiti alle donne, di moglie, madre e figlia, sono rappresentati dalle dee vulnerabili: Era (Giunone), dea del matrimonio, Demetra (Cerere), dea delle messi, e sua figlia Persefone (Proserpina) (2). Queste dee esprimono il bisogno di appartenenza e di legame tipico delle donne, l’orientamento al rapporto, da cui dipende la loro identità ed il loro benessere; qualità che, nella storia di queste dee, sono spesso anche motivo di sofferenza e di vulnerabilità.
Afrodite (Venere nella tradizione romana) è la dea alchemica per eccellenza, divinità dell’amore e della bellezza, con enormi poteri di trasformazione, in sé e negli altri.
Ai caratteri di ognuna di queste dee Bolen dedica un capitolo del suo libro, ne racconta genesi e mito, aspetti dell’archetipo nelle fasi della vita, punti di forza e fragilità, le diverse modalità di consapevolezza. Quando leggo delle “coscienza diffusa”, tipica delle dee vulnerabili, capisco alcune espressioni che usava mia madre sulla capacità di alcune donne di sentire il pianto del figlio anche in una stanza piena di rumori. È in azione la “coscienza selettiva”, che permette di cogliere l’insieme di una situazione e nel contempo di non trascurare i suoi particolari. All’opposto, la “coscienza polarizzata”, tipica delle dee vergini, permette loro di concentrarsi su un argomento senza farsi distrarre da quello che accade loro intorno. Sono tratti peculiari e preziosi, che possono però nascondere insidie, avverte la studiosa: una coscienza troppo diffusa può impedire a una donna di concentrarsi su qualcosa di importante per lei (ad esempio lo studio o un lavoro); e una troppo polarizzata portarla a trascurare la presenza e le ragioni degli altri.
Affinché la donna possa vivere pienamente, secondo Bolen, occorre che essa non ceda ai “capricci” di una sola dea, ma che nella sua vita trovino in qualche modo espressione gli archetipi di tutte e tre le categorie. Perché se in donna predomina quello di Artemide, essa rischia di non sviluppare empatia per gli altri; se si lascia troppo dominare da Demetra, il suo bisogno di rendersi indispensabile, rischia di generare nei figli insicurezza e inadeguatezza, e in se stessa un senso di svuotamento e di perdita di senso quando loro decidono di andare per la loro strada. Una donna “governata” da Afrodite, incline a innamorarsi dell’uomo che (crede ogni volta) perfetto, deve stare invece attenta a non perdere la dimensione umana dell’amore.

Comprendere per agire: il mito di Psiche
Esplorare i caratteri-archetipi delle divinità greche, oltre ad essere un efficace strumento di “comprensione profonda”, è un modo per accettarsi, e anche per cambiare o attenuare aspetti della propria personalità che non ci piacciono o ci fanno vivere male. In ogni mito c’è un momento di evoluzione che permette al suo protagonista di individuare una possibilità di crescita, e quindi di avere sempre delle alternative. Per alcuni questa opportunità passa attraverso la sofferenza. È il caso di Demetra che, dopo aver vagato raminga sulla terra, disperata per il rapimento della figlia Persefone ad opera di Ade, decide di accettare l’offerta di fare da nutrice a un altro bambino. E della stessa Era, che dopo aver trascorso la vita a vendicarsi delle molte amanti di Zeus, decide di rinunciare al suo vittimismo. Ma fra tutti, il mito di Psiche, rappresenta la metafora per eccellenza della crescita psicologica della donna.
Psiche è una donna mortale, incinta, che cerca di riunirsi allo sposo, Eros, figlio di Afrodite e dio dell’amore. La dea, per metterla alla prova, le assegna quattro compiti, ognuno con un significato simbolico, corrispondente ad una capacità che la donna deve sviluppare per poter crescere.
Psiche dovrà cioè separare i semi, distinguendo ciò che è importante da ciò che non lo è; prendere un fiocco di lana del Vello d’Oro, cioè acquistare il potere senza lasciarsi distruggere, o perdere il suo carattere umano e comprensivo; dovrà riempire l’ampolla di cristallo, immergendosi nel flusso della vita, simboleggiato dall’acqua, mantenendo al contempo una distanza emotiva. Dovrà, infine, recarsi nel mondo degli inferi per riempire uno scrigno con l’unguento dell’eterna giovinezza, e durante il percorso resistere alle persone che le chiederanno aiuto: imparerà così a dire di no e ad esercitare il diritto di scelta.
Attraverso questi quattro compiti Psiche si evolve, sviluppa capacità e forza. Analogamente la donna, passo dopo passo attraverso il suo viaggio di evoluzione, diventerà una persona capace di scelte consapevoli, e di decidere da sola, di volta in volta a quale dea assegnare la “mela d’oro”. Perché, conclude Bolen, ogni donna è il personaggio principale nell’intreccio rappresentato dalla storia della propria vita.
Ps : ho scoperto che la studiosa ha scritto anche gli dei dentro l’uomo, lo leggerò per provare a comprendere l’altra metà dell’Olimpo sulla terra e come la coesistenza di caratteri diversi possa essere complementare e non motivo di separazione tra i sessi (3).

(1) Secondo la Bolen, che basa la sua tesi su ipotesi avanzate da archeologi, storici, antropologi e studiosi del mito, nella “vecchia Europa” (oltre 5000 anni fa), la prima civiltà europea aveva una cultura “matrifocale”, fatta da popolazioni stanziali pacifiche, amanti delle arti e della terra, legate al mare, e che adoravano la Grande Dea. Conosciuta con tanti nomi (tra questi, Astarte, Ishtar, Nut, Iside, Ashtoret, Nina), la Dea era ritenuta forza vitale responsabile tanto della creazione quanto della distruzione della vita. Nelle successive ondate di invasioni di popolazioni indo-europee (tra il 4500 e il 2500 a. C.), le divinità femminili vennero incorporate nelle religioni degli invasori, e simboli e poteri una volta concentrati in un’unica Dea, vennero ripartiti tra più divinità femminili. Così è stato per la cultura Greca, in cui le dee, ciascuna con un carattere proprio e spesso in conflitto con le altre, convivevano nell’Olimpo accanto alle divinità maschili. Con l’avvento delle religioni monoteiste ebraica, cristiana e musulmana, secondo gli studiosi, si compie definitivamente la detronizzazione della Grande Dea, e la divinità maschile assume un posto predominante rispetto ai ruoli femminili.

(2) Persefone, che non è una dea, viene aggiunta dalla autrice perché il suo mito è inseparabile da quello della madre.

(3Per i greci la dualità, cioè la coesistenza di caratteri apparentemente in contrasto tra loro, come il maschile e il femminile, era complementare. Secondo Bolen, le culture occidentali hanno messo l’accento sulla dualità come separazione o differenziazione tra maschile e femminile, mente e corpo, logos ed eros, attivo e ricettivo, che diventano tutti valori superiori e inferiori.

AGGIORNATO IL 5 GIUGNO 2017

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2 Risposte

  1. Grazie Alba, hai suscitato la mia curiosità e mi hai dato lo spunto per un’interessante lettura estiva.

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  2. grazie a te Maria Elena, in effetti è una lettura che a me ha accompagnato tutto l’inverno .. non è impegnativa ma mi divertiva molto farmi fare compagnia la sera da tante Ne approfitto per ringraziare la miaa mica Monica Celaia, bravissima psicoterapeuta napoletana, che mi ha fatto scoprire il libro, regalandomelo. Io lo consiglierei a tutte le donne madri di femmine, ma anche di maschi!! è importante conoscersi meglio nelle reciproche “dinamiche” al di là di facili stereotipi.!! un abbraccio anche io ti leggo sempre con piacere!

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