Quella notte a Siracusa: madre e figlio in carrozzella dai Vittorini

Testimonianza di Alessandro Quasimodo

raccolta da Paola Ciccioli

L’attore e regista Alessandro Quasimodo festeggia oggi, 22 maggio, il suo compleanno. In questa bellissima immagine è un bambino biondo in braccio alla mamma Maria Cumani alla quale è stato sempre molto vicino, specie nel difficile momento in cui la danzatrice e poetessa decise di separarsi dal marito, il poeta Salvatore Quasimodo (foto da https://www.facebook.com/mariacumani/?fref=ts)

Gennaio, le 11 di sera. Freddo e buio. Mamma e io siamo su una carrozzella che avrebbe dovuto portarci a casa Vittorini. E invece ci troviamo di fronte al cancello del Parco archeologico. «Lei ha detto l’orecchio di Dionìsio». «No, no: Riviera di Dionìsio il Grande, le avevo chiesto di portarci al numero 82 di Riviera Dionìsio il Grande». Mia madre protestava con il conducente: «ma si immagini se lascio qui mio figlio. E dove lo faccio dormire?». In effetti, il percorso in carrozzella dalla stazione era stato piuttosto lungo, e anch’io mi ero chiesto come mai così tanta strada.

È stato questo il mio primo impatto con la Sicilia, un posto che non avevo mai visto prima. Stavo per fare il mio ingresso in casa dei genitori di Elio Vittorini, l’ex marito di zia Rosina nonché mio padrino di battesimo. E l’idea di farmi lasciare Milano per frequentare le medie a Siracusa era stata proprio sua, di Rosina. L’aria di città non mi faceva bene, ero spesso febbricitante. «Mitia», zia chiamava così suo figlio Demetrio, «è giù dai nonni. Perché non chiediamo ai miei ex suoceri se terrebbero a pensione anche Alessandro?».

Mamma mi aveva accompagnato in un viaggio in treno durato più del previsto a causa del consueto atavico ritardo. Adesso, anziché a destinazione, ci trovavamo davanti al Parco archeologico e per di più al buio. I Vittorini non avevano il telefono, i cellulari erano ben al di là da venire. «Non possiamo mica arrivare a mezzanotte in casa di queste persone, che neppure conosciamo», fu la considerazione di mia madre. Ce ne andammo dunque in albergo e l’indomani mattina salimmo su un’altra carrozzella, questa volta verso l’indirizzo giusto.

Ad accoglierci c’era “il professore”, Sebastiano, il padre di Elio. Aveva un’aria da antico istitutore, di quelli che un tempo si trovavano nelle famiglie bene e, oltre che ospitarmi, aveva anche il compito di seguirmi negli studi. Insieme con la Sicilia, feci la scoperta di cosa fosse una branda, esattamente quella in cui avrei dovuto dormire, dividendo la stanza con Demetrio, anche lui su una branda gemella della mia. Un letto avevo sempre avuto. Quella sistemazione mi era parsa una cosa da poveri, da rifugiati. Quasi un segno, più che di instabilità, di mancanza di mezzi. Mi sembrava un contesto “inventato”, una casa come quella, a Milano, l’avrei giudicata provvisoria. Colpiva l’assenza di cura nei dettagli, in altri appartamenti senza grandi agi non avevo notato le stesse “casualità” che ora avevo di fronte. Nell’appendere i quadri, per esempio, dai Vittorini un’immagine piccola così poteva essere collocata tra un santino e l’attestato di servizio nelle Ferrovie. Non so, l’insieme era piuttosto bizzarro.

Mia madre rimase due, al massimo tre giorni. Aveva la scuola di danza, le lezioni. E poi doveva accudire il poeta.

© Riproduzione riservata

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