«Non toccate i morti, così rossi, così gonfi»

di Salvatore Quasimodo*

MILANO, AGOSTO 1943

Invano cerchi tra la polvere,
povera mano, la città è morta.
È morta: s’è udito l’ultimo rombo
sul cuore del Naviglio. E l’usignolo
è caduto dall’antenna, alta sul convento,
dove cantava prima del tramonto.
Non scavate pozzi nei cortili:
i vivi non hanno più sete.
Non toccate i morti, così rossi, così gonfi:
lasciateli nella terra delle loro case:
la città è morta, è morta.

Un documento inedito molto importante e caro: la pagina di un album con le immagini di Salvatore Quasimodo appena arrivato a Stoccolma, dopo un lungo e stancante viaggio in treno, per ritirare il Premio Nobel. Le fotografie sono state fatte avere a Paola Ciccioli dalla signora Claretta Rossetti, che la giornalista ha incontrato tempo fa all’Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma durante un convegno al quale hanno partecipato il figlio del poeta, Alessandro Quasimodo, e Sergio Mastroeni, fondatore del Parco letterario di Roccalumera (Messina), intitolato proprio al Premio Nobel per la letteratura 1959

*Quando sento pronunciare alla radio la parola “bomba”, quando leggo dei bombardamenti in Siria (l’ultimo quello di poche ore fa da parte degli americani contro la base aerea da cui è partito l’attacco chimico che ha fatto strage – anche di bambini – nella provincia di Idlib). Quando cammino e osservo i palazzi di Milano. E mi domando com’era prima delle bombe degli alleati, piovute su case e monumenti durante la seconda mondiale. Penso a quanta parte di mondo le guerre stanno distruggendo: adesso, così. E mi dico che questa poesia non ha un tempo e un luogo definiti. No, «i morti, così rossi, così gonfi» sono quelli di sempre, di ogni latitudine, di ogni religione, di ogni potere, di ogni follia.
La poesia è tratta da Quasimodo. Poesie, Discorsi sulla poesia, i Meridiani (Arnoldo Mondadori Editore, 1971).
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