Le bombe su Palermo e Macerata, in mezzo «il destino di una ragazza salvata dallo stomaco vuoto»

di Eliana Ribes

Anna Caltagirone Antinori in una foto della giovinezza a Cupra Marittina, nelle Marche. Eliana Ribes, accogliendo la sollecitazione di Paola Ciccioli, è andata a trovarla nella sua casa di Macerata e ha poi trascritto per il nostro blog i suoi straordinari ricordi

Ho rivisto Anna Caltagirone Antinori dopo quasi 50 anni. Sono stata spinta dal desiderio di chiedere a lei, che con tanta efficacia aveva descritto il suo lavoro di maestra svolto per 41 anni in provincia di Macerata, qualcosa sul legame che nella sua vita aveva unito la Sicilia alle Marche, perché dal profilo Facebook risulta essere “di Palermo”. Ne è venuto fuori un racconto incredibilmente interessante, perché la sua piccola storia individuale si è intrecciata con la grande storia, quella che si studia sui libri: il bombardamento di Palermo, lo sbarco degli alleati, l’Italia divisa in due, l’armistizio dell’8 settembre.
Ed io le parole che ho ascoltato da lei, dopo averle fatte mie e rielaborate, gliele restituisco, perché non c’è niente di più efficace per descrivere la sua vita che “ascoltarla” direttamente dalla sua voce:
«Nell’aprile del 1943 ero una ragazza di diciassette anni e a Palermo frequentavo il penultimo anno dell’Istituto magistrale. Mio padre, conduttore nelle ferrovie, era morto quando ero ancora piccola e io, ultima di cinque figli, potevo studiare grazie ad una borsa di studio. Quell’anno le condizioni di vita nella mia città si erano fatte insostenibili e addirittura drammatiche divennero dopo che, nel mese di aprile, Palermo fu ripetutamente e pesantemente bombardata dagli alleati, che ridussero a cumuli di macerie case, chiese, ospedali e altri edifici di pubblico interesse. Anche la mia scuola, per fortuna di notte, fu distrutta e per quell’anno non riaprì più. Io fui promossa con i voti del secondo trimestre e così non persi l’anno, ma niente riusciva a consolarmi perché avevo una fame terribile e i dolori dello stomaco vuoto mi tormentavano. I negozi erano tutti chiusi, non si poteva comprare più niente, si comprava solo al mercato nero, ma quello che si rimediava non era sufficiente a mamma per sfamare quattro figlie.

 Avevo un fratello più grande di me di dieci anni, Pasquale detto Lino, ufficiale di fanteria a Macerata, che a forza di leggere le mie continue lagnanze mi propose: “Vieni su, qui la fame non si soffre, la zona è prettamente agricola, qualcosa da mangiare si rimedia sempre!”. Allora io cominciai a prendere l’idea in seria considerazione e nemmeno l’attaccamento che nutrivo verso mamma e le sorelle riuscirono a trattenermi. Quando seppi che la madre di un militare di stanza a Macerata, nostra conoscente, andava a trovare il figlio, presi la decisione: “Io vado a mangiare” dissi a me stessa e alla mia famiglia, e partii.

Palermo venne bombardata dagli alleati il 18 aprile e poi, con effetti ancora più devastanti, il 9 maggio del 1943 (immagine da http://www.iostudionews.it/)

Veramente un tentativo di coinvolgere la sorella più vicina a me per età lo feci, ma non servì a nulla, perché era troppo impaurita dall’idea che il traghetto potesse essere silurato e il treno mitragliato. Cosa che puntualmente accadde, a Salerno, quando il treno dovette fermarsi in aperta campagna, senza però riportare danni. Come Dio volle arrivammo a Roma e di seguito a Macerata. Qui conobbi la fidanzata di mio fratello, che venne a salutarmi alla stazione, e da lì proseguii per Cupra Marittima, dove Lino comandava il distaccamento di fanteria che faceva capo a Macerata.

La sua accoglienza fu molto calorosa ma ancor di più mi si riscaldò il cuore quando dentro la credenza della cucina vidi un ciambellotto che sognavo da tre anni! L’amenità del posto e la qualità del cibo mi rimisero presto in forze, anche se mio fratello mi raccomandava: “Mangia piano, vacci piano, a poco a poco, vedrai che lo stomaco si riabituerà a mangiare regolarmente!”. Mi riusciva difficile, infatti, sentirmi completamente sazia.
L’estate del 1943 portò delle sconvolgenti novità: lo sbarco degli alleati in Sicilia e l’armistizio dell’8 settembre. Per me significò il completo isolamento dalla mia famiglia, perché non si poteva più passare né da una parte né dall’altra. Tramontava ogni idea di ricongiunzione tra noi due fratelli residenti a Macerata e il resto della famiglia rimasta a Palermo. Anzi, la posizione di Lino, che era ufficiale, si fece ancora più critica e quanto mai delicata perché l’esercito si era sciolto e lui, per non collaborare, dovette fuggire in montagna, ad Acquaviva Picena.

Il senso di responsabilità che avvertiva nei miei confronti, però, non venne mai meno; fu sua premura affidarmi ai genitori della fidanzata, a Macerata, in attesa di tempi migliori. Per quel che mi riguarda non mi sono mai scoraggiata o sentita abbandonata, anche in questa famiglia mi sono saputa far benvolere e sono riuscita a vivere serenamente. L’anno di scuola che ancora mancava al diploma, però, lo dovevo frequentare e così mio fratello, in una rapida incursione a Macerata, mi presentò alla direttrice dell’Istituto magistrale per trovare una soluzione all’iscrizione. Si pose il problema della classe in cui dovevo essere inserita, perché nel penultimo anno delle magistrali, anche se promossa, avevo frequentato un trimestre in meno. Il mio stato d’animo oscillava tra l’umiliazione di dover ripetere l’anno scolastico e la paura di affrontare l’ultimo senza un’adeguata preparazione, perché non potevo essere alla pari con le altre ragazze. Non sapevo cosa augurarmi e in questa situazione piangevo per davvero. Il coraggio e l’intraprendenza che fino ad allora avevo dimostrato, tutto ad un tratto, di fronte all’orgoglio, mi venivano a mancare. Per fortuna il compromesso lo trovò suor Albina: “Facciamo così”, mi disse, “ti evito le prove preliminari e ti inserisco direttamente nell’ultimo anno, in prova s’intende! Se riesci a recuperare il programma e a metterti al livello delle altre compagne bene, altrimenti trascorsi i tre mesi ripeti l’anno scolastico! Mi sembri volenterosa e non voglio precluderti alcuna possibilità”. Così mi sono data da fare, aiutandomi in tutti i modi e senza ricorrere a nessuno: ero uscita indenne da bombardamenti e mitragliamenti, non potevo perdermi d’animo di fronte a questa difficoltà! L’idoneità a rimanere nell’ultima classe alla fine mi fu riconosciuta.

«Il 3 aprile, lunedì della settimana Santa del 1944, Macerata fu vittima di un bombardamento aereo che provocò 110 morti e oltre 200 feriti lasciando senza abitazione quasi 1600 maceratesi» (http://www.emmausonline.it/)

La storia però doveva fare il suo corso, gli alleati avanzavano, i tedeschi, braccati, si ritiravano, e il 3 aprile del 1944 ad essere martoriata fu Macerata. Ci fu un terribile bombardamento, gli obiettivi militari furono mancati, anche se di poco, e le bombe colpirono le abitazioni civili: ci furono macerie e morti. La mia scuola rimase miracolosamente indenne ma, come a Palermo, anch’essa per quell’anno scolastico dovette chiudere i battenti. Fu così che in mezzo a distruzione e morte io divenni maestra, perché il diploma magistrale ci fu rilasciato lo stesso, anche senza aver frequentato gli ultimi tre mesi e senza aver sostenuto gli esami. Quanto tempo avevo ora da riempire senza la scuola! Le belle giornate primaverili erano interminabili ed anche le mie peregrinazioni non erano destinate a finire. Mio fratello dopo un po’ mi sistemò fuori Macerata, a Chiesanuova di Treia, nella casa dei genitori del suo attendente, persone così accoglienti che mi facevano addirittura dormire nella camera matrimoniale, in un lettino che avevano sistemato vicino al loro, dove trovava posto, in mezzo a babbo e mamma, un bambino piccolo. Anche in questa situazione ringraziai Dio e mi adattai, perché questa famiglia contadina, oltre al senso di ospitalità che possedeva, mi sfamava con i frutti del proprio lavoro. Successivamente il parroco del luogo, don Antonio, mi trovò un’altra sistemazione: a casa di una vecchietta che abitava proprio lungo la strada. Faceva dei frascarelli che erano una bontà! Così buoni che ancora mi sembra di sentirne il sapore in bocca, conditi semplicemente con il lardo e l’aglio! Fu proprio don Antonio, un bel giorno, a portarmi da Macerata il mio diploma, arrotolato dentro una mano. Che emozione! Mio fratello, anche da lontano, riusciva sempre a tessere una tela di rapporti e a farmi sentire la sua vigile attenzione e la sua tenerezza. Con alcune famiglie vicine avevo stretto buoni rapporti, in particolare mi affezionai ad una signora, sfollata, che aveva tre bambini; li ricoprivo di attenzioni e li portavo a passeggio.

Oggi, 3 aprile 2017, l’Associazione vittime civili di guerra ricorda i morti del bombardamento di Macerata nella seconda guerra mondiale

Come Dio volle gli alleati e i tedeschi si allontanarono, le Marche furono liberate, il pericolo da noi era scampato ed allora io e mio fratello, a dicembre, partimmo alla volta di Palermo, per ricongiungerci alla famiglia lontana. Fino ad allora avevamo tenuto i rapporti tramite la Croce Rossa, che offriva un vero e proprio servizio di ricerca e di collegamento tra le persone lontane. Salimmo su un carro bestiame adibito al trasporto delle persone, che ogni tanto si fermava in qualche stazione per farci utilizzare i servizi igienici e permetterci di sgranchire le gambe, considerato che per la maggior parte del viaggio eravamo seduti per terra.
Rividi così dopo tanti mesi la mia cara Palermo, le quattro sorelle e mia madre, che, sempre in pensiero per i figli lontani, stava facendo la novena dell’Immacolata Concezione, festa che ricorreva il giorno dopo. Ero ritornata a casa sana e salva, in compagnia di mio fratello, e avevo dato a mia madre la soddisfazione di ritrovarsi una figlia diplomata maestra! E se devo chiedere a me stessa quale è stata la spinta che ha reso possibile tutto ciò la risposta è una sola e immediata: “la fame, è stata la fame, tutto il mio destino è dipeso dallo stomaco vuoto!”».

AGGIORNATO IL 7 APRILE 2017

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3 Risposte

  1. Un grazie alla forza della memoria della maestra Antinori, un grazie a Eliana Ribes che ne è stata il tramite e uno a Paola che tesse tele preziose. Per non dimenticare e per imparare. Con gratitudine, Angela Giannitrapani

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  2. Che bel viaggio stiamo facendo, insieme. Quante cose imparo…

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