Gli intrecci del caso ci portano nella Basilica di San Marco, a Roma

a cura di Giuliano Degl’Innocenti*

Ci prepariamo ad andare a Roma per presentare, il 30 marzo al Centro Studi Marche di via dei Coronari, “È come vivere ancora”, il libro edito dall’Associazione Donne della realtà. E allora uno dei luoghi che vogliamo far rivivere è la Basilica di San Marco in Campidoglio, di fianco a Palazzo Venezia, dove Mariagrazia Sinibaldi, autrice del libro, si è sposata il 28 ottobre 1958. In questa foto, che per l’occasione ha estratto dalla scatola dei ricordi, è con il padre Giorgio: «in questa stessa chiesa ho ricevuto il battesimo e in questa medesima chiesa si sono sposate mia madre, Augusta Marconi, e tutte le mie zie e cugine»

Nel 1451 il cardinale Pietro Barbo arriva a Roma da Venezia. Ha il patriarcato della chiesa di San Marco, che ha accanto la torre degli Annibaldi, ed un piccolo ospedale per i pellegrini veneziani.

Decide di farsi costruire una residenza proprio lì ai piedi del Campidoglio, in una zona quasi disabitata (all’epoca tutto il mondo clericale era a ridosso del Vaticano in costruzione, mentre il Papa risiedeva in Laterano). La sua concezione politica lo spinge a cercare un dialogo tra il potere religioso del Vaticano e il potere civile del Campidoglio.

La chiesa che il cardinale trova risale all’epoca costantiniana, era stata infatti eretta nel 336 da papa Marco, in onore di San Marco Evangelista; di questa costruzione più nulla rimane. Adriano I nell’VIII secolo l’aveva restaurata, ma nel IX secolo Gregorio IV era stato costretto a riedificarla completamente (i mosaici ancora esistenti sono di quell’epoca).

Su questa chiesa del IX secolo, alquanto malridotta, il futuro Papa Paolo II Barbo, a metà del 1400, fa erigere l’attuale chiesa di San Marco su progetto di Bernardo Rossellino (o di Leon Battista Alberti che in quegli anni era a Roma) e ne fa la chiesa nazionale veneta in Roma. La loggia superiore, realizzata qualche anno più tardi, è attribuita a Giuliano da Maiano. I restauri seicentesco e settecentesco daranno all’interno l’aspetto odierno.

Dell’antico è rimasta la forma basilicale, i mosaici absidali, parte del pavimento cosmatesco e il soffitto rinascimentale.

La facciata è caratterizzata dalla loggia delle benedizioni e dal portico, nel quale sono da notare le pareti cosparse di lapidi e di stemmi oltre alla lastra tombale di Vannozza Cattanei (amante di Alessandro VI Borgia) recuperata dopo un suo utilizzo, rovesciata, come lastra pavimentale. Inoltre è presente un parapetto esterno di un antico pozzo con iscrizione e due piccoli leoni ai piedi del portale finemente scolpito e sormontato da una lunetta dove è raffigurato San Marco Evangelista (bassorilievo quattrocentesco di artista toscano ignoto, da alcuni individuato in Isaia da Pisa).

Il campanile a trifore è del XII secolo.

Il vasto ambiente interno è diviso in tre navate. La doppia fila delle colonne abbinate ai pilastri che sorreggono gli archetti delimitanti le volte a crociera delle navate laterali produce un effetto originale. In alto la luce che penetra attraverso finestre bifore romaniche fa risaltare il soffitto ligneo a cassettoni, adorno di fregi e di rosoni dorati che emergono dal fondo azzurro. Nel mezzo, in tre riquadri più grandi, è riprodotto lo stemma di Paolo II. Soffitto realizzato tra il 1466 e il 1468 dagli architetti della Cappella Sistina in Vaticano, i toscani Giovannino e Marco de’ Dolci.

In basso si stende il pavimento bianco e nero, interrotto nel centro da pietre tombali e da un mosaico policromo, resto dell’antico splendore duecentesco.

Sopra il colonnato affreschi e bassorilievi in stucco entro cornici dorate sono frutto degli interventi barocchi. Sono rappresentate storie di santi e di martiri, eseguite da diversi pittori e scultori secenteschi tra i quali Pier Francesco Mola, Francesco Allegrini, il Borgognone ed altri.

Una delle cugine di Mariagrazia, “Titti”, cioè Letizia Santucci, il giorno del matrimonio con Roberto Volpini. Siamo particolarmente legati a questa immagine perché in questo caso è stata Elisabetta Volpini (la figlia di “Titti”) a estrarla per noi dall’album dei ricordi in occasione della prima presentazione di “È come vivere ancora”: il 22 luglio 2016 al Circolo della Vela di Porto Recanati, nelle Marche

Più volte nel corso dei secoli le decorazioni interne sono state restaurate; nonostante ciò sono andati perduti molti affreschi nelle navate laterali, questo è dovuto soprattutto alla situazione sfavorevole della chiesa che, avendo il pavimento ad  un livello alquanto più basso della strada, è soggetta agli effetti negativi del ristagno dell’aria umida.

I mosaici del catino dell’abside, come si è detto, sono del IX secolo. Sul fondo d’oro (il fondo oro è nello stile bizantino, cioè orientale) si scorge nel centro il Redentore benedicente con ai lati San Marco Papa, San Agapito, Sant’Agnese, San Feliciano, San Marco Evangelista e il Pontefice Gregorio IV con il nimbo quadrato e la riproduzione in piccolo della chiesa. Certa critica non ritiene che l’opera abbia particolari pregi artistici, specie se messa a confronto con i mosaici che si trovano in altre chiese e realizzati nello stesso secolo, come quelli in San Prassede e in Santa Cecilia. Le figure sono avvolte in rigidi manti, con gli occhi spalancati quasi sbarrati e sembrano statue in fila. Completa il mosaico il consueto Agnello divino, le dodici pecore simboliche e l’iscrizione dedicatoria ispirata forse dal mosaico dei Santi Cosma e Damiano. Sull’arcone la decorazione musiva mostra la figura del Salvatore fra due profeti e i simboli degli Evangelisti.

Nel Seicento e nel Settecento i rimaneggiamenti sono voluti dall’ambasciatore veneziano Niccolò Sagredo e dal cardinale Angelo Maria Querini.

Nel tamburo dell’abside vi sono tre pitture: nel centro l’affresco “San Marco Evangelista” di Giovanni Francesco Romanelli, detto il Viterbese (1610 – 1662), che mostra San Marco difensore della fede, rappresentata da una donna con una croce. Lateralmente due tele rappresentanti episodi del martirio del santo eseguite dal Borgognone (Jacques Courtois  1621 -1676 ). Al centro tra gli scanni del coro si vede un medaglione dorato con l’effigie di Paolo II, postovi durante il restauro settecentesco dal Cardinale Querini.

Il presbiterio è elevato di diversi gradini e vi si accede attraverso due archi sostenuti da quattro colonne di porfido, appartenenti all’antico tabernacolo, poggianti sulla balaustra marmorea. Nel presbiterio si può ammirare la parte meglio conservata del pavimento cosmatesco.

L’altare maggiore, rinnovato nel restauro settecentesco, conserva, sotto la mensa in un’urna di granito egizio, il corpo di san Marco Papa. Sotto, nella confessione, attraverso la “fenestella confessionis” si vede l’antico sotterraneo, scoperto nel 1843, in cui Gregorio IV aveva deposto le ossa di molti martiri.

Gli affreschi nella navata centrale, già elencati in una descrizione della basilica fatta nel 1660 da un anonimo, hanno la seguente progressione a partire dall’ingresso. Parete destra, dedicata ai santi Abdon e Sennen:

I due santi seppelliscono i corpi dei martiri del Borgognone

Rifiutano di sacrificare agli idoli di Giovanni Angelo Canini (1609 – 1666)

Sono legati al carro dell’imperatore Decio di Francesco Allegrini

Affrontano il martirio di Pier Francesco Mola.

Parete sinistra:

Incoronazione di Papa Marco del Borgognone

Fondazione della Basilica del Canini

Consacrazione della Basilica dell’Allegrini

Traslazione del corpo di Papa Marco di Fabrizio Chiari (1615 – 1695).

Opere dello scultore Carlo Monaldi (1683 – 1760) sono i dodici altorilievi in stucco tra un affresco e l’altro.

Al centro della navata, presso la porta d’ingresso, un puteo da pozzo iscrizione funge da fonte battesimale.

Nelle navate minori grandi nicchie si aprono nelle pareti alternativamente adibite a cappelle e a monumenti funebri. L’alternarsi delle rientranze con lo sporgersi dei monumenti dà un aspetto vario e interessante alle navate.

Si notano sul primo altare a destra una “Resurrezione” di Jacopo Palma il giovane (1544 – 1628), opera cupa appena rischiarata da una luce dorata nella quale ascende il Cristo. Sul terzo altare una “Adorazione” di Carlo Maratta (1625 – 1713) mostra le doti coloristiche del pittore anconetano, sia nell’azzurro manto della Vergine sia in quello rosso di uno dei Magi e nel cielo sereno ed arioso, ma la figura della Vergine risulta fredda e statuaria.

Nella navata di sinistra notevole è la tela di Pier Francesco Mola (1612 – 1666), raffigurante San Michele Arcangelo con le ali spiegate e le vesti svolazzanti, che piomba dall’alto sul demonio avvolto nella caligine. I critici apprezzano i suggestivi accordi cromatici del pittore lombardo, influenzato dalla pittura veneta. Un altro quadro interessante è la “Concezione” del romano Ciro Ferri (1634 – 1689), allievo di Pietro da Cortona.

Tutti sontuosi sono i monumenti sepolcrali di illustri personaggi veneti, che si alternano alle cappelle. A sinistra il busto del Cardinale Marco Antonio Bragadino scolpito nel 1658 da Antonio Raggi (collaboratore del Bernini), il sarcofago del Cardinale Capranica segretario di Martino V Colonna del 1476, ed altri. A destra l’originale monumento policromo del Cardinale Francesco Pisani, vescovo di Ostia (1570), vicino all’uscita laterale il medaglione di Leonardo Pesaro scolpito dal Canova (1757 – 1822).

In fondo alla navata di destra si apre la cappella del Sacramento progettata da Pietro da Cortona; nel pavimento la pietra tombale del Cardinale Marco Barbo, il nipote di Paolo II. Nelle pareti laterali affreschi del Borgognone mal ridotti riguardanti Aronne che raccoglie la manna ed il Sacrificio di Aronne, e sull’altare un prezioso dipinto quattrocentesco: “San Marco Papa”, attribuito da alcuni a Melozzo da Forli (1438 – 1494) discepolo di Piero della Francesca. Un’altra tela, attribuita pure a Melozzo, si trova nell’aula Capitolare; essa raffigura San Marco Evangelista intento a scrivere. Qui felice risulta la ricerca prospettica e la resa volumetrica.

Un gioiello si trova in sacrestia: il tabernacolo marmoreo, che anticamente adornava l’abside, opera di Mino da Fiesole (1430 – 1484) e di Giovanni Dalmata (1440 – 1509). Nella lunetta in alto l’Eterno benedicente, sotto due pannelli con bassorilievi ai lati del ciborio; in uno sono rappresentati Giacobbe, Isacco e Rebecca, opera del Dalmata, nell’altro Melchisedech che offre il pane ad Abramo realizzato da Mino da Fiesole.

*Giuliano Degl’Innocenti, ingegnere romano con un amore che definirei “capillare” per la storia e l’arte di Roma, qualche anno fa mi ha generosamente fatto da guida nella capitale, decidendo di terminare la nostra non breve passeggiata con la visita alla Basilica di San Marco, lì, davanti al Campidoglio. Non conoscevo ancora Mariagrazia e certo non potevo immaginare che quella fosse la “sua” chiesa. La coincidenza mi ha fatto venire un’idea (più di una, per la verità), ma per il momento dico soltanto che vorrei coinvolgere Giuliano negli intrecci di passioni e di saperi su cui si fonda la nostra Associazione. Lo ringrazio per questo contributo e ringrazio anche Ugo, suo figlio e mio amico, che ci ha fatto incontrare. Intanto stampate le notizie che ha cercato ed elaborato per noi e poi ne riparliamo.

A presto, a Roma.

(Paola Ciccioli)

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Una Risposta

  1. Mariagrazia ha inviato questo Sms: «Ho letto tutto l’articolo dell’amico ingegnere, è decisamente molto particolareggiato. L’unica cosa che posso notare è questa: quando mi sono sposata io il fonte battesimale non era nella navata centrale, è stato messo dopo».

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