La storia del cuore raccontata con “lo parlà schietto e puro”

di Nazzareno Gaspari*

Per la copertina del loro libro, Eliana e Silvano hanno scelto la cartolina che Giuseppe Ribes inviò alla fidanzata il 25 aprile 1914

C’è una storia non scritta da cui proveniamo: è nel groviglio di affanni, ansie, sofferenze, fatiche, sacrifici, speranze, affetti, valori attraverso cui di generazione in generazione si è forgiato il nostro modo di stare in questo mondo e si è profilato il senso che gli diamo. Non ha gli onori della Storia con la S maiuscola ma la incrocia e la subisce; è storia tanto anonima e appartata nel suo svolgimento, quanto inaccessibile se non alle ragioni e alle domande del cuore.

Molto (o tutto) di essa rischia di perdersi nel passare delle generazioni. Molto rischia di dissolversi nei sempre più ampi e pervasivi orizzonti della globalizzazione.

Eppure si tratta di una dimensione costitutiva della nostra vita personale e collettiva importante oggi più di ieri, in balia come siamo di una cultura dominante che ci spinge nella direzione contraria del conformismo e dell’omologazione.

La libertà di essere e restare noi stessi è legata anche alla capacità di tenere attiva la consapevolezza di questa dimensione vitale, la memoria dei percorsi esistenziali che ci hanno aperto la strada – culla ancestrale delle identità e dei sentimenti che coltiviamo – che da memoria personale e familiare può diventare oggetto di più ampia comunicazione e condivisione.

Da questa istanza sono stati mossi Eliana Ribes e Silvano Fazi nel mettere mano a questo libro. Esso prende l’abbrivio da quando Eliana, bambina, scopre nel primo cassetto del comò della nonna paterna la “scàttola de li segreti”, sparuti oggetti fatti di un metallo tanto luccicante quanto esile, insieme a vecchie lettere e ad un giornale ingiallito; e poi più grandicella condivide la curiosità per quelle lettere con Silvano, allora compagno di scuola e da allora compagno di tutta la vita. Leggono avidamente, Eliana e Silvano; leggono i libri di scuola, leggono Remarque, leggono e ascoltano De Andrè, si avventurano nella lettura anche di quelle lettere a prima vista misteriose e lontane ma che li trasportano in una trama di vicende e relazioni che sono quelle da cui essi stessi provengono.

Di quella lettura non si appagano: vogliono capire di più, collegare, ricercare, verificare, risalire indietro, ampliare… E tanti anni dopo decidono di raccontarcela tutta questa storia, riproducendo quelle lettere e ricostruendo attorno ad esse il pezzo di mondo e di umanità da cui erano scaturite. Operazione non scontata e certamente non agevole, ma meritoria e preziosa per molti motivi.

Il lettore se ne accorge fin dalle prime pagine, in bilico tra la sensazione di violare una rete di gelose intimità e la familiarità delle atmosfere, delle tensioni affettive ed emotive che invece riconosce come parte anche dei propri ricordi, dei racconti ascoltati attorno al focolare nelle lunghe serate di tanti anni fa ancora libere dall’invadenza della TV e dedicate alle narrazioni dirette dei fatti e dei problemi della vita. E trasalisce quando le vicende personali e familiari incrociano quelle più grandi della patria: fa tutto un altro effetto rivivere queste attraverso le ansie e le speranze di uno che c’era e le subiva, piuttosto che leggerle sui libri ben ricostruite secondo i più aggiornati canoni storiografici…

Il racconto delle storie personali e delle relazioni familiari diventa infatti presto l’affresco di un’epoca, quella tra ‘800 e ‘900, con le sue contraddizioni, le sue tragedie, le sue risorse; e di una società, quella contadina del nostro territorio maceratese, dignitosamente chiusa nella sua marginalità e costretta a fare i conti con le dinamiche della “grande” storia.

Troviamo nel libro, nella carne e nei sentimenti dei protagonisti, tutto ciò che il tempo gli dava e tutto ciò che gli negava; troviamo la precarietà, lo sfruttamento, la fragilità, il rischio, il senso della famiglia, la voglia di emancipazione, il rapporto con la terra, il miraggio della città, l’attaccamento alle tradizioni, i pregiudizi morali e sociali, la messa al mattino presto, la rassegnazione e la speranza, il fatalismo e la volontà di riscatto, la rude semplicità e la retorica patriottica, la voglia di pace e la necessità di subire la guerra…; incontriamo personaggi emblematici dell’epoca, come la mammana, la bàlia, l’oarolu…; ci imbattiamo faccia a faccia in eventi finora conosciuti solo a parole come la caristìa, la Sittimana Rosscia, la guerra gròssa… Il tutto all’interno di una parabola esistenziale che inizia con la registrazione all’Ufficio anagrafe di un troatellu da parte della mammana e culmina nella pubblicazione sul giornale cittadino di un patriottico elogio della vita dello stesso immolata alla patria.

Il racconto che ci fanno Eliana Ribes e Silvano Fazi è in dialetto: con gli stessi suoni – prima ancora che con le stesse parole – che hanno accompagnato i fatti nel loro svolgimento, che hanno distinto gli orizzonti mentali, affettivi, valoriali, esistenziali dei protagonisti. Perché è nel dialetto che ancora oggi, in barba alla standardizzazione linguistica e ai formulari da social network, troviamo la riserva delle potenzialità espressive più veraci, più rispondenti alle esigenze evocative e descrittive di un mondo lontano nei fatti ma forte e inestinguibile nei sentimenti, nei ricordi, nella ricerca delle fonti della nostra identità.

Il dialetto utilizzato è quello che Giovanni Ciurciola chiamava “lo parlà de ‘na orda schietto e puro”, la “parlata nostra” che Goffredo Giachini definisce “strana, dura”; è il dialetto delle nostre campagne qual era prima dei processi di acculturazione e di omologazione linguistica, imparato col latte materno e col pane nero, impastato di stenti e di tribolazioni.

*Dall’introduzione di Nazzareno Gaspari, segretario dell’Accademia dei Catenati di Macerata, a “Per quanti fjuri caccia ‘m prate!”, il libro in dialetto maceratese (cioè “lo parlà de ‘na orda schietto e puro”) che la nostra amica e blogger Eliana Ribes ha scritto con il marito Silvano Fazi. Al centro di questo importante lavoro a due cuori e quattro mani, che intreccia la trama dei legami sentimentali con l’ordito degli avvenimenti storici, ci sono le lettere che il nonno di Eliana, Giuseppe, inviava dal fronte alla giovanissima donna che aveva sposato neppure un anno prima di partire per la guerra. Scritto «in un dialetto, non artificioso, fedele a quello assorbito negli anni della loro giovinezza», come scrive il curatore Agostino Regnicoli, “Per quanti fjuri caccia ‘m prate!”  ha anche l’obiettivo di sostenere il “Centro de Salud” gestito dalla Comunità di El Bosque a Santa Cruz Naranjo in Guatemala.

(Paola Ciccioli)

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