Che Storia è questa?

di Angela Giannitrapani

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Illustriamo la riflessione di Angela Giannitrapani con le immagini di tre libri presentati alla Casa della Memoria di Milano, cominciando da “Aliyah Bet – Sciesopoli, Il ritorno alla vita di 800 bambini sopravvissuti alla Shoah” di Anna Scandella (Edizioni Unicopli). Giannitrapani è l’autrice di “Quando cadrà la neve a Yol, Prigioniero in India” (Tra le righe libri), basato sui diari del padre

La Storia la sappiamo tutti. La Seconda guerra mondiale la conosciamo solo dai libri di scuola. La saggistica ha provveduto, certo, ad approfondire questo o quell’aspetto ma resta il fatto che, se non siamo ultraottantenni, di quella guerra abbiamo in mente ciò che è rimasto dai testi ufficiali. Gli ultraottantenni, bambini e adolescenti di allora, sanno molto di più. Per conoscere, infatti, basta informarsi ma per sapere, per cercare di capire credo sia necessario altro. Coloro che l’hanno vissuta quella guerra la sanno sulla pelle, nelle suggestioni, nei ricordi, in certi timori di oggi, in una fame inestinguibile. Quei brevi flashes, che ancora ci sanno mandare come lampi sui loro ricordi, sono squarci di tragedia privata che più dei proclami e dei bollettini ufficiali ci aiutano a capire. Ma è fatale perdere questo tipo di testimoni e con loro la fisicità e la corposità della testimonianza.

Gli adulti di allora, i soldati non ci sono già più. E se oggi vogliamo capire, non so, magari sull’onda di una curiosità tardiva o di una lettura stimolante o perché gira il tarlo di certe somiglianze con i meccanismi che stanno dietro le guerre di adesso o certa falsa pace o falsa democrazia… beh, se per svariati motivi ci assale la voglia di capire di più, non è sui testi scolastici che dobbiamo tornare. Credo che dovremmo ascoltare ancora i testimoni, di tutte le parti, di tutti i ruoli, civili, militari, donne, uomini, anziani, bambini.

Dovremmo cercare le loro parole ovunque si possano trovare: lettere, diari, testimonianze scritte e verbali, documenti locali. Tutto quel materiale scritto e registrato che viene direttamente da chi c’era e che, finora, la Storia ha bandito, che la storiografia ha trascurato, considerandolo fonte inattendibile e poco degno di contributo. Tuttavia, in alcuni ambienti accademici si è cominciato ad integrare materiale non convenzionale nelle ricerche storiche, tenendolo in buon conto. Naturalmente, la diaristica, le testimonianze, gli epistolari vanno analizzati, confrontati, supportati da ulteriori ricerche.

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“Buchenwald 1943 – 1945” è stato presentato oggi, 27 gennaio 2017, in occasione della Giornata della Memoria. «Il libro propone, per la prima volta in Italia, un vasto ciclo di disegni realizzati “dentro” il lager di Buchenwald da due deportati politici francesi, Auguste Favier e Pierre Mania» (Cierre Edizioni)

Già questo processo allena ancor di più a relativizzare, contestualizzare, allargare lo sguardo a punti di vista molteplici, a fronteggiare ragioni opposte, a saper cogliere quelle che stanno in mezzo e pennellarle nelle loro sfumature, andando a colorare il gran disegno storico, prima solo in bianco e nero. Purtroppo, questa complessità metodologica non esce da certi ambienti culturali e non perfora quel muro divisorio che esiste tra essi e le scuole e, in genere, molti di noi. Ma, come spesso avviene inaspettatamente, il bisogno di capire, la morte dei testimoni, il nostro rammarico di non aver chiesto quando potevamo ha spinto a cercare, a svelare e a trasmettere pagine conservate negli archivi, nei centri storici, nelle associazioni, nei cassetti di famiglia, in cantina, ovunque sia rimasta una traccia di chi quella guerra l’ha vissuta. Ed ecco riprendersi l’attenzione che merita l’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve S. Stefano, con i suoi ottomila diari. Milioni di parole di un’Italia colta ma anche poco più che analfabeta, che deflagrano con l’intensità dei sentimenti, delle idee, delle vite.

“La nostra guerra” si chiama la sua più recente iniziativa con la pubblicazione su piattaforma digitale di duemilacinquecento diari del periodo che va dal 25 luglio 1943 (la caduta del Regime Fascista) al 25 aprile 1945 e che segue a quella precedente sulla Prima Guerra Mondiale. “ (Quasi)Tutti a casa” titolava l’iniziativa di sabato 21 gennaio a La Casa della Memoria di Milano: reading , come si usa dire con la parola inglese e che implica anche tracce discrete di spettacolo. Lettura da lettere private di partigiane, che svelano molto anche sui civili e sulla loro guerra. Citazioni dalle pagine di giornali di allora, come l’Europeo e il Corriere della sera , fotocopie dei quali tappezzavano, in fogli sparsi, il pavimento del palco. Immagini d’epoca che scorrevano sul grande telo che faceva da sfondo, le macerie d’Europa rincorrevano gli stessi luoghi ricostruiti e ridenti di oggi, le aule affollate durante il processo di Norimberga, visi anonimi e capi di stato, foto a colori e in bianco e nero.

A tenere le fila del racconto delle tante vite tre donne e due uomini: Valeria Palumbo, giornalista e autrice dei testi che legano le letture; Sonia Grandis e Paola Salvi lettrici. Le tre voci si alternavano senza inciampi, con tempistica perfetta e, alla fine, rimanevano nell’orecchio come se fossero state all’unisono. Walter Colombo e Carlo Rotondo alla chitarra, cantavano, come si fa quando si canta in famiglia, le canzoni di allora, quelle sentite dalle voci di Rabagliati e Alida Valli ma anche quelle popolari e qualcuna dell’esercito americano. Il materiale autentico è frutto delle ricerche di Valeria che, con il patrocinio dell’Istituto Lombardo di Storia Contemporanea ci regala racconti che tirano dentro per i capelli e lasciano senza fiato, come un pugno nello stomaco. Come le lettere di una partigiana reclusa nel campo di Fossoli che scrive alla madre e alla sorella, rassicurandole sul suo stato come se si trovasse ospite di una località amena. Perché anche le bugie, quando sono grosse, dicono la verità.

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“I miei primi 25 aprile”, «Un piccolo libro sulla Resistenza e la Liberazione, con i contributi di Bernardo Bertolucci e dei partigiani Ibes Pioli “Rina” e Renato Romagnoli “Italiano” (L’Io e il Mondo di TJ editore)

Lo stesso luogo ha ospitato una mostra molto originale dal titolo “Different Wars – National School Textbooks on WWII”: sei paesi, Germania, Italia, Polonia, Lituania, Repubblica Ceca, Russia confrontano i libri di testo in relazione agli eventi principali della Seconda guerra mondiale, rivelando come la narrazione storica di ciascuna nazione differisce o concorda con quella delle altre. Un’operazione di coraggiosa onestà intellettuale, utile a sgretolare il monolitico e nazionalista assetto cognitivo dei libri di scuola. Una sfida non solo per insegnanti e intellettuali, ma per tutti.
Anche alla Biblioteca Valvassori Peroni di Milano il 18 gennaio ci si è chiesti: “Che Storia è questa?”, si può raccontare la Storia con le storie, le testimonianze, i diari, i documenti? Ha condotto l’incontro il ventisettenne Andrea Lela, una laurea triennale in Storia e una specialistica in Scienze cognitive e decisionali. Una doppia competenza per frantumare una storiografia monocolore e ossigenarla con rivoli più vitali di comparazione e fonti autentiche. Senza parlare, poi, di un ulteriore pregio: essere giovane. Questo può dare la speranza in una prossima generazione, abbastanza lontana da quella tragedia da guardarla con onestà intellettuale, senza tabù e pregiudizi.

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