«Quelle che Chopin sull’enciclopedia lo cercano alla lettera S.»

di Michele Di Palma

Mentre Sara legge, il padre continua a mangiare. È davvero di poche parole. Alza gli occhi dal piatto solo per guardare la figlia. Ogni tanto scruta Sara, commentando la lettura con piccoli grugniti e imbarazzanti schiocchi di palato. Poi scrolla la testa, si pulisce la bocca con il tovagliolo di stoffa suo personale, alza le spalle e lo lascia cadere sul tavolo. Si rituffa sul piatto, i gomiti alzati, arrotolando gli spaghetti con l’aiuto di un cucchiaio. Mangia rumorosamente, sbrodolando dappertutto. È proprio una bestia il padre di Sara, è la prima volta che lo vedo mangiare. Lo frequento poco perché quando vengo a studiare da Sara, a casa non ci sta quasi mai. Torna tardi la sera dal lavoro, dice lei. Qualche volta lo incrocio per strada, quando vado in Facoltà. Mi limito a un saluto frettoloso e avanzo il passo. Lui si gonfia tutto, come per darsi importanza e con una mano alzata mi saluta chiamandomi Mariotto, anzi, Mariò, una cosa che non sopporto proprio. Mi dice proprio così: «Uè, Mariò…». Che fastidio. No, non ci ho mai voluto nulla a che spartire con il signor Gianni. Lo conoscevo, diciamo così, solo di riflesso. Ora, purtroppo, lo conosco in pieno. Ma fin da quando ho conosciuto Sara avevo, di questa rozzezza, un presentimento. Forse per il mio antico pregiudizio sui padri delle ragazze che frequento: ne ho sempre avuto una paura fottuta. Sara mi ha fatto capire una volta, tra mezze ammissioni, che suo padre è un tipo brusco, che va d’accordo con pochissime persone e che con lei e la madre non ha un bellissimo rapporto. Quando sta a casa, passa tutto il tempo libero a dipingere chiuso nel suo studio. Però quella volta mi ha anche detto che a suo padre sono simpatico, che quel “Mariotto” è una prova d’affetto. Io non lo so, il padre di Sara mi sembra soltanto un animale.

La madre no. La conosco bene la signora Franca: è una persona fin troppo ammodo.

Mi accompagna sempre alla porta dell’ascensore quando finisco di studiare con Sara. E anche se sulla distanza è una premura che può diventare stressante. Qualche volta spero che l’ascensore sia già al piano, con la lucetta verde che mi dà il via libera. Altrimenti mi tocca mantenere uno straccio di conversazione, con Sara che sbircia da dietro alla porta di casa. Che non è proprio il massimo della vita. A proposito. Spesso la signora Franca mi chiede cosa voglio fare della mia vita. Mi dice proprio così, tra il serio e il faceto: «Mario, cosa ne farai della tua vita?». Non nascondo che certe volte sono stato tentato di risponderle male. Anche perché è difficile rispondere a una domanda così, su due piedi, mentre si aspetta un ascensore. E infatti non le ho mai risposto. Prendo tempo. Ma quando entro nell’ascensore e premo il pulsante di terra, la domanda della signora mi rimane. “Che cosa ne farò della mia vita?” mi chiedo, mentre i piani mi scorrono davanti agli occhi.

Il racconto che Sara sta leggendo s’intitola Chicca non prende mail tram. È un omaggio alle mie ex compagne di scuola, a quelle dell’anno scorso: le cosiddette ranelle, una specie protetta dell’Umberto, il liceo dei figli di papà. A quelle ragazze un po’ pipine dai nomignoli stravaganti, per lo più bionde, tutte uguali, che sembrano fatte in serie. Quelle che, tanto per dare un’idea, quando le riaccompagni a casa dopo il primo appuntamento, ti abbracciano sfregandoti le mani dietro la schiena, ti salutano con un insulso e tristissimo «Alla prossima!» e poi, per il resto dei tuoi giorni, ti si negano al telefono. Quelle che si mettono con i ragazzi più grandi perché già patentati e quando li incontrano fuori di scuola si fanno prendere in braccio come spose novelle. Quelle che per insultarti ti chiamano «mongoloide» e non si pongono il problema. Quelle bionde slavate, dagli occhi azzurri acquosi, magre magre e con la vocetta squillante. Alcune molto alte, che sembrano trampolieri, con gambe sottili come stecchi e i denti sporgenti. Altre, invece, piccole e carine. Quelle che dicono «e ja», invece di «ma dai», se non le accontenti, oppure in tono cantilenante «ma quanto seeei». Quelle che si iscrivono all’Umberto perché fa molto fino e poi a gennaio passano ai parificati. Ragazze viziatissime, che come merenda si comprano il medaglione (che è poi un semplicissimo toast, solo di formato circolare e molto trendy) da Moccia, il bar-pasticceria vicino al liceo o i tortini al cioccolato al Vapoforno, che mangiano a piccoli morsi dalla punta. Quelle bellissime e pluriripetenti che fanno lo struscio nei corridoi e in classe si limano le unghie, si danno il rossetto umettandosi le labbra guardandosi vicino vicino nello specchietto dell’astuccio porta-trucco. Quelle sempre bellissime, coi jeans attillati, che fumano con il mento per aria, buttano il fumo in alto e con due dita rigidissime inforcano la sigaretta. Quelle che, mentre stai parlando, masticano con ostentazione un chewing-gum e con la lingua a mulinello gonfiano piccoli palloni e te li schiattano in faccia. Quelle che Chopin sull’enciclopedia lo cercano alla lettera S.

dipalma_il-dominus

*Tratto da Il dominus e altri racconti di Michele Di Palma (Tralerighe, 2016), raccolta esile nella foliazione ma non nel contenuto. Sette storie (questa si intitola “Chicca non prende mai il tram”) viste prima ancora che raccontate, perché la scrittura manifesta una non comune attitudine dell’autore a osservare e memorizzare i dettagli del quotidiano, poi riversati su pagine mai prive di ironia. 

Chi vuol conoscere da vicino Michele Di Palma ha un’occasione domenica 23 aprile. Lo scrittore napoletano parteciperà infatti a Milano a Pedalibriamo, la gara ciclo-letteraria ideata dalla casa editrice Tralerighe per sostenere le librerie indipendenti della città.

(Paola Ciccioli)

AGGIORNATO IL 19 APRILE 2017

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