Una vita insieme, tra “Le rose blu” e la “Viola d’inverno”

di Eliana Ribes

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“Le rose blu” è il titolo di una canzone di Roberto Vecchioni contenuta nell’album del 2007 “Di rabbia e di stelle” (immagini da http://angolodellamicizia.forumfree.it/)

Non so quale filo della memoria io abbia seguito per arrivare a parlare, durante le festività natalizie del 2016, di Roberto Vecchioni. Le canzoni di questo cantautore, vicino alla mia sensibilità e al mio modo di essere, hanno accompagnato la mia gioventù e la mia vita di donna sposata e sono sempre risuonate nella mia casa, anche se a lui, sicuramente, preferisco altri.

Nell’agosto del 1991 per la prima volta l’ho sentito dal vivo a San Ginesio, nel campo sportivo, in compagnia di mio fratello e di mia cognata. Avevo un bambino di appena un anno e con mio marito Silvano dovevamo alternarci nelle uscite, soprattutto serali. La notte era calda e stellata e la semplicità dell’ambiente esaltava la bellezza e la profondità delle sue canzoni.

Gli anni sono passati e l’ho rivisto a Musicultura, a cui ho fatto del tutto per partecipare, nel giugno 2008, in una serata freddissima. Chiaramente è stato l’ultimo ad esibirsi, perché era l’ospite più atteso; io, insieme ad altri amici, seduti sulle gradinate e avvolti in coperte, cercavamo di resistere a tutti i costi fino alla fine, per non perdere questa occasione.

Avevamo portato tè e tisane dentro i thermos, preparati da Mirko e Lina, e biscottini fatti in casa da Teresa, che sgranocchiavamo per aumentare la piacevolezza della serata (quindi io, in pratica, non avevo portato proprio niente), non immaginando però che il freddo potesse raggiungere una tale intensità. Alla fine ha cantato insieme a Enzo Jannacci – era la prima volta nella carriera di entrambi – e l’attesa e il clima avverso sono stati abbondantemente ricompensati.

A luglio del 2009 ho attuato un piano. Avevo visto, dai manifesti affissi a Macerata, che avrebbe tenuto un concerto a Jesi, e da subito ho deciso che saremo andati, mettendo mio marito di fronte al fatto compiuto. Lui difficilmente, in queste occasioni, prende iniziative, ma si arrende di fronte alla mia insistenza nel voler partecipare, e alla fine è quasi sempre contento e mi ringrazia per le opportunità che gli ho dato. D’estate, infatti, ho spesso le smanie; vorrei rifarmi per tutte le volte che non abbiamo fatto quasi niente per via dei figli piccoli, delle ferie che non coincidevano o di un mutuo trentennale la cui rata scadeva ogni sei mesi, i primi di luglio per l’appunto.

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Anche quella volta, comunque, per non incidere con l’aquisto dei biglietti sul bilancio familiare, mi sono data parecchio da fare. Avevo un sacchetto pieno di monete da cento e cinquanta lire, regalatomi, dopo la conversione della lira in euro, da una persona che non voleva perdere tempo a cambiarle e che anche io, fino ad allora, non avevo apprezzato tanto. Però, come si dice, la necessità aguzza l’ingegno. Allora sono andata alla Banca d’Italia, ho tenuto occupato per parecchio tempo l’impiegato addetto nel contarle tutte, e sono uscita trionfante con gli euro in mano e in direzione della rivendita.

Così quella sera di luglio del 2009 siamo partiti alla volta di Jesi. Io per strada ero euforica, non mi preoccupavano nemmeno i lampi che a tratti squarciavano il cielo, il percorso collinoso era tutto un susseguirsi di discese e di salite che ci facevano piacevolmente sobbalzare. Abbiamo trovato un parcheggio comodo e raggiunto la piazza con facilità. I posti che avevamo prenotato erano parecchio distanti dal palco, ma la musica e le parole ci avvolgevano ugualmente con tutta la loro delicatezza e intensità. Ad un certo punto del concerto, è scoppiato, non del tutto inaspettato, un temporale così forte che ci siamo dovuti rifugiare sotto i portici, in attesa di capire se il concerto riprendesse o meno.

Vecchioni però non è un tipo che si risparmia, è generoso, non si fa intimorire dalla pioggia, e così quando questa è diminuita ha ripreso a cantare. In questa situazione io ho guadagnato parecchie posizioni perché, dalle penultime sedie, sono finita in piedi sotto il palco. Infatti si era creata una tale confusione che nessuno ha ripreso posto sui sedili bagnati; solo i musicisti, che erano tutte donne, si affannavano ad asciugare le loro sedie e i loro strumenti.
Io ero così vicina che lo vedevo perfettamente: dalle scarpe all’ espressione del volto.
Silvano, persona più “composta” di me, non mi ha seguita nella corsa sotto il palco, è rimasto ai margini della piazza, sufficientemente al riparo. I due ultimi brani del concerto sono stati un susseguirsi di intense emozioni. Ha cantato di seguito Le rose blu e Viola d’inverno, che noi due ancora non conoscevamo. Mio marito, in particolare, è rimasto “sconvolto” dopo aver ascoltato Viola d’inverno, sia dalle parole che dalla musica: l’ho capito dalla sua faccia quando l’ho raggiunto. «Arriverà che fumo o che do l’acqua ai fiori, / o che ti ho appena detto: / “scendo, porto il cane fuori”, / che avrò una mezza fetta di torta in bocca, / o la saliva di un bacio appena dato, / arriverà, lo farà così in fretta / che non sarò neanche emozionato… / Arriverà che dormo o sogno, / o piscio o mentre sto guidando, / la sentirò benissimo suonare mentre sbando, / e non potrò confonderla con niente, / perché ha un suono maledettamente eterno: / e poi si sente quella volta sola / la viola d’inverno».

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Silvano fuma il sigaro, innaffia i fiori, porta il cane fuori, ha avuto problemi cardiaci sui quarant’anni ed avverte fortemente la precarietà della vita. Si è identificato. La viola accompagnava le parole della canzone come fosse un dolce gemito quasi umano e l’atmosfera era struggente. Durante il viaggio di ritorno eravamo così emozionati, ed anche turbati, che non riuscivamo a scambiare nessuna parola di commento. Nei giorni seguenti, forse per esorcizzare l’evento, Silvano non si sa quante volte ha riascoltato questa canzone. A distanza di anni ancora lo fa commuovere. Vecchioni ha saputo rendere la morte di ognuno di noi, in prima persona, un accadimento che fa parte della vita, semplice e nello stesso tempo solenne.

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Una Risposta

  1. E’ incredibile come alcune canzoni sembrino scritte apposta per noi

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