«Quando andiamo a casa?», la domanda per scaldarsi il cuore

di Michele Farina*

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Illustriamo il post con un’immagine tratta da “Une jeune fille de 90 ans”, in programma allo Spazio Oberdan di Milano nell’ambito di una rassegna dedicata a Valeria Bruni Tedeschi, regista di questo film, fino all’8 gennaio 2017. «Presso il reparto geriatrico dell’ospedale Charles Foix d’Ivry, Thierry Thieû Niang, coreografo di fama internazionale, conduce un laboratorio di danza con pazienti malati di Alzheimer. Attraverso la danza le vite s’incontrano, i ricordi affiorano pieni di rimpianti, di amarezza, di accessi di gioia e solitudini. Blanche Moreau ha 92 anni. Durante le riprese si è innamorata del coreografo Thierry». (http://oberdan.cinetecamilano.it/)

La predisposizione a prendersi cura degli altri – lei che di cure ne ha ricevute pochine – già ce l’aveva dentro, forse nei geni andini o forse per benefico contrappasso rispetto alla propria infanzia: l’ha soltanto affinata, limata con i sorrisi e le cattiverie altrui, dalla discarica di Copa alle nebbie lombarde. Prima è stata babysitter di due bambini in centro Milano. Quindi «dama di compagnia», così la chiamavano, di una signora depressa per la morte del marito, a Lodi. In seguito badante di una donna con il Parkinson, poi del marito infermo, generale dell’aviazione e veterano d’Albania. Infine l’Alzheimer della Franca.

«Ti do un bacio, Francuccia.» «Sciopa» poteva essere la risposta, spesso seguita da una parola dolce: «Dai, vieni ti perdono». Ines, dea quechua delle piccole cose: la crema sulla pelle che altrimenti si secca (mai una piaghetta), la pazienza e le risate, la naturalezza nel gestire i bisogni più imbarazzanti come l’igiene, il bagno, il pasto… Quel mix molto latinoamericano di praticità e leggerezza che mi fa venire in mente la scrittrice Isabel Allende e la storia di Paula, sua figlia, lungodegente immobilizzata a letto, incosciente: per impedire – mi pare – che le sue estremità si accartocciassero, si sformassero, Isabel le legava con dolcezza dei libri alle piante dei piedi. Suole di parole, impacchi scritti. Una fantasia molto concreta, che Ines ha usato per smussare l’Alzheimer, magari semplicemente per convincere Francuccia a bere un po’ di più. Attenzioni discrete e laissez-faire per mantenere le cosiddette capacità residue. Con in sottofondo le note di Patty Pravo, di Mina, o i tanghi argentini cantati da Julio Iglesias: «La musica la rilassava.» Anche quando non parlava più «le tenevo la mano e lei stringeva», mi ripete oggi Ines a distanza di dieci anni.

Non è stato facile: per un periodo, quando mia madre era molto agitata e insofferente a tutto, Ines è andata quasi in depressione credendo di essere incapace di aiutarla. Ha pensato, per qualche giorno, di andarsene, di lasciarsi alle spalle un fardello emotivo troppo pesante. Questo ce l’ha resa ancora più vicina: anche Ines ha sofferto per le molte dipartite della Moglie di Toro Seduto. Mica era tenuta a farlo. Nel lavoro di cura i sentimenti sono free. Non c’è stato un fatto particolare, un momento preciso in cui abbiamo percepito, Paolo e io, che era diventata la sorella che ci mancava. Ma anche la figlia di Sirio, a Verona, ha visto in Patti una sorella. Giorno dopo giorno, senti che è così. Non c’è molto altro da spiegare. Ines si è presa cura di Francesca Rebuffini Farina, chiamata Franca, come se fosse sua madre. Fino a quell’ultimo mattino di febbraio in cui l’ha vestita per l’ultima volta, mettendole il golfino con le renne e i bottoni argentati che le avevamo portato dalla Norvegia, e che ha indossato quando è stata messa «in cassaforte».

Adesso Ines è la nostra vivandiera di ricordi. Cose che mi ha raccontato e che avevo dimenticato: quando all’inizio, con mio fratello, facevamo ballare la mamma in soggiorno; o quando tornavamo a casa dal lavoro e lei si nascondeva dietro la porta con Ines. Non ci vedeva più. Il suo cervello non sapeva mettere insieme le immagini che pure raggiungevano, inutilmente nitide, la sua retina. Ma quel gioco a nascondino, non vedere e credere di non essere vista (noi la cercavamo chiamandola a gran voce, fingendo di non trovarla) la faceva morire dal ridere. Che nostalgia.

Già, la nostalgia. Diversi studi, oggi, dimostrano gli effetti preziosi di questo sentimento. Più dolce che agro. Nostos e algos, ritorno e dolore. Fu il medico svizzero Johannes Hofer, nel 1688, a saldare i due termini greci, per definire quella che allora appariva come «una malattia neurologica di causa essenzialmente demoniaca». La presunta incidenza elevata tra i mercenari svizzeri veniva imputata ai danni prodotti sulle cellule cerebrali dal suono continuo dei campanacci delle mucche, sulle Alpi. In effetti mi sembra plausibile: se solo penso a quel do-dòn avverto un immediato senso di nostalgia, anche se non so bene di cosa. Più forte se penso a un suono lontano, che viene da mucche invisibili, immaginate dietro un bosco o dall’altra parte della valle. Ecco, forse ho nostalgia di quando andavamo a funghi tutti insieme sopra Teglio, verso le baite di val Gambano, Cerdalco, Nemina. Rivedo una foto di mia madre con le unghie laccate che tiene in mano due porcini giganteschi, come trofei. I più grandi che abbiamo mai preso.

Il desiderio di tornare, assicurano gli psicologi, non è demoniaco ma benefico. Ci riscalda. Anche in senso fisico. Due ricercatori della Sun Yat-Sen University, in Cina, hanno seguito un gruppo di studenti per un mese, scoprendo che la nostalgia colpisce di più nei giorni freddi. Addirittura: persone che si trovano in una stanza gelida hanno più probabilità di essere nostalgiche rispetto a chi sta al caldo. Allora, forse, non è solo angoscia l’ossessione delle persone con l’Alzheimer che ripetono: «Andiamo a casa. Quando andiamo a casa?». Lo fanno anche per scaldarsi il corazòn. Come accade a me e a Paolo, che sentiamo la nostalgia di tornare dal lavoro e trovarla che ride, accanto a Ines, nascosta dietro la porta.

*Un libro bellissimo, una lettura importante. Il giornalismo al servizio del bisogno di un figlio di conoscere che cosa gli ha portato via, prima della morte, la madre. Michele Farina, “Quando andiano a casa?” Mia madre e il mio viaggio per comprendere l’Alzheimer un ricordo alla volta (Rizzoli Bur, 2015).

(Paola Ciccioli)

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One thought on “«Quando andiamo a casa?», la domanda per scaldarsi il cuore

  1. Grazie Paola! A proposito del film “Une jeune fille de 90 ans” meraviglioso, commovente, sconvolgente e anche un po’ disturbante…comunque da vedere, segnalo che sarà ancora visibile sul sito di Arte-tv.com fino al 6-08-17. Mpaule

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