E quindi uscimmo a riveder… le parole del cambiamento

di Chiara Pergamo

donne-grammatica-e-media

Illustrazione di Marcella Brancaforte da “Donne, grammatica e media. Suggerimenti per l’uso dell’italiano” di Cecilia Robustelli e con la prefazione di Nicoletta Maraschio, presidente onoraria dell’Accademia della Crusca (Gi.U.Li.A. Giornaliste, 2014) http://giulia.globalist.it/

Io e Virginia Raggi abbiamo un problema in comune. No, non parlo di un taglio di capelli che non ci valorizza (quello comodo, che gli dai solo una spuntatina), ma di una questione linguistica. È ormai chiaro che i telegiornali, le testate online, le radio e la gente in genere non sa più come chiamare questa donna: dal momento che tiene lei le redini del Comune di Roma, si dice che è il sindaco o, essendo lei femmina, è una sindaca? O vogliamo optare per un più ibrido la sindaco?

Da dove nasce il parallelismo con me: siccome ho ottenuto la presidenza dell’associazione di cui faccio parte, sono il presidente o la presidentessa o la presidente, che persino Word me lo sottolinea come errore?

Prima della Raggi, altre donne hanno guidato la giunta di qualche Comune, ma di Roma si parla ovviamente più di frequente e più di frequente c’è la necessità di menzionarne il primo cittadino. O la prima cittadina, che di volta in volta mi diventa sindaco, sindaca e finirà per diventare Sindachì, come quello del Grinch.

E allora la Clinton? Candidata alle presidenziali, pertanto in corsa per diventare la presidente/il presidente/la presidentessa, insomma quella che guida il carrozzone: e qui altro che Roma, qui sono gli Stati Uniti d’America, la potenza numero uno al mondo! Che, alla faccia nostra, il problema non ce l’ha perché si chiama “The President” e ciao.

Ma davvero abbiamo bisogno di creare il femminile di una parola tradizionalmente maschile? Perché non possiamo usare il maschile e basta?

All’interno di una lingua, tendenzialmente, le parole esistenti identificano un concetto in modo quanto più preciso possibile: per questo sappiamo che c’è differenza tra neve, nevischio e valanga anche senza essere eschimesi. Se non esiste una parola per definire un “oggetto” (dove oggetto è inteso nel suo senso più generale) perché quell’oggetto non c’era, se ne inventa una apposita, un neologismo.

In questi anni ha fatto un po’ di clamore l’uso della parola “femminicidio”, inteso come l’omicidio di una donna in quanto donna e ad opera di un uomo da lei ben conosciuto, quindi un partner, un amico o un parente. Non è femminicidio se durante una rapina una donna muore per caso e non è femminicidio se per anni sei stata una vicina di casa orribile e la tua dirimpettaia esasperata ti spara un colpo di fucile.

È femminicidio se un marito che non accetta la fine di una relazione ti invita con una scusa e poi ti ammazza a coltellate; è femminicidio se tuo fratello te l’ha detto tante volte di non frequentare certi ambienti, ma tu fai di testa tua e allora meriti di essere massacrata di botte; è femminicidio insomma se muori perché sei donna e lo ha voluto un maschio.

“Femminicidio” è un neologismo, ma come “oggetto” esisteva già da prima: succede da sempre che esistano donne vittime di uomini, ma solo di recente si è deciso di dare un nome a questo orrore, di creare una parola che prima non c’era per porre attenzione su qualcosa che già c’era, ma si perdeva in mezzo ad altre parole che raccontano la morte.

hillary

Hillary Diane Rodham Clinton, nata a Chicago il 26 ottobre 1947, è la prima donna candidata alla presidenza degli Stati Uniti. Gli ultimi sondaggi la danno in testa, ma soltanto di due punti, sul rivale Donald Trump. Martedì 8 novembre 2016 l’America avrà una presidente? (per questa didascalia abbiamo consultato il “Breve vocabolario delle professioni e delle cariche” contenuto in “Donne, grammatica e media”) http://www.agi.it/

E allora io dico di sì anche alla sindaca! C’è bisogno di specificare che sia una donna perché non è scontato, perché Roma in mano a una donna sembra (sembra!) quasi l’America, che potrebbe andare in mano a un’altra donna (gliela sto gufando tantissimo, povera Hillary).

Abbiamo il dottore e la dottoressa, il professore e la professoressa: accettiamo anche la sindaca e sdoganiamo la presidentessa che, se è vero che esiste come parola, ce lo vedete il TG5 che parla della presidentessa Clinton (e giù di cornetti anti-malocchio a casa di Hillary…)? Il terreno resterà scivoloso per quei casi tipo “amministratore delegato”, perché “amministratrice delegata” mannaggia se è indigesto, o per le donne laureate in architettura, che mi diventano “architette”, suscitando ilarità per scontate allusive assonanze.

Almeno però per quei nomi per cui è facile facile, tipo la sindaca, non rimaniamo cavernicoli chiusi che non amano il cambiamento: diamola ‘sta ventata di aria fresca, ‘sta spazzata al vecchio e usciamo a riveder le stelle, che siano le 5 della Raggi o le 50 della Clinton.

5 Risposte

  1. …la “poeta”, quindi e non la poetessa!

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  2. Nel “Breve vocabolario” leggo che si può dire sia Poeta che Poetessa. (Ma a volte le poetesse voglio essere chiamate poete), ciao Rosalba!

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