La scuola cambiava, io arrossivo e Gianni Morandi cantava “La fisarmonica”

di Eliana Ribes

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La nostra Eliana Ribes, qui in un recentissimo scatto durante un pranzo di famiglia, continua il dialogo a distanza con Mariagrazia Sinibaldi. I loro ricordi e le loro sensibilità si intrecciano (anche se non si sono mai incontrate di persona)

Cara Mariagrazia,

continuo il dialogo con te come interlocutrice perché è un modo di parlare di me che mi fa sentire a mio agio. Paola mi ha invitata a scrivere, scrivere ancora, ed io scrivo di quello che conosco meglio: la mia vita, sperando che altri ne siano interessati e ci ritrovino qualcosa di divertente o di emozionante che li riporti indietro nel tempo, perché essa, chiaramente, si intreccia in parte con la storia del costume italiano. Se così non sarà, pazienza; tu ti sei definita mia zia e sicuramente starai a sentirmi con piacere, Paola ha in comune il contesto in cui la mia vita si è svolta e ne sarà contenta.

Sommariamente ho descritto la mia prima infanzia quando ho parlato del percorso che dovevo fare tutti i giorni per raggiungere l’asilo, associandolo ad una sensazione di stanchezza mattutina, e ai tre anni sereni passati nella pluriclasse (dalla prima alla terza elementare) che si trovava nella mia frazione, Maestà di Urbisaglia. Ho postato anche una foto scattata sul prato dietro la scuola, con due pagliai.

Andare a scuola era un divertimento. Un po’ meno lo è stato quando in quarta elementare ho ripreso il tragitto verso il paese, ma ero gratificata dai successi scolastici, e un vero incubo è diventata la quinta classe trascorsa, per una serie di circostanze, in un collegio di Porto Recanati, di cui non mi soffermo a parlare perché non voglio dire cose tristi. Comunque in quel posto si sono attivati tutti i miei meccanismi di difesa e ne sono uscita apparentemente indenne, mentendo anche a me stessa, perché ancor oggi non ho consapevolezza dei danni che quell’anno può avere prodotto in me. Qualche bambino di Urbisaglia che era in collegio con me ne serberà sicuramente il ricordo. Eccoci alle scuole medie.

Ero cresciuta fisicamente, ero caruccia, parlavo correttamente l’italiano, perché ero vissuta per un anno fuori dal paese e dalla campagna, dove si indulgeva sempre al dialetto, ed ero pronta ad affrontare questo ulteriore passo, studiando sempre con “amore”, s’intende! Quello era un anno particolare, il 1962, ed entrava in vigore la legge che istituiva la Media unica. Prima ad Urbisaglia c’era solo l’Avviamento professionale e qualche ragazzo ricominciava con la prima media, ripetendo l’anno già fatto in Avviamento, per avere più possibiltà di scelta alle superiori. Con l’Avviamento professionale non ci si poteva iscrivere né a un liceo, né alle magistrali, per fare un esempio. Quindi nelle due sezioni di prima media che si erano formate ad Urbisaglia c’erano parecchi ragazzi e ragazze più grandi di me di un anno.

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«Questa foto di gruppo risale alla terza media: noi ragazze siamo nei giardinetti di Urbisaglia, davanti al monumentale asilo infantile “Giannelli Viscardi”, insieme alla nostra insegnante di Lettere, che tanto bene ha preparato per le superiori chi di noi ha proseguito gli studi. La separazione dai maschi era d’obbligo»

Mi ritrovavo nel mio ambiente, con i compagni che avevo lasciato in quarta elementare e con qualcuno che non conoscevo e che mi incuriosiva (il plurale comprende i due generi, maschile e femminile). Si ripartiva: sempre con i due chilometri di fronte, percorsi a piedi e con passo celere.

Non c’erano compagne di scuola nella mia frazione, il tragitto lo percorrevo da sola, sempre da una parte della strada, mentre i compagni maschi, che man mano lungo il percorso uscivano da casa per andare a scuola, camminavano dall’altra parte. Una netta divisione, quindi, tra maschi e femmine. Per amalgamarci è dovuto trascorrere più di un anno, quando sono arrivati i ragazzi più piccoli e più simpatici. Io a quell’età non ho fatto mai colazione seduta, con latte e caffè per intenderci, come immagino la maggior parte dei bambini, perché il latte non mi è mai piaciuto. Consumavo la mia colazione “salata” nella prima parte del tragitto, con pane e salame, mortadella, prosciutto, a seconda di quello che c’era in casa. Quando adesso dico a mia madre, novantatreenne, che mi fa male la schiena, mi risponde che ben mi sta, perché non ho voluto mai prendere il latte e manco di calcio. «Nemmeno il mio volevi», mi dice, «a malapena succhiavi quello del biberon!».

Il racconto che ho appena iniziato a scrivere parte da una frase che oggi, a mezzogiorno, all’approssimarsi di un temporale, mi è rimbalzata in mente e le mie labbra hanno automaticamente pronunciato: «Il tempo minaccia!». Un attimo di riflessione e ho concluso fra me e me: «Così ci diceva il Preside della scuola media quando il cielo minacciava una violenta pioggia, affannandosi ad aprire con impeto le porte delle varie aule per mandarci a casa prima della fine delle lezioni». Questo era il contesto in cui si viveva: il Preside era consapevole che tanti ragazzi dovevano percorrere a piedi dei chilometri, sia che provenissero dalle frazioni o dalla campagna circostante, e ci dava del tempo per non arrivare a casa bagnati fradici. Chiaramente non c’erano le macchine dei genitori fuori dalla scuola, e quindi nessun intasamento del traffico stradale, né in entrata né in uscita. Quante questioni per strada tra interisti, milanisti e juventini, perché avevamo più tempo a disposizione e della pioggia non ce ne importava niente: ci sguazzavamo dentro felici!

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Martedì 6 dicembre 2016, a Macerata, Eliana Ribes presenta il libro scritto a quattro mani con il marito Silvano Fazi: appuntamento da non perdere!

Un’altra iniziativa del Preside, per favorire i rapporti scuola-famiglia, che erano quasi inesistenti, era quella di invitare i genitori a scuola qualche domenica mattina, per conoscere il profitto dei propri figli. Il giorno festivo era ritenuto quello più comodo per tutti, in quanto i genitori non lavoravano e quelli che abitavano fuori dal paese lo raggiungevano comunque per le messe o per altre possibilità di svago (tipo bar o cantine per i padri).

Il preside al genitore di turno leggeva ad alta voce, e davanti a tutti i presenti, i voti del figlio. Questo sistema praticamente sostituiva gli attuali colloqui con i genitori, che fanno parte dell’orario annuale degli insegnanti. Mio padre ritornava a casa visibilmente soddisfatto, ma i figli più di tanto non si potevano elogiare ed io lo dovevo solamente intuire. Aggiungo anche che svolgevamo le lezioni di educazione fisica senza palestra e che in quella riforma della scuola, che si stava avviando, erano facoltative tre materie, tra cui il latino. Naturalmente io avevo optato per questa materia e vi eccellevo. Debbo pur vantarmi da sola! In applicazioni tecniche, altra materia facoltativa, non sono invece riuscita a combinare mai niente, ad eccezione di uno “scuffiotto” per cui ho consumato non so quanta lana, rifinito da un punto gambero. Ai maschi andava peggio, perché zappavano intorno alla scuola sotto la guida del Preside, che per questa operazione era molto esigente.

Questi tre anni sono stati per me piacevoli e sereni; non ricordo di aver subito torti o cattiverie da nessuno. Un mio compagno di classe, che abitava poco distante, tutti i giorni, sistematicamente, appena avevo finito di pranzare, raggiungeva casa mia per chiedermi quali compiti si dovevano fare per il giorno dopo. Come se lui in cinque ore di lezione fosse stato da un’altra parte! Era buffissimo. Eravamo ragazzi semplici, figli di gente semplice che si conosceva tutta e metteva in moto un meccanismo di reciproca integrazione sul lavoro e sussistenza: il contadino consegnava il grano al panettiere che ogni giorno gli portava a casa il pane fresco; il muratore comprava parte del materiale dal cementista del luogo (uno era mio padre); le botteghe del paese erano l’unico supermercato; la lana delle pecore veniva lavorata dalle magliaie del luogo, ecc.

L’insegnamento ogni tanto riservava delle sorprese: arrivavano supplenti giovani che non avevano ancora conseguito la laurea, in sostituzione temporanea di insegnanti di ruolo e, a seconda che fossero insegnanti uomini o donne, incominciavano le prime infatuazioni di massa di noi ragazzi. L’insegnante giovane affascinava, oltre che per la cultura che dimostrava di possedere, anche per l’aspetto e il modo di interagire: più spigliato, simpatico e benevolo. Gli ormoni della crescita però influenzavano anche i rapporti tra ragazzi e ragazze. Ricordo con tanta simpatia gli approcci di due “maschi” della mia classe: uno, durante l’ ora di educazione artistica, considerato che io occupavo il primo banco vicino alla finestra, stava sempre a temperare matite e colori sopra al cestino, per potermi parlare. Un altro osò di più, così tanto che il disagio mi ha accompagnato allora per tanto tempo!

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Scrive Eliana: «In questa foto il mio volto dei 12 anni (quello che colpì tanto il ragazzo della bicicletta la prima volta che mi vide, tre anni prima dell’approccio). Sono con mio fratello Francesco, nella stanza dove mamma esercitava la sua attività di magliaia, sgombrata dalla lana per far posto all’albero di Natale»

In terza media, a Natale, avevamo fatto il presepio nel sottoscala, un posto un po’ angusto. Insieme ad un insegnante, non ricordo di quale materia, siamo andati tutti insieme ad ammirarlo prima di salutarci per le vacanze. Improvvisamente sentii che un braccio si posò sopra le mie spalle, lo spazio un po’ oscuro si prestava a quella maldestra manovra. Una sensazione di incredulità e di vergogna per tanta audacia si impossessò di me; penso che il mio sguardo supplice colpì l’interessato, che mollò la presa. Non so se per il resto dell’anno gli ho più parlato.

Un altro tentativo, invece, a fine anno, non andò a vuoto. Avevamo dato gli esami, ci sentivamo tutti liberi e felici. Il giorno in cui uscirono i “quadri”, dopo averli visti, noi ragazzi delle due sezioni di terza media prima ci ritrovammo insieme in uno dei due bar del paese, a sentire le canzoni del jukebox. Io penso che per me fosse la prima volta. Ricordo ancora con immenso piacere Gianni Morandi che cantava “La fisarmonica”, uno dei brani che avevamo scelto.

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Gli autori del successo di Gianni Morandi “La fisarmonica” sono Franco Migliacci, Bruno Zambrini e Luis Bakalov, premio Oscar 1996 per la colonna sonora del film “Il postino”

Mentre ritornavo a casa, dopo essermi congedata affettuosamente dalle amiche, e mentre stavo ancora mangiando il gelato comprato al bar, sentii proprio vicino a me un rumore di freni di bicicletta: volsi appena lo sguardo e vidi un ragazzo di terza media, ma dell’altra sezione, più grande di me di un anno, che mi affiancava. Io non avevo nessuna amicizia con lui, in tre anni non gli avevo mai parlato. Lui aveva delle gran belle ragazze nella sua classe, ma aveva “adocchiato” proprio me. La scena era comica: io camminavo sempre più svelta per l’imbarazzo, come se avessi potuto “seminarlo”, il gelato mi colava da tutte le parti e quello farfugliava qualche parola che neppure lui, probabilmente, sapeva se avesse un senso. Non ricordo quanto durò questa intrusione prepotente nella ma vita, forse pochi minuti, ma era servita a rompere il ghiaccio, a dimostrare un interesse verso di me. Per più d’un anno non ci siamo più visti perché io frequentavo le superiori a Macerata e lui a Tolentino… Dopo diventò una vera e propria “corte”, costante ma molto delicata. Lascio a te immaginare l’epilogo. Io non procedo oltre a raccontare questa fase della vita perché ne sono gelosa e vorrei tenerla solo per me. Forse riprenderò la narrazione dai 22 anni in su.

AGGIORNATO IL 1° DICEMBRE 2016

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