L’uomo libero che fa il saluto alle montagne della sua prigionia

di Angela Giannitrapani

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Angela Giannitrapani il 25 agosto scorso nel Convento del Carmine, a Marsala, durante la presentazione del suo libro “Quando cadrà la neve a Yol”

Le scimmie volavano da un ramo all’altro dei pini alti e solenni. Rimbalzavano, agili, facendo ondeggiare le fronde. Gli alberi secolari sembravano madri severe che con pazienza offrono grembo braccia seno a figli irrequieti.

Questo pensò Fulvio, guardando attraverso l’ampio vetro che correva per tre quarti del lato della camera. Appena entrato, il bosco a semicerchio gli si era presentato come se avesse abitato in quella stanza da padrone e lui si era sentito un ospite intimidito, quasi un intruso. Aveva lasciato che gli inservienti appoggiassero i bagagli sulla panca, aveva dato loro qualche spicciolo e li aveva visti uscire svelti e ossequiosi. Aveva, allora, tentato di riprendere fiato tra i battiti accelerati. L’altitudine, tutto quel verde all’improvviso e il lungo viaggio dovevano aver spinto il suo sangue in un flusso inaspettato. Alla sua età, poi.

Si sedette sulla sponda del letto, senza distogliere gli occhi da quello spettacolo. Ma doveva venire a patti: lui si sarebbe inchinato a quella natura imperiosa guardandola con umiltà e discrezione, senza esplosioni di entusiamo, senza facili esclamazioni. L’avrebbe esplorata senza avidità, pian piano e l’altra non l’avrebbe sopraffatto con la sua esuberanza; non gli avrebbe pressato il cuore con la sua sorprendente bellezza. No, non l’avrebbe ucciso, rivelandogli tutto il meraviglioso che, anni e anni prima, gli era stato celato se pure a poca distanza da dove aveva vissuto lui. Sì, questo era il patto: lo formulò a mente con determinazione, lo rimise in ordine e lo affidò alla sua volontà.

Lui, chino sotto i suoi anni, lo porse a quella natura su un piatto d’argento, di quelli votivi che si usano per offrire cibo agli Dei. E si mise in attesa. Sapeva che la conferma sarebbe arrivata lentamente, dipanandosi nei giorni che lo attendevano e seguendo le orme dei passi che avrebbe calcato. Non poteva essere diversamente. In quel momento si pentì di non essere venuto da solo, per poter fare come gli pareva, senza contrattare con nessun altro scelte e programmi; soprattutto, per essere con se stesso e quella terra, dopo così tanto tempo in mezzo e tanta vita trascorsa. Ma il suo compagno era nella camera accanto e non poteva cancellarlo.

Si confortò sapendo che era di poche parole e sperò che non avrebbe interferito nell’intimità che stava cercando tra sé e tutto il resto. Avrebbe cominciato con il gustarsi quell’ora di solitudine prima dell’appuntamento che si erano dati nella hall dell’albergo. Gli occhi cominciavano ad abituarsi e ingoiavano senza un battito i profili degli alberi che gli arrivavano, ora, vestiti di verdi diversi. Distingueva i larici dagli abeti e i pini dai deodara; riusciva a individuare i grifoni dalle ali sfrangiate che volavano in cerchi ampi e, sui rami più vicini, i pettirossi, un po’ più grossi di quelli a cui era abituato e dalla grande macchia sul petto che, però, era color ruggine piuttosto che rosso vivo.

Vide anche i piccoli di scimmia himalayana, attaccati alle madri che li spulciavano con abilità e li nutrivano. Notò il pelo chiaro e le barbe fluenti degli adulti accovacciati e le code longilinee delle scimmie langoor che si aggrappavano ai rami. Poi, quasi attirato da un richiamo flebile ma insistente, il suo sguardo si alzò di un poco oltre le cime degli alberi e le vide: le montagne tutt’intorno al bosco formavano un secondo cerchio, una corona ampia e bianca di neve. Era un largo abbraccio che lo avvolse e per un attimo si disse: da qui non scappo.

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La catena del Dhuala Dhar gli stava di fronte per la seconda volta nella sua vita, ma ora ne scorgeva una gran parte, molto più vasta e, soprattutto, grazie all’altezza a cui si trovava, gli sembrò di fronteggiarla da pari a pari e non di soggiacervi com’era successo la prima volta. In un lontano passato era stato così in basso, così schiacciato contro i suoi avamposti, da non potere nemmeno vederla tutta come faceva ora. Pur vivendo ai suoi piedi per cinque anni, non l’aveva mai veramente potuta guardare. Allora non aveva nemmeno potuto scorgere le vette dell’Himalaya, così come le aveva appena viste dall’aereo qualche ora prima. Ne aveva respirato l’aria, aveva sentito lo scroscio delle sue cascate, aveva intravisto alcuni picchi innevati; l’aveva sempre avuta sulla testa e dietro le spalle in quei lunghi anni, ma non l’aveva mai osservata come adesso.

Ed eccolo lì, davanti ai suoi occhi, il Dhuala Dhar che di quella Grande Madre era una delle sentinelle. Incassò la testa tra le spalle e spinse il collo in avanti per spiare meglio, ma non si mosse dal bordo del letto, quasi vi fosse inchiodato. E iniziò una seconda cerimonia: si presentò a quelle montagne con nome, cognome e numero di matricola, poi aggiunse il numero del campo, dell’ala, della baracca, bisbigliando. Per ultimo, lanciò contro quei nevai un ultimo nome: YOL.

*Un viaggio in India, un viaggio nella Storia: quella collettiva con la “S” maiuscola e quella intima, familiare, cui la grafìa dedica per convenzione la “s” minuscola. Angela Giannitrapani li ha percorsi entrambi, costruendo attorno ai diari veri del padre, prigioniero degli inglesi in India durante la seconda guerra mondiale, un racconto di fantasia che avvolge le tante persone che, come lei, coltivano l’arte della memoria. “Quando cadrà la neve a Yol” (Tra le righe libri, 2016) sarà presentato domani 16 novembre, alle ore 18,45, nel locale La Piazza di Biassono (Monza-Brianza) nell’ambito degli “Aperitivi Letterari” promossi dall’Associazione culturale Gaetano Osculati. (P.C.)

AGGIORNATO IL 15 NOVEMBRE 2016

Una Risposta

  1. complimenti Angela!!! sono contenta di questo tuo libro!! già le prime battute invitano a leggere il resto …… se mi mandi l’invito vengo volentieri alla presentazione a Milano! un abbraccio e a presto

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