Ascoltando padre François, che racconta di donne escluse perché senza un uomo

di Erica Sai 

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Tutte le immagini di questo servizio sono arrivate a Erica Sai direttamente, e con qualche inciampo tecnico, dalla parrocchia di padre François d’Assise Bizimana Basinyize nella Repubblica Democratica del Congo

Padre François d’Assise Bizimana Basinyize è un parroco congolese che opera nella parrocchia di San Pietro Apostolo a Nyangezi–Cibimbi. La parrocchia ha il nome di due località perché originariamente il nucleo di missionari era di stanza a Nyangezi, luogo dal quale si prendeva il via per andare in vari centri africani; poi in troppi si ammalavano, a causa della forte presenza di malaria, e allora c’è stato uno spostamento a Cibimbi. Siamo nell’Arcidiocesi di Bukavu, una zona a sud del lago Kivu nella Repubblica Democratica del Congo, proprio al confine con la provincia ruandese di Cyangugu.

Ascolto le sue parole in occasione dell’incontro mensile organizzato dal Gim (Gruppo Impegno Missionario) di Germignaga , vicino a Varese, per il mese di luglio è stato lui l’ospite della serata. È un uomo sveglio, che da venticinque anni opera come sacerdote e parla un italiano un po’ stentato ma buono, un discorrere che più si inoltra nel racconto più diventa appassionante. Attualmente i suoi progetti più importanti sono focalizzati sulle donne, senza dimenticare la comunità nel suo complesso e l’aspetto più strettamente legato alla chiesa (che con la comunità ha molto a che fare).

Da circa un anno sono in corso i lavori per ammodernare e ampliare la chiesa di Nyangezi, una struttura ormai piuttosto vecchia. Le persone lì sono molto povere ma impegnate a contribuire e collaborare a questo progetto, anche un luogo fisico in cui ritrovarsi legato alla preghiera ha la sua importanza per la comunità. Quest’ultima è complessivamente composta da centoquindici villaggi, tra il primo e l’ultimo ci sono circa 44 chilometri e questo è il raggio d’azione della parrocchia, in una zona montuosa che arriva anche a 1700 metri di altezza. Padre François si pone l’obiettivo/dovere di visitare tutte le comunità di base nell’arco dell’anno, durante il suo primo giro ha cercato di cogliere le esigenze della popolazione e alla fine si è preso a cuore lo sviluppo di due progetti in particolare, rivolti alle ragazze madri e alle donne abbandonate.

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Si parla di donne abbandonate perché spesso gli uomini si spostano nella zona delle miniere per lavorare o per vendere varie cose a chi lavora da quelle parti, molti di loro stanno via a lungo oppure non tornano proprio perché si rifanno un’altra vita. In questo modo rimangono nei villaggi donne con figli, che non godono di considerazione nella comunità. Si trovano rifiutate anche dalle famiglie dei mariti, nelle case delle quali molte abitavano e che quindi finiscono per non avere più una dimora. In ogni caso, anche avere una propria casa non è una garanzia perché si rimane senza protezione; è emblematico al riguardo un modo di dire che suona circa come «è facile attraversare il cortile di una vedova», e fa capire abbastanza bene quale sia il livello di rispetto accordato ad una donna sola.

Per lo sviluppo di un progetto di allevamento di conigli padre François ha scelto come luogo una grande gabbia già presente in parrocchia invece di dare un coniglio ad ogni donna, questo perché  potrebbero essere facilmente derubate «dai ladri ma anche da chi non è ladro», dice. Sempre in parrocchia porta avanti con le donne abbandonate i progetti di fabbricazione di sapone e di produzione di vino d’ananas. La sua idea sarebbe quella di creare una cooperativa per slegare l’attività dalla parrocchia.

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Un altro problema da quelle parti riguarda le ragazze madri. Succede che arrivino dalle zone di miniera uomini che hanno accumulato qualche soldo e quindi le ragazze si concedano grossomodo al primo che capita, oppure che i soldati di passaggio per poco tempo, magari un anno, prima di essere trasferiti da un’altra parte lascino dietro di sé giovani ragazze con un figlio. In tutto questo il confine tra prostituzione, consenso e violenza sembra molto labile e confuso, anche se padre François non si inoltra nel discorso. Per queste ragazze si vuole creare una sartoria, sempre con l’idea della cooperativa, per la quale ci sono già undici macchine per cucire ma manca un locale. Costruire un edificio è abbastanza semplice perché il terreno è molto argilloso e si fabbricano i mattoni in loco, la complessità sta nel trovare un appezzamento ma pare che ne sia stato già individuato uno.

I progetti ovviamente non si fermano qui, per esempio sono state distribuite ai diversi nuclei familiari centotrentotto capre, importanti tra l’altro per il concime che aumenta la fertilità di una terra già generosa, con l’idea di dare poi ad un’altra famiglia la prima capra nata, la terza, la quinta e così via, in modo da coprire nel tempo tutto il territorio. Sono state anche create due scuole materne, importanti in un panorama in cui lo Stato fatica a garantire l’istruzione. Nella parrocchia ci sono undici scuole primarie cattoliche, dove in alcune si arriva ad un’utenza di circa novecento bambini per un totale stimato di circa seimila allievi. Nella zona esistono anche scuole che fanno riferimento ad altre confessioni religiose e istituti statali. Questi ultimi, però, hanno strutture piuttosto fatiscenti, nelle quali si sta seduti su pezzi di legno o per terra e non esistono banchi, e gli insegnanti vengono pagati poco. Lo Stato, anzi, talvolta riesce a pagare magari solo la metà degli insegnanti presenti e per gli altri è importante il contributo delle famiglie; ovviamente le famiglie troppo povere, che non possono pagare, finiscono per non mandare i figli a scuola. In questo panorama è ancora una volta importante l’intervento dei sacerdoti, che quando hanno la possibilità cercano di costruire o ristrutturare le scuole; Padre François per esempio, con il denaro donatogli da Michele e Patrizia Latino, raccolto in occasione delle loro nozze, ha costruito un’aula.

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Padre François chiede quanto tempo ha ancora a disposizione, le cose da dire non mancano e decide di toccare un altro grande tasto che è quello della sanità. I due macro problemi al proposito riguardano i costi e la mancanza di specializzazione medica. Come al solito i poveri, che sono una grande maggioranza, non si possono permettere di pagare e quindi non si fanno curare. Esiste un sistema di mutua che costa sei dollari all’anno e che permette di pagare solo il 20 per cento delle spese quando ci si reca in ospedale; chi non riesce a pagare si rivolge alla propria comunità chiedendo aiuto. Esistono dei comitati in ogni comunità di base, ogni settimana si riuniscono e si chiedono quali siano i cittadini più bisognosi, adoperandosi per prestare aiuto, dal rifacimento del tetto di paglia di uno all’assistenza sanitaria dell’altro; chiaramente il tutto è limitato, dal momento che l’intera comunità è a maggioranza povera e in difficoltà.

I medici specializzati sono pochi, ogni tanto arrivano gli stranieri a fare dei corsi ma il personale rimane carente in rapporto alle necessità; poi chi ha più esperienza va nelle città ad operare nei grandi ospedali, lasciando i presidi sanitari delle zone più rurali in mano ai giovani che accettano di andare, e qui succede che gli infermieri si trovino a fare anche piccole operazioni.

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Padre François dice che la loro (sua e degli altri preti che lavorano nella zona) «è una vita normale che pastoralmente accettiamo perché è così», una vita di spostamenti tra i villaggi con mezzi pubblici, che possiamo immaginare non siano come quelli di Milano, in moto, che permette di destreggiarsi bene tra fango e pietre sui sentieri, oppure in auto (su una Fiat Panda che gli è stata regalata) solo quando c’è da muoversi in città.

C’è tanta ammirevole ed invidiabile forza in quest’uomo che si occupa di sviluppo della sua terra, dando spazio particolare a due tipi di donne in difficoltà. «Ho questi progetti nel cuore: anche nella testa, ma prima nel cuore», dice.

2 Risposte

  1. Dovete perdonarmi, mi par di intendere che ci sarebbero altre priorità prima di ammodernare e ampliare la chiesa. Quasi certamente è il mio sistema di pensiero a dettarmi la priorità, ma per quanto possa ritenere stralodevoli le intenzioni, diffido spesso da chi si occupa della chiesa prima della casa.

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    • Condivido, anche il mio sistema di pensiero mi porta a diffidare di queste cose; motivo per cui ho storto un po’ il naso quando, iniziando il discorso, si è parlato di ampliamento della chiesa. L’inoltrarsi nel racconto mi ha fatto andare oltre questa sensazione, percependo la dedizione impiegata nel portare avanti i vari progetti. A freddo poi mi viene da dire che in fondo, pur rimanendo in allerta, forse dovrei mettere un po’ da parte il mio sistema di pensiero riconoscendo di essere molto distante da quella realtà e, quindi, non avere realmente i mezzi per comprendere il corso delle cose. Può darsi che un ampliamento della chiesa che coinvolga tutta la comunità sia opera utile in quel contesto e non un “abuso”, la fiducia trasmessa nel raccontare tutte le altre attività mi permette di sperare in questo senso.

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