«Sembrava dormisse»: la sera in cui ho perso il mio bambino

di Luca Bartolommei

Luca Bartolommei

Luca Bartolommei

È vero, sono un uomo molto distratto, lascio ovunque qualsiasi cosa, dimentico appuntamenti, lezioni, dove ho parcheggiato l’automobile, eventi, compleanni, insomma, un vero disastro.

Ho perso il perdibile, portafogli, telefoni cellulari, chiavi varie, ombrelli, paia di scarpe a cui tenevo molto, camicie, perfino una protesi dentale d’emergenza (creandone un’altra…).

Ma la sera del 26 agosto 2010 non mi pareva d’aver commesso alcuna distrazione, mentre mi stavo incamminando verso un locale all’Isola, per farmi una birra rossa rinfrescante; squilla il cellulare:

«Ciao, sono io (la mia ex moglie), Umberto (nostro figlio) è all’ospedale, si è sentito male durante l’allenamento».

«Porcogiuda, la macchina l’ho prestata a lui», dico, «puoi passare tu da me?».

Pochi minuti e siamo alla Multimedica a Cinisello Balsamo.

Compagni di squadra (calcio) affranti, medico della squadra che mi dice poche parole, entriamo nell’astanteria del Pronto soccorso. Poco dopo escono il medico della società e un giovane medico in camice verde che dice con voce malferma: «Vostro figlio è arrivato da noi in arresto cardiaco; abbiamo tentato in tutti i modi di rianimarlo, ma non si è ripreso», io «È morto?», «Sì». Sembrava una scena tratta da E.R., ma stavolta era reale.

Lei si accascia, sorretta dal medico della squadra, che (padre di uno dei compagni di Umberto) non aveva avuto la forza di darci la notizia poco prima, su una di quelle panche di alluminio che si trovano negli ospedali; io mi siedo lentamente e mi rendo conto del fatto che quella sera avevo, come si dice, semplicemente perso mio figlio; non l’avevo dimenticato, non l’avevo, pensando a chissà cosa o chi, abbandonato sulla poltrona in una sala d’attesa, in un cinema, lasciato distrattamente sul sedile posteriore di un taxi, in una tabaccheria; l’avevo proprio perso, morto a ventuno anni, in un campo di calcio di periferia.

«Il mio bambino, il mio bambino», grida lei; ce lo fanno vedere, avvolto in un lenzuolo azzurro, «Svegliati! Umberto, svegliati! Sono la mamma». In effetti, sembrava dormisse.

Dopo l’arrivo di parenti vari, ecco il momento in cui i compagni di squadra, muti, mi consegnano il borsone (così si chiama) contenente gli effetti personali, portafogli, cellulare, scarpe varie, parastinchi, maglie da gioco, accappatoio, vestiti che indossava all’arrivo al campo d’allenamento, chiavi dell’auto.

Guidando, da solo, fino a casa mia, dove m’aspettava la mia compagna d’allora, decisi che avrei continuato a vivere; sono tuttavia convinto del fatto che qualcun altro abbia deciso insieme a me, forse, per me.

Umberto Bartolommei nella sua ultima festa con gli amici in casa del padre Luca. Studente universitario con la passione del pallone, è stato il "bomber" del Niguarda Calcio

Umberto Bartolommei nella sua ultima festa con gli amici in casa del padre Luca. Studente universitario con la passione del pallone, è stato il “bomber” del Niguarda Calcio

Il 26 agosto 2015 ho “postato”, per la prima volta, su Facebook qualcosa a ricordo dell’orrendo anniversario.

Immagini, con qualche commento a margine, d’una cena a casa mia, ovviamente in mia assenza, di Umberto e i suoi amici, prima della partenza per una vacanza in Canada insieme con la sua ragazza.

Ultima cena? Pare di sì. A pochi giorni dal ritorno, è partito per il viaggio più misterioso che si possa fare.

Stavolta, ho gridato, sì, anch’io: «Il mio bambino, era il mio bambino». Sono stato abbracciato, e questa è una bella fortuna, dalle ali di un angelo che mi sfioravano, a proteggermi e sostenermi.

M’informerò sui dettagli di quel viaggio in Canada, voglio, appena possibile, ripercorrere i suoi passi; me l’ha suggerito l’angelo.

Visto che t’ho perso, figlio mio, voglio almeno provare a ritrovarti.

Saravà, Umbe.

Papà Luca.

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