«Mia cara donnina, pensi di amarmi in un altro modo o di continuare a essere quella cara somara che sei»?

di Pablo Neruda*

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Albertina Rosa e Pablo Neruda

Mia cara donnina, questa settimana non ti ho scritto, forse perché non so cosa dirti. L’ho passata in camera mia a leggere, a fumare, a dormire e a cantare, salutando con grandi riverenze un tuo nuovo ritratto che ho messo sul mio comodino, accanto al letto. È l’ingrandimento di quello che mi sono portato qui, e sei bella, con il tuo fazzoletto al collo e gli occhi tristi che amo. Rubén insiste molto perché lo raggiunga, ma cosa ci vado a fare se tu non ci sei? Ad ogni modo, penso di andare da lui in ottobre, o all’inizio di novembre, se la mia maledetta malattia me lo permette. Passerò a trovarti un’altra volta, può darsi che questo mio viaggio non sia sfortunato come il precedente. Dimmi qualcos’altro della tua vita, parlami diversamente delle tue cose, come ti ho chiesto, più nel dettaglio, con più serenità di esposizione. Avrò letto mille volte le tue lettere di una pagina in cui ti limiti a comunicarmi di aver ricevuto le mie, a ringraziarmi da lontano per una rivista che ti ho mandato, senza neanche nominare i versi pieni di affetto che ci scrivo per te, e questo, mia piccola, mia dolce, e buona Netocha, distrae il mio cuore da te, mio malgrado.

E in casa tua, cosa fanno?

Pablo Neruda 4

Albertina Rosa Azócar Soto (nella foto) conservò tutte le lettere di Neruda. «Forse, al di là del sentimento, fu la coscienza del loro valore a determinarne la conservazione», sottolinea Giuseppe Bellini nell’introduzione al libro che, a modo nostro, raccontiamo oggi

Sei andata a Talcahuano? Parlami della Machela, portale i miei saluti, e che ne è della Teresa, dell’Adelina(1), dell’Eduvina, della tua compagna che mi hai presentato, dell’altra che ti ha commissionato alcune fotocopie, che ne è della preside del tuo Liceo, e della dottoressa, e della Blanquita, e dei tuoi amici Eugenio e Marciales e Tenor e don Juan Rafo e del tuo papà e della piazza e di quel cretino di Nuñez e se hai finito le pastiglie e se vuoi che te ne mandi altre e se hai trovato un altro modo per farti visitare da una dottoressa e se pensi di amarmi in un altro modo o di continuare a essere quella cara somara che sei.

Il tuo

Pablo

(1) Machela è la sorella di Teresa González, citata in seguito nella lettera. Le due ragazze abitavano a Talcahuano, porto situato nella baia omonima, a nordovest di Concepción. Adelina era la sorella di Albertina.

Pablo Neruda 3

Uno dei disegnini di Neruda nelle sue lettere giovanili ad Albertina Rosa

*Ritmo, ironia, sentimento: Pablo Neruda attinge a questo inchiostro per scrivere ad Albertina Rosa Azócar Soto, conosciuta nel 1921 all’università di Santiago del Cile ed ispiratrice di una delle sue più belle poesie, Cuerpo de mujer (Corpo di donna). Nelle lettere che le ha inviato per oltre un decennio la chiama “Netocha”, ma più spesso “Mocciosa”. Oppure “piccina”, “piccola”, “pappagallina”, “bambina mia”, “donnina”, come qui, e in ognuna la implora di raccontare e di raccontarsi. Ma, niente, Albertina non si scioglie né lo raggiunge a Ceylon, dove il futuro premio Nobel si era trasferito per svolgere l’attività di diplomatico. «Sono stanco di vivere solo, e se stavolta sparisci non ti rivedrò più. Puoi starne sicura. Le distanze e il tempo contano pure qualcosa nella vita», le scrive nel 1929 da Colombo. E, con la penultima busta a lei indirizzata, freddamente le comunica: «… mi sono sposato nel dicembre del 1931. La solitudine a cui tu non hai voluto porre rimedio mi era diventata ormai sempre più insopportabile».

Pablo Neruda. Lettere d’amore ad Albertina Rosa fa parte di una collana edita dal Corriere della sera e dedicata agli epistolari di 20 grandi poete/i, scrittrici/scrittori. Io l’ho comprato l’estate scorsa (esattamente il 15 luglio 2014) in un’edicola del mio quartiere, mi ci sono subito buttata a capofitto, ma il tempo per terminarlo e sistemarlo nello scaffale apposito (“con metodo”, direbbe il mio amico Francesco) è arrivato soltanto un anno dopo, qualche giorno fa. (Paola Ciccioli)

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