Scrivere: il “diritto di dire”

di Marguerite Duras*

La solitudine non si trova, si fa. La solitudine viene da sé. Io l’ho fatta, perché ho deciso che qui avrei dovuto esser sola, che sarei stata sola per scrivere libri. È avvenuto così, sono stata sola in questa casa, mi ci sono rinchiusa, certo. E poi l’ho amata. È diventata la casa della scrittura. I miei libri escono di qui, anche da questa luce, dal parco, da questa luce riflessa dallo stagno. Mi ci sono voluti venti anni per scrivere quello che ho detto ora.

Marguerite Duras

Marguerite Duras (Gia Dinh, Indocina, 1914 – Parigi 1996) in macchina con Yann Andréa Steiner (Guingamp 1952 – Parigi 2014) che ha raccontato il suo legame con la scrittrice nel libro “Cet amour -là (Questo amore)”. http://sognaparole.blogspot.it/2014/09/marguerite-duras-yann-andrea-steiner.html

Si può attraversare questa casa in tutta la sua lunghezza, sì. Si può anche percorrerla su e giù. E poi c’è il parco, con gli alberi millenari e gli alberi ancora giovani. Ci sono larici, meli, un noce, prugni, un ciliegio. L’albicocco è morto. Davanti alla mia camera c’è il rosaio favoloso de L’uomo Atlantico, un salice e anche i ciliegi del Giappone, gli iris. Sotto una finestra della stanza della musica c’è una camelia piantata per me da Dionys Mascolo.

Prima ho ammobiliato la casa, poi l’ho fatta ridipingere e poi, forse due anni dopo, è cominciata la mia vita con lei. Ho finito Lol V. Stein, ne ho scritto la fine qui e a Trouville davanti al mare. Sola, no, non ero sola, c’era un uomo con me in quel periodo. Ma non parlavamo. Dato che scrivevo, dovevo evitare di parlare di libri, gli uomini non lo sopportano, una donna che scrive. È crudele per l’uomo, è difficile per tutti. Eccetto per Robert A.

Eppure a Trouville c’era la spiaggia, il mare, l’immensità del cielo, della sabbia, e tutto ciò era solitudine. A Trouville ho guardato il mare fino al nulla, Trouville è una solitudine di tutta la mia vita. Ho ancora quella solitudine, inafferrabile, intorno a me. A volte chiudo le porte, stacco il telefono, spengo la mia voce, non voglio più niente. Posso dire quello che voglio, non troverò mai perché si scrive e come non si scrive.

A volte quando sono sola, qui a Neauphle, riconosco un oggetto, un termosifone, mi ricordo che c’era un ripiano sul termosifone e che stavo spesso seduta lì, su quel ripiano, a veder passare le macchine. Qui quando sono sola non suono il piano. Suono abbastanza bene, ma suono poco perché mi pare di non poter suonare quando sono sola, quando non c’è nessun altro in casa. È molto difficile da sopportare. Perché a un tratto sembra avere un senso. Ebbene, soltanto la scrittura ha un senso in certi casi personali, e poiché la maneggio, la pratico. Mentre il pianoforte è un oggetto lontano ancora inaccessibile, e per me lo rimane, sempre. Credo che se avessi suonato il piano di professione, non avrei scritto libri, ma non ne sono sicura. Anzi credo che non sia vero, credo che avrei scritto libri in ogni caso, parallelamente alla musica. Libri illeggibili, però interi. Lontani da ogni parola come il mistero di un amore senza oggetto. Come quello di Cristo o J. S. Bach, entrambi di uguale vertigine.

L'amante

Un fotogramma de “L’amante”, film del 1992 di Jean-Jaques Annaud, tratto dall’omonimo romanzo di Marguerite Duras. Questo film ha inaugurato a Milano, nella Corte d’onore della biblioteca Sormani, la bellissima rassegna curata da Pino Farinotti “Il cinema racconta gli scrittori”, terminata (purtroppo) il 6 agosto.

La solitudine significa anche: o la morte o il libro. Ma innanzi tutto significa alcol. Whisky, significa. Non ho mai potuto finora, ma proprio mai, o dovrei risalire molto indietro… non ho mai potuto cominciare un libro senza terminarlo. Non ho mai fatto un libro che non sia già una ragione d’essere mentre viene scritto, e questo, quale che sia il libro. Ovunque, in ogni stagione. Questa passione, l’ho scoperta qui nelle Yvelines, in questa casa. Avevo finalmente una casa dove nascondermi per scrivere libri. Volevo vivere in questa casa. Per farci cosa? È cominciato così, per scherzo. Forse scrivere, ho pensato, potrei. Avevo già cominciato libri poi abbandonati, ne avevo dimenticato persino i titoli. Il viceconsole, no, non l’ho mai abbandonato, ci penso spesso. A Lol V. Stein non penso più. Nessuno può conoscerla, L.V.S. né voi, né io. Persino quello che ha detto Lacan, non l’ho mai del tutto capito. Lacan mi aveva sbalordito con questa sua frase: “Probabilmente non sa di scrivere ciò che scrive, perché si smarrirebbe e sarebbe la catastrofe”. È diventata per me, questa frase, una identità di principio, un “diritto di dire” totalmente ignorato dalle donne.

Trovarsi in un buco, in fondo al buco, in una solitudine quasi totale e scoprire che soltanto la scrittura ci salverà. Essere senza alcun argomento di libro, senza alcuna idea di libro significa trovarsi, ritrovarsi, davanti a un libro. Un’immensità vuota, un libro eventuale. Davanti a niente. Davanti a una scrittura viva e spoglia, in un certo senso terribile, terribile da sormontare. Credo che la persona che scrive non abbia nessuna idea di libro, ha le mani vuote, la testa vuota e conosce dell’avventura del libro soltanto la scrittura asciutta e nuda, senza futuro, senza eco, remota, con le sue regole auree elementari: ortografia, senso.

* E ho finito anche questo. Anzi, sarebbe più corretto dire “rifinito”, vista la gran quantità di segni, sottolineature e annotazioni con cui ho «reso unico» (cit.) Scrivere, di Marguerite Duras (Feltrinelli, 1994). Ma la parte più martoriata con la matita è senz’altro la prima, quella che dà il titolo al libro. Le restanti quattro, francamente, non mi hanno né catturata né appassionata, tanto è vero che soltanto l’orecchietta a una pagina mi ha rammentato che in epoca remota mi ero già spinta fino alla fine nella lettura. Cosa che faccio con tutti i libri, anche i palesemente orrendi, non ho ancora ben capito perché. (p.c.)

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