Matematica, scienza, tecnologia: le adolescenti sappiano di avere i numeri!

di Roberta Valtorta

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Roberta Valtorta ha conseguito cum laude la laurea magistrale in Psicologia dei processi sociali, decisionali e dei comportamenti economici all’Università di Milano Bicocca. Psicologa abilitata, sta svolgendo il dottorato di ricerca in Psicologia sociale

A me non è mai piaciuta la matematica però ricordo che circa 12 anni fa, quando conobbi quella che oggi è una delle mie più care amiche, fui quasi tentata di cambiare idea.

Era uno dei primi giorni delle scuole superiori ed eravamo sedute vicine mentre il professore spiegava qualcosa sui multipli e sui divisori. «Io adoro la matematica», mi disse, «I numeri sono universali: se tu scrivi 2+2=4, persone di lingue diverse lo capiscono allo stesso modo, senza bisogno di traduzioni. Se ci pensi, è una cosa affascinante». Non cambiai mai idea: la matematica non mi piaceva allora e non mi piace neanche adesso ma, per una qualche strana ragione, quella sua frase mi è sempre rimasta in mente.

Sono passati anni, la mia amica ha continuato gli studi e ora fa parte di quella piccola percentuale di ragazze che si laurea in una facoltà scientifica[1]. Non ho mai capito perché quel suo ragionamento mi si sia fissato così in testa, ma so per certo che di ragazzine come lei, con quella stessa passione, ce ne sono tantissime. Recentemente, ho letto che secondo una ricerca americana il 66 per cento delle bambine alle scuole elementari dice di amare la scienza e la matematica, ma solo il 18 per cento degli studenti universitari in ingegneria è femmina[2]. È un dato parecchio forte e, anche se stiamo parlando degli Stati Uniti, sono quasi convinta che in Italia la situazione sia molto simile. La domanda, allora, mi sorge spontanea: che cosa accade fra la fine delle elementari e l’inizio dell’università che scoraggia le ragazze dal seguire passioni e interessi? Mi è capitato di sentire tanta gente rispondere con la più stupida delle argomentazioni: «Non c’è niente da fare, è tutta una questione biologica: le femmine sono brave nelle materie umanistiche e i maschi in quelle scientifiche».

Cristoforetti

Samantha Cristoforetti, definita “l’astronauta dei record”. «Prima donna italiana a volare sulla Stazione spaziale internazionale e astronauta Esa con il periodo più lungo di permanenza a bordo grazie ai suoi 199 giorni di missione» (http://www.diregiovani.it/rubriche/scientificamente/42040-nuova-vita-sulla-terra-samantha-cristoforett.dg)

Che tristezza pensare che la propria strada e il proprio futuro siano già decisi prima ancora di venire al mondo! Niente più passioni, niente più ambizioni né talenti: quanta poca poesia ci sarebbe se la vita fosse davvero solo questione di un cromosoma? Niente di più triste e niente di più sbagliato: l’Ocse, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, ha elaborato un progetto finalizzato alla valutazione delle abilità dei ragazzi di 15 anni di quasi tutto il mondo. Tale programma, denominato PISA (Programme for International Student Assessment), è stato realizzato in modo da poter indagare ogni 3 anni una specifica area: lettura, matematica e scienze. I risultati mostrano differenze di genere nelle performance ma inducono ad escludere che si tratti di una questione meramente biologica: esistono, infatti, Paesi – Giordania, Islanda, Malesia, Thailandia, Qatar – in cui le femmine ottengono punteggi migliori dei maschi nella risoluzione di problemi matematici[3]. Sarebbe stato troppo facile scaricare la colpa sui geni, ben più difficile è ammettere che si tratta di un problema culturale. Modificare un modo di pensare che è andato bene per anni, stravolgere la visione stereotipica di maschi e femmine, fornire validi esempi da prendere a modello per sviluppare aspirazioni e talenti, ripensare al linguaggio e alle immagini delle quotidianità mediatica: nulla di più complesso per una società, come quella italiana, che vede nelle veline, nelle letterine, nelle schedine, le protagoniste del mondo televisivo e nelle casalinghe premurose le protagoniste degli spot pubblicitari. Per intenderci, non che ci sia qualcosa di male nel fare la showgirl o nel cucinare per la propria famiglia, ma dove sono le altre donne, quelle che studiano, quelle che lavorano, che hanno grandi aspirazioni e tanta voglia di realizzarle?

Morgana_Zulli

Morgana Zulli, medaglia d’oro alle Olimpiadi nazionali della matematica 2014 (foto dal Web)

A tal proposito, qualche tempo fa, ho visto una bellissima campagna promossa da un’azienda di telecomunicazioni americana, Verizon. L’iniziativa, nominata Inspire her mind, vuole incoraggiare le ragazze a perseguire la propria passione per la scienza, la tecnologia, l’ingegneria e la matematica. Il sito web non solo propone soluzioni, ma elenca anche una serie di donne che hanno fatto carriera nei cosiddetti STEM fields, ossia negli ambiti accademici relativi alle scienze. Nel video realizzato per promuovere il progetto[4], la protagonista Samantha è seguita dai primi passi fino all’adolescenza. Fuori campo si sentono frasi tipiche pronunciate da mamma e papà. Mentre Samantha, a circa 7 anni, si dimostra particolarmente interessata alla natura, la voce della mamma le raccomanda: «Samy, dolcezza, attenta a non sporcarti il vestito!». Il tempo passa e quando Samantha, intorno ai 13 anni, si diverte a montare un razzo con suo fratello maggiore impugnando un trapano, il padre impaurito le grida: «Oddio! Stai attenta con quello, perché non lo fai maneggiare a tuo fratello?». Altre scene si alternano nello spot, fino a quando Samantha diventa un’adolescente e, passando davanti ad un volantino che pubblicizza la fiera della scienza, si ferma e guarda oltre il foglio per specchiarsi e truccarsi davanti alla vetrina sul quale è affisso. Come recita lo slogan finale del video, è tempo di dirle che è anche davvero intelligente, soprattutto perché per realizzare le proprie ambizioni non c’è niente di più importante che credere in sé stesse e, citando Margherita Hack in risposta alla richiesta di qualche consiglio per le giovani donne ricercatrici, «non avere complessi di inferiorità, fare quello per cui si sente più portate. E non solo. Mettere in campo quel tanto di aggressività e combattività affinché le proprie capacità siano riconosciute dagli altri e non transigere mai di fronte ad un’evidente tendenza altrui a minimizzare il proprio lavoro».

[1] Si veda il rapporto dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) intitolato “ITALIA, uno sguardo sull’istruzione 2014”.

[2] Dati riportati nella campagna dell’azienda Verizon, http://www.verizon.com/powerfulanswers/inspirehermind (forniti dalla National Science Foundation).

[3] Si veda il sito dell’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione, http://www.invalsi.it/.

[4] Per vedere il video, https://www.youtube.com/watch?v=XP3cyRRAfX0.

AGGIORNATO IL 25 LUGLIO 2016

3 Risposte

  1. Mi gira in testa il concetto sentito tante volte all’epoca della scelta della mia iscrizione alle scuole superiori: vai alla scuola magistrale e diventi maestra, avrai due mesi di vacanza da dedicare alla famiglia, avrai il pomeriggio libero da dedicare alla casa! Ora le cose sembra siano abbastanza cambiate. Allora mi opposi e scelsi di fare ragioneria nella piena consapevolezza che mi piaceva più leggere e scrivere che far di conto. Ero orfana e mia madre non si sentiva sicura di poter garantire il seguito universitario ad un liceo! Capitava spesso che i desideri ed i talenti venissero condizionati dal “buonsenso” ahimé!

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    • Cara Adele, grazie del commento.

      Sicuramente ora le cose sono un po’ cambiate. Penso (e mi auguro!) che sia più raro sentire qualcuno che consigli così esplicitamente a una ragazza di intraprendere un determinato percorso di studi per poter meglio conciliare casa e lavoro. Ho l’impressione, invece, che oggi tali suggerimenti arrivino più sotto forma di “messaggi subliminali”; ho l’impressione, cioè, che nel nostro Paese le ragazze, già fin da piccole, siano “implicitamente” educate alla diversità relativamente a ciò che potrebbe essere il proprio futuro rispetto a quello di un maschio.
      Mi viene in mente, ad esempio, la recente polemica che ha travolto lo spot di un noto marchio di pannolini. Nella pubblicità in questione si fa riferimento al fatto che “lei penserà a farsi bella, lui a fare goal. Lei cercherà tenerezza, lui avventure. Lei si farà correre dietro, lui ti cercherà. Così piccoli, ma già così diversi”.
      Certe volte non sembra neanche di essere nel 2015.

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      • Sono cambiate le cose, cara, ma temo non sempre evolute.Molte ragazze oggi hanno spazio e forza per decidere del loro futuro, ma quante scelgono il percorso meno facile di usare la mente e non tutto il resto? Attraverso un periodo difficile e forse torna utile che io rifletta in silenzio. Un abbraccio.

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