«Ma i poeti sono i peggiori. Il loro lavoro è disperatamente poco fotogenico»

di Wisława Szymborska*

In un discorso, a quanto pare, la prima frase è sempre la più difficile. Ebbene, la prima è comunque andata. Ma ho la sensazione che anche le frasi successive – la terza, la sesta, la decima e così via, fino all’ultima parola – saranno altrettanto difficili, perché si suppone che io parli di poesia. Di questo argomento ho parlato molto poco, quasi niente, a dire il vero. E ogni volta che ho detto qualcosa, ho sempre avuto lo strisciante sospetto di non essere granché brava a farlo. Ecco perché il mio discorso sarà piuttosto breve: le imperfezioni sono più tollerabili a piccole dosi.

I poeti contemporanei sono scettici e sospettosi persino, o forse soprattutto, di sé stessi. Sono riluttanti a confessare pubblicamente di essere poeti, quasi se ne vergognassero un po’. Ma in questa nostra epoca chiassosa è molto più facile ammettere i propri difetti, soprattutto se ben infiocchettati, che riconoscere i propri meriti, perché questi ultimi sono nascosti in profondità e noi per primi non ci crediamo del tutto.

Quando devono compilare un modulo o stanno conversando con un estraneo, vale a dire quando sono costretti a rivelare la loro professione, i poeti preferiscono usare il più generico “scrittore”, o sostituire la parola “poeta” con il nome di qualunque altra attività svolgano oltre alla scrittura. I burocrati e i passeggeri degli autobus reagiscono con una sorta di incredulità e sconcerto quando si rendono conto di aver a che fare con un poeta. Immagino che anche i filosofi si trovino spesso in situazioni simili. Eppure, questi ultimi sono in una posizione di vantaggio, perché il più delle volte possono abbellire la loro affermazione con qualche titolo accademico. Professore di filosofia, ecco, suona molto più rispettabile.

wislawa

«Szymborska, una donna schiva, con grigie ciocche di capelli che accarezzano la sua solitudine». Foto da http://www.lastampa.it (7 dicembre 1996, conferimento del premio Nobel)

Ma non esistono professori di poesia. Questo, dopo tutto, farebbe della poesia un’occupazione che necessita di studi specializzati, esami regolari, articoli teorici con tanto di bibliografie e note a piè pagina e, infine, diplomi conferiti con tutti i crismi. E questo a sua volta vorrebbe dire che non basta riempire intere pagine di poesie, per quanto eccelse, per diventare poeti. L’elemento cruciale è un foglio di carta con un timbro ufficiale. Ricordiamo che l’orgoglio della poesia russa, il futuro premio Nobel Josif Brodskij, fu condannato all’esilio interno proprio per questo motivo: venne definito un “parassita” perché non poteva esibire un certificato ufficiale che gli conferisse il diritto di essere un poeta.

Diversi anni fa, ebbi l’onore e il piacere di incontrare Brodskij di persona. In quell’occasione notai che, fra tutti i poeti che ho conosciuto, era l’unico che amava definirsi tale. Pronunciava la parola “poeta” senza inibizioni.

Al contrario, la diceva con provocatoria libertà. Penso che questo fosse frutto delle brutali umiliazioni che aveva subito in gioventù.

In Paesi più fortunati, dove la dignità umana non subisce assalti così frontali, i poeti desiderano, come è ovvio, essere pubblicati, letti e capiti, ma fanno poco – o niente del tutto – per ergersi al di sopra della gente comune e del travaglio quotidiano. Eppure non è passato molto tempo – parliamo dei primi decenni di questo secolo – da quando i poeti si sforzavano di sconvolgerci con i loro abiti stravaganti e i comportamenti eccentrici. Ma tutto questo era solo in funzione dell’esibizione pubblica. È sempre arrivato il momento in cui i poeti si sono dovuti chiudere la porta alle spalle, togliersi di dosso i fronzoli, gli orpelli e ogni altro oggetto di scena per confrontarsi – in silenzio e in paziente attesa della propria anima – con il foglio di carta eternamente bianco. Perché questo, alla fine dei giochi, è ciò che conta.

Non è un caso che venga prodotto un gran numero di biografie cinematografiche di grandi scienziati e artisti. I registi più ambiziosi cercano di riprodurre in maniera convincente il processo creativo che ha portato a importanti scoperte scientifiche o alla nascita di un capolavoro. Ed è possibile descrivere alcuni tipi di attività scientifiche con un certo successo. I laboratori, gli strumenti più svariati e gli elaborati macchinari prendono vita: tutte scene in grado di catturare abbastanza a lungo l’interesse del pubblico. E i momenti di incertezza – l’esperimento, ripetuto migliaia di volte con modifiche minime, porterà al risultato desiderato? – possono essere piuttosto avvincenti. I film sui pittori riescono a essere spettacolari nel loro ricreare ogni fase dell’evoluzione di un dipinto famoso, dal primo tratto a matita alla pennellata finale. Nei film sui compositori, la musica aumenta gradualmente di volume: le prime battute della melodia che risuona nelle orecchie del compositore finiscono per emergere nella forma sinfonica dell’opera compiuta. Certo, tutto questo è piuttosto ingenuo e non spiega lo strano stato mentale universalmente noto come ispirazione, ma se non altro c’è qualcosa da guardare e da ascoltare.

Ma i poeti sono i peggiori. Il loro lavoro è disperatamente poco fotogenico. Un individuo siede alla scrivania o giace su un divano e fissa immobile una parete o il soffitto. Di tanto in tanto, questa persona butta giù sette righe, per poi cancellarne una quindici minuti più tardi, poi passa un’altra ora, durante la quale non accade nulla… Chi avrebbe la pazienza di guardare uno spettacolo del genere?

Ho menzionato l’ispirazione. Quando viene chiesto loro cosa sia e se esista davvero, i poeti contemporanei rispondono evasivi. E non perché non abbiano mai avuto la grazia di questo impulso interiore. Solo, non è facile spiegare a qualcun altro ciò che tu stesso non capisci.

Terre di mezzo* Tratto da: Wisława Szymborska La prima frase è sempre la più difficile (Terre di mezzo Editore). Il libriccino contiene Il poeta e il mondo, cioè il discorso tenuto dalla poetessa polacca in occasione della cerimonia di conferimento del premio Nobel (7 dicembre 1996), e Creare una poesia universale nel pieno del caos politico, intervista di Dean E. Murphy, pubblicata il 13 ottobre 1996 sul Los Angeles Times.

Grazie, Angela.

2 Risposte

  1. perché è difficile dire “faccio il poeta”… perché il Poetà è… e dunque non è semplice rendere telegenico o fotogenico e popolare “l’essere” piuttosto che l’apparire. Szymborska è, e dunque ha qualche difficoltà in prima persona a parlare di poesia. mentre è immensa Poetessa. Bello! Grazie per questo regalo di fine Maggio…

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  2. L’ha ribloggato su Affascinailtuocuore's Bloge ha commentato:
    Incontri di Maggio

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