«Le cose non tacciono mai, sussurrano o urlano incessantemente»

di Elisabetta Baccarin*

«I ricordi sono come il vino che decanta dentro la bottiglia: rimangono limpidi e il torbido resta sul fondo. Non bisogna agitarla, la bottiglia». (I sentieri sotto la neve, Mario Rigoni Stern)

i motivi – miei – per cui mi ritrovo a buttare cose, sono in genere dettati dallo spazio. quello reale, e quello ancora più reale dello spazio disponibile dentro di me. forse perché le cose stanno zitte fino a che non le togli dalla scatola. allora meglio metterle a tacere del tutto buttandole. e lo spazio in casa in cantina in solaio nel cuore, farà –questo il forse e questa la sfida, oltre che l’augurio- spazio ad altro.

il problema è la memoria, quella non si svuota come col cestino del pc.

e, se non è sempre un danno in sé e più frequentemente la memoria aiuta, averla anche addosso come segno indelebile come una cicatrice, fa solo che male quando c’è umido…

come la linea della fortuna sulla mano sinistra di corto maltese, la memoria tracciata resta lì: e può essere linea della fortuna o piano inclinato, che a volte pende da una parte e altre dall’altra. spesso da quella sbagliata.

Quando Amalia, la cartomante si accorge che Corto non possiede la linea della fortuna sulla mano sinistra, Corto Maltese prende un rasoio d’argento di suo padre e se ne incide una da solo

«Quando Amalia, la cartomante, si accorge che Corto non possiede la linea della fortuna sulla mano sinistra, Corto Maltese prende un rasoio d’argento di suo padre e se ne incide una da solo». (da https://comicsando.wordpress.com)

l’esplosione degli oggetti è per me indomabile, ho qui attorno -sopra sotto dentro e fuori- i contenuti di 6 case e di 4 vite oltre la mia, più tutti gli accessori. pezzo a pezzo ho buttato, ricollocato, venduto, regalato, ceduto, comprese le case stesse, le uniche che fossero sotto controllo e probabilmente per il solo fatto che si chiamano immobili e non hanno potuto seguirmi e inseguirmi.

il problema maggiore è che le cose non tacciono mai, sussurrano o urlano incessantemente.

non hanno il concetto del tempo, e mischiano di continuo passato e futuro, increspando o allietando il presente. mascherati da oggetti tornano ricordi che riraccontano la storia, non solo mia, come un esercito di parole e immagini e sensi di colpa e biglietti di lotteria vincente che ti sventolano il premio non ritirato sotto il muso. un cane di pezza di nome pistacchio, col cane gemello barabba, usciti dall’uovo di una pasqua infelice. tocco le parole scritte da mani che non mi possono più toccare e mi lascio sorprendere da parole mai comprese prima o forse solo volutamente e apparentemente dimenticate. e quelle cose sempre mantengono l’odore che avevano e che ha intriso le fotografie in odorama: di tic-tac, di lievito bertolini, di dado, di uovo di pasqua, di ferrero rocher, di fiele e di polvere, di breeze sporting, di mare e di neve, di chamade guerlain, eau de rochas, patchouli, ptisenbon e armani prima edizione.

* Conservare o liberarci degli oggetti che hanno accompagnato la nostra vita? Prendendo lo spunto dalle tante emozioni contenute nelle “scatole dei ricordi” di Mariagrazia, e da quel che ci confidiamo tra noi blogger tra un intervento e l’altro, è nata questa riflessione di Elisabetta, anticipata nel post L’anoressia e il “vuoto d’amore”

3 Risposte

  1. I ricordi ci costruiscono la vita… non potremmo mai liberarcene. Privi saremmo scatole vuote.

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  2. Come ti capisco- E’ necessario aver vissuto q.b. per farsi prendere dalle tue parole, per vivere le stesse sospensioni di fiato nel decidere : rimettere nella scatola o nella busta per il distacco.

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  3. Ti leggo un po’ in ritardo, ma ti tengo nella mente con i tuoi cassetti rovesciati, con i sussurri e le grida. E mi sento meno strana.
    Grazie,
    Angela

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