Margaret e le artiste che sanno uscire dall’ombra con la magia dell’originalità

di Maria Elena Sini

Maria Elena, foto 1

I “Big Eyes” della pittrice americana Margaret Ulbrich sono stati celebrati al cinema da Tim Burton

“Big Eyes” è un film di Tim Burton che racconta la vera storia di Margaret Ulbrich, una giovane donna senza soldi, che dipinge per passione e per necessità quadretti semicaricaturali di bambini dagli occhi smodatamente grandi. Opere intrise di sentimentalismo e di un gusto kitsch, non sempre apprezzate dalla critica, ma che raggiungeranno un enorme e inaspettato successo quando a commercializzarle sarà Walter Keane, secondo marito di Margaret, che spacciò i quadri della moglie per propri, per quasi un decennio.

In un’epoca, a cavallo tra gli Anni Cinquanta e i Sessanta, in cui l’arte femminile non era presa in seria considerazione, Walter, prima quasi per caso e poi con metodo e ostinazione, si attribuisce la paternità di quelle tele costringendo la moglie all’invisibilità, oltre che a una vera superproduzione, mentre lui inondava il mercato di bambine dagli enormi occhi tristi. Il film è ben fatto ma non è un capolavoro, quindi non mi soffermo sulle caratteristiche tecniche dell’opera, sull’interpretazione degli attori o sulla ricostruzione dell’epoca, mi interessa invece riflettere su alcune considerazioni che il film mi ha suscitato.

Maria Elena, foto 2

I protagonisti del film sono Amy Adams e Christoph Waltz

Uno dei primi pezzi che ho scritto nasceva proprio in reazione all’affermazione di un mio professore di inglese, persona colta e degna di stima, il quale sosteneva la non esistenza di donne scrittrici all’altezza dei più grandi nomi della letteratura maschile non a causa di una differenza genetica che ha determinato l’assenza di Tolstoj o Hemingway donne, ma in seguito a motivi storici che hanno consentito l’accesso all’istruzione per le donne solo più tardi rispetto agli uomini, e a ragioni culturali che per molti anni hanno reso la vita delle donne povera di esperienze impedendo quindi la formazione di quel substrato che alimenta la creazione artistica.

Ecco, in questa storia Walter Keane si attribuisce la paternità delle opere della moglie perché è convinto che negli Anni ’60 una donna pittrice non avrebbe avuto credibilità come artista e Margaret accetta questa situazione perché anche lei pensa che una casalinga della provincia americana che non ha mai preso un aereo non possa avere successo.

Seguendo questo pregiudizio Walter, nel momento in cui si prepara per affrontare delle interviste che spieghino le ragioni della sua ispirazione, ha bisogno di cercarne le radici in esperienze di vita legate a viaggi, al contatto con mondi lontani dalla quotidianità capaci di far nascere forti sensazioni. Come in passato aveva inventato una vita da bohémien a Parigi per giustificare la pittura dei suoi scorci di vicoli inondati dal sole con piccole botteghe e venditrici di fiori, così ora per rendere interessanti quei bambini dagli occhi troppo grandi sostiene che rappresentano il sentimento lasciato in lui dagli orfani della guerra finita da poco: sono gli occhi dei bambini che cercavano il cibo nella spazzatura, lo sguardo perso delle piccole vittime della guerra con i loro lividi, i loro corpi lacerati, i capelli arruffati e il naso che cola.

Maria Elena 3

Margaret Ulbrich con l’attrice Amy Adams

La narrazione di Walter sembra giustificare quel bisogno maschile di trovare una ragione esterna per la propria creatività, la necessità di attingere l’ispirazione fuori di sé e non attraverso un percorso interiore, svalutando la vita quotidiana e le emozioni che derivano dalla vita di tutti i giorni.

Margaret invece non ha bisogno di troppi discorsi per spiegare i suoi bambini, è una personalità non verbale, non è capace di farsi valere con la parola ma si esprime con le sue tele, lascia che sia la sua arte a parlare per lei. I bambini con gli occhi smisuratamente grandi rappresentano il suo sguardo sul mondo. Lei è orgogliosa dei suoi quadri ed è consapevole che ciò che fai di lei un artista non sono i viaggi, le amicizie con persone importanti, ma la sua sensibilità che si esprime in un modo unico, attraverso la sua “cifra” inconfondibile, ma, vittima del pregiudizio dominante, per anni non ha avuto il coraggio di ribellarsi al marito.

Il preconcetto relativo alla mancanza di forza nelle opere femminili ha attraversato i secoli come un fiume carsico, riaffiorando periodicamente.

In questi stessi giorni sto leggendo “Noirthanger Abbey” di Jane Austen e mi hanno colpito alcune riflessioni della scrittrice, la quale all’inizio del XIX secolo si lamentava della ristrettezza dei suoi orizzonti e considerava un limite il fatto che il suo soggetto narrativo fosse costituito dalla quotidianità, dalle abitudini, dalle classi sociali, dai luoghi e dai paesaggi della campagna inglese. Temeva che questi elementi essenziali per lo svolgimento degli eventi del suo piccolo mondo non potessero interessare un grande numero di lettori. A distanza di tanti anni, oggi i suoi romanzi sono letti da intere generazioni e ciò evidentemente significa che la descrizione del suo mondo così circoscritto è talmente acuta e tratteggiata con tanta sensibilità da averle riservato un posto nella letteratura mondiale come una delle prime scrittrici capaci di dedicare l’intero loro lavoro all’universo femminile.

northanger-abbey

L’arguzia con cui presenta i suoi personaggi e l’ironia implacabile che non risparmia nemmeno le sue eroine ci hanno lasciato degli indimenticabili ritratti di donna.

Anche le sorelle Brontë sono state capaci di raccontare passioni profonde che a distanza di secoli continuano a coinvolgere i lettori senza aver mai lasciato lo Yorkshire, ma per pubblicare i loro libri hanno usato degli pseudonimi maschili.

Mi è capitato di leggere biografie aggiornate che insinuano il dubbio che al grande talento di donne come Camille Claudel, Sonia Tolstaja, Clara Wieck siano debitori i capolavori attribuiti ai loro compagni Auguste Rodin, Lev Tolstoj e Robert Schumann senza che a queste grandi donne fosse tributato il riconoscimento che meritavano.

Insomma voglio dire che per essere un/un’artista non bisogna per forza descrivere gli orrori di una guerra o raccontare esperienze in Paesi esotici e lontani. Ciò che mette in luce il “dono” è il tocco unico, la magia che si riesce ad evocare anche quando si parla di cose giornaliere, la profondità che si raggiunge nella descrizione di un sentimento in cui tutti si riconoscono, l’emozione suscitata, per esempio, dai grandi occhi malinconici dipinti da Margaret Keane.

Questo pregiudizio spesso ha limitato e soffocato tante potenziali scrittrici, pittrici o musiciste che non hanno avuto il coraggio di aprire i loro diari o mostrare le loro opere temendo di essere testimoni di un mondo troppo piccolo o portatrici di un’arte che il mondo non era pronto ad accogliere. La storia di Margaret Keane quindi è emblematica perché al termine di un percorso di maturazione, aiutata anche dai fermenti femministi dell’epoca in cui ha vissuto, dopo essere rimasta nell’ombra per decenni, alla fine è riuscita con orgoglio a dichiarare al mondo di essere l’autrice di quei quadri ingenui, ma caratterizzati da grande originalità, che avevano conquistato un così largo pubblico.

2 Risposte

  1. brava Maria Elena, bellissimo questo articolo, e il ritratto di qs lettura femminile del mondo !! Non la conoscevo,,,

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  2. Grazie,
    come ho scritto, anch’io ho scoperto Margaret Ulbrich tramite il film “Big Eyes” che ha messo in moto una serie di collegamenti e riflessioni sull’approccio femminile al mondo dell’arte.

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