«La prego, signorina, indossi la sua bella camicetta rosa»

di Mariagrazia Sinibaldi

Mariagrazia con Francesco

Marigrazia Sinibaldi fotografata il 20 gennaio scorso all’inaugurazione della mostra “Nagà Nagà” del figlio Francesco Cianciotta (che qui le tiene la mano sulla spalla). Alla mostra abbiamo dedicato un ampio spazio nella nostra Agenda “Oggi e dintorni”

Se per aprire lo scatolone delle foto è necessario il “momento magico”, la congiunzione astrale favorevole… Se la curiosità è forse l’ultimo dei moventi che spingono a mettere mano a tutti quei cartoncini più o meno ingialliti… Se la mano trema nel sollevare il coperchio della famosa scatola e nello scegliere uno di questi cartoncini… e se la mente vaga  di pensiero in pensiero… di sensazione in sensazione…, formando come dei riccioli che si avvolgono su se stessi e si trasformano in ricordi, ricordi, ricordi che a volte sono  gratificanti, a volte invece si abbattono sull’animo con la forza di un maglio pesante…

Se, insomma, tutto questo, cosa dire della mia emozione quando mio figlio Francesco mi ha portato una scatola (piuttosto grande, a dire il vero) rimasta a casa sua e ritrovata fortunosamente durante un suo trasloco?

Sulla scatola in questione c’è scritto di mia mano: RICORDI – NON APRIRE

Chi non avrebbe dovuto aprire? I figli? Qualche parente impicciona? Un notaio alla mia morte? O forse addirittura io stessa?

Naturalmente la scatola è rimasta lì, in un angoletto, anzi addirittura nascosta dietro una poltrona.

E nessuno l’ha notata durante la “megafesta” dei miei 80 anni.

Poi è arrivato il momento di rifare ordine in una casa dove sembrava avesse bivaccato un battaglione di ussari impazziti (chissà perché la visione degli ussari impazziti mi ha sempre divertito!).

Insomma la scatola con la sua scritta quasi minacciosa ha ricominciato ad occhieggiare, ad ammiccare, ad attrarmi e a respingermi allo stesso tempo, finché, presa da una sorta di frenesia, strappando violentemente la carta che l’avvolgeva, l’ho aperta.

Mariagrazia

“Cronache famigliari”: Mariagrazia con i tre figli in una vacanza estiva di qualche tempo fa… Da leggere e rileggere i ritratti amorevoli e ironici di Marco, Luca e Francesco che la mamma-blogger ha fatto per noi

Un pacco con i quaderni dei miei bambini… il mio diario di ragazzina sedicenne…. alcune lettere mie a mio marito e di lui a me… la camicina di seta con i nomi dei figli e data di nascita, ricamati da mamma, e dai pupi indossata nel loro primo giorno  di vita, e indossata di nuovo il giorno del battesimo…(così morbida… così piccina!).  Poesie mie più o meno tristi… e una scatoletta con una  dedica a me di mano di mia madre:  «A Mariagrazia mia, in ricordo di Nonna Emma – Mammà».

Eccolo!… Questo è il tesoro.

Alcune poesie di nonna… i suoi versi scritti su una serie di antiche cartoline che narrano visivamente una passeggiata al Sacro Speco di San Benedetto, a piedi (naturalmente) da Subiaco… Un biglietto di nonno  a nonna, così dolce, tenero, affettuoso…  Il fazzolettino da sposa di nonna… un sonetto autografo dedicato a nonno datato 24 marzo 1895… (mamma mia non era ancora nata.)

A questo punto dovrei dire: “Narrano le cronache famigliari…”.

Non posso, perché quel che sto per raccontare non può far parte di questo ciclo. È, infatti, una piccola confidenza imprevedibile (lei sempre così riservata), fattami da nonna in un pomeriggio un po’ grigio, così raro a Roma. Lei era a letto, come molto spesso negli ultimi tempi, io, seduta vicino a lei, mi dedicavo a una traduzione di latino, il vocabolario (il difficilissimo Georges) sul letto, il quaderno sulle ginocchia. Improvvisamente nonna interruppe la mia concentrazione e disse: «…eeeh, me lo ricordo quel pomeriggio… come fosse stato ieri».

Mariagrazia, nonna emma coccanari marconi

Emma Coccanari Marconi, è lei la nonna raccontata da Mariagrazia in questo post

«Quale, nonna?», dissi io pronta ad accogliere il suo racconto (era sempre fonte di informazioni deliziose, nonna) e inoltre aveva voglia di parlare… Chissà quali giri di pensieri erano sfociati in quel suo «eeeh…». «Dimmi, nonna», dissi chiudendo il libro, pronta ad ascoltare uno dei ricordi della sua infanzia: ma mi stupì, nonna, con un racconto che  aveva tenuto nel cuore per tutta la vita

«Eravamo sulla strada per Carciano, Amelia, Laura* e io, mammà ci portava lì a passeggio tutti i pomeriggi (o perlomeno se il tempo lo permetteva), quando mi si avvicinò quel bel giovine che avevamo conosciuto al circolo, dove mammà ci portava per trascorrere pomeriggi piovosi e per fare conoscenze sotto il suo occhio vigile. Mi faceva sempre tanta emozione vederlo…. E lui mi mise in mano un cartoncino e mi disse: lo legga, signorina, ne parli con i suoi genitori, e se acconsente, la settimana prossima, quando verrà per la sua passeggiata, indossi, la prego, la sua bella camicetta rosa… Io capirò… I miei ossequi. La settimana dopo, quando andammo sulla strada per Carciano, io indossavo la camicetta rosa». E con molta sobrietà, aggiunse: «Quel giovine era tuo nonno».   Sembra un racconto degno di Anna Vertua Gentile, scrittrice di racconti sdolcinatissimi se non addirittura zuccherosi dell’epoca di nonna. Eppure non è fantasia.

Ecco: oggi ho ritrovato quel cartoncino e voglio pubblicare la dichiarazione d’amore in versi di nonno Beppe a nonna Emma… e voglio pubblicare anche il sonetto (trovato anche lui nella preziosa scatoletta) scritto da nonna Emma a nonno Beppe, un po’ di anni dopo, quando nonno era direttore dell’officina elettrica di Subiaco cha portava la  corrente elettrica a Roma e “s’impicciava” (diceva lei) di quella terribile cosa che era l’elettricità. E nonna si prendeva sempre tanta pena…

Cosa di più?

Ma esistono ancora queste cose?

 

*Amelia e Laura sono le due sorelle di nonna Emma.

3 Risposte

  1. esistono ancora cosa, le camicette rosa e le dichiarazioni in versi o le scatole di ricordi con la scritta non aprire?🙂 no perché in cantina dai miei genitori, per anni e fino all’ultimo trasloco, sostavano scatoloni miei con la scritta NON BUTTARE – RICORDI DI LISA… che sono io, che conservavo la letterina bruciacchiata sui bordi scrittami dal mio fidanzatino dei 15 anni, insieme alle carte dei cioccolatini che mi aveva regalato per san valentino! oppure le tante lettere e cartoline dalla sardegna, il biglietto del traghetto, pure il sacchettino alitalia del mio primo volo a cagliari! oltre a miliardi di foto, biglietti del tram, alla boccetta vuota del profumo di mio padre, alle mie prime scarpe superga che papà mi regalò… quelle scatole non ci sono più, tante cose sono state poi buttate a 40 anni, quando gli spazi non sono più stati gli stessi. anche quelli del cuore non erano più gli stessi, e liberarmi di certe cose salutandole ha pure aiutato… a volte si tengono cose come biglietti di una lotteria, vincenti, ma già scaduti per poter ritirare il premio… ‘proprio come due amanti che hanno sbagliato il luogo dell’appuntamento, tutti e due arrivano in anticipo sull’ora fissata, ma in due luoghi diversi. e aspettano, aspettano, aspettano…’ (simone weil). e a volte è necessario l’oblio, per sopravvivere🙂 (e anche questo fa parte dei frammenti scritti tra gli appunti di filosofia conservati in una di quelle scatole, alla voce nietzsche, o 4 superiore, o ‘pellicole di baci rubati del mio cinema paradiso’🙂

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  2. Elisabetta carissima, mentre ti cerco perché voglio pubblicare al più presto il tuo ultimo post (suspense…), ecco un accenno di cosa ho scritto mesi fa a proposito di scatole piene di foglie e foglietti apparentemente inutili, ah!
    «Mi spieghi come si fa a liberarsi di uno scontrino custodito in una scatola e rimasto lì per due, tre o un imprecisato numero di anni? Se l’ho conservato un motivo ci sarà. Ho fatto così con gli scontrini, tanti scontrini, accartocciati nelle borse, ammonticchiati sulla scrivania, apparentemente catalogati in ordine cronologico e infilati in scatole a loro volta depositate in anfratti poco battuti del soggiorno.
    Lo stesso con le carte di imbarco, le ricevute dei ristoranti, con i post-it su cui ho annotato numeri di telefono senza specificare a chi appartengono, biglietti del tram già usati, vecchie schede telefoniche, anche di Paesi stranieri, biglietti del cinema, del teatro, dei concerti, appunti sparsi, ricevute della lavanderia, sì della lavanderia…».

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  3. cara elisabetta, ho ben tardato a risponderti e me ne scuso, ma ho dovuto’digerire’ il ricordo delle cose buttate via! e non puoi immaginare quante! nel corso della mia vita ho fatto ben 19 traslochi: su e giù per l’italia e per il mondo. E ogni volta qualcosa veniva lasciata, abbandonata, dimenticata, buttata… finchè questa ‘meravigliosa malattia’ che si chiama vecchiaia mi ha spinto a chiudermi dentro me stessa e a ricercare il bandolo della matassa di me stessa, quasi un filo d’arianna. e ho trovato delle cose così belle che non posso fare a meno di raccontarle e domandandomi con una certa trepidazione: ma esistono ancora cose belle cosi? esistono ancora piccoli-immensi episodi come la ‘camicetta rosa’ di Nonna Emma ? io voglio credere di si… forse sotto altre forme ma ancora nel mio indomabile ottimismo, credo proprio di si

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