Poetesse e scrittori tra i Sassi, a Matera prove tecniche di riscatto della Cultura del sud

di Rosalba Griesi

matera-2019

Matera resa ancora più affascinante dalla nevicata dei primi giorni del 2017. Foto di Emmanuele Curti dalla pagina Facebook Matera 2019

Via Sette Dolori n° 10… nessuno sa dov’è, e nemmeno il navigatore… intanto si gira a zonzo per le stradine di Matera che conducono ai Sassi. Tra un senso unico e l’altro arriviamo in vico Piave… Il clacson di un’auto ci invita ad accostare, e ci ritroviamo a farlo proprio accanto alle transenne che delimitano il crollo di un anno fa e dalle quali pendono come trofei fiori, biglietti, pelouche… Avverto per un attimo la densità di una tragedia consumata in pochi minuti, macerie sotto le quali tutto s’è perso…

«Siete in difficoltà?». La voce della signora mi riporta a via Sette Dolori. «Posso esservi utile?». Davvero gentile, penso. I cittadini della “cultura” hanno il dovere, ora più che mai, di essere gentili. In realtà lo erano già prima, lo siamo sempre stati noi lucani, accoglienti e disponibili col forestiero.

«Girano tanti lucani per il mondo, ma nessuno li vede, non sono esibizionisti», racconta Leonardo Sinisgalli. «Il lucano è di poche parole. Quando cammina preferisce togliersi le scarpe, andare a piedi nudi. Quando lavora non parla, non canta. Non si capisce dove mai abbia attinto tanta pazienza, tanta sopportazione. […] Lucani si nasce e si resta», afferma Sinisgalli. «I lucani, così diversi dagli altri meridionali, non amano il luogo dove sono nati. No, lo adorano».

È ormai certo, via Sette Dolori è situata nella zona caveosa! Parcheggiamo l’auto nell’area dedicata e iniziamo la discesa calpestando le chianghe verniciate dall’umido.

È da poco calato il sole per far posto alla sera che accoglie fra le sue braccia questa città strana e affascinante. Ogni volta mi emoziona lo spettacolo naturale che offre. Quella “vergogna” una volta da nascondere, – «Noi non siamo cristiani, non siamo uomini, non siamo considerati come uomini, ma bestie, bestie da soma, e, ancora meno che le bestie, i fruschi, i frusculicchi, che vivono la loro libera vita diabolica o angelica, perché noi dobbiamo invece subire il mondo dei cristiani, che sono di là dall’orizzonte, e sopportarne il peso e il confronto.” (Carlo Levi , “Cristo si è fermato a Eboli”) – ora è un vanto per tutti. Matera, dichiarata patrimonio mondiale dell’umanità nel 1993 dall’Unesco, capitale europea della cultura 2019 dal 17 ottobre scorso.

Dopo aver lasciato le chianghe e attraversato l’arcata, ecco la città di pietra! Scalette anguste, vicoli scoscesi, ma lo sguardo è attratto dal biancore di quei sassi che brillano di luce propria nonostante le tenebre. Oltre il muretto si offre il panorama fioco di prima sera. Godo quel chiaroscuro come di un Caravaggio e incapace di proseguire ripenso alla prima volta, quando provai la sensazione di essere nel grembo materno. Il sole illuminava la pietra friabile… rivedo ancora il suo chiarore, la sua luminescenza. Vi ritornai per scoprire la sua storia antichissima, il suo passato. Il terzo sito più antico del mondo, immobile, lì da secoli, rassicurante, primordiale, pietre pregne di storia, trasudate d’eternità. Nel dirupo Gravina, una sorta di canyon, dove scorre un ruscello, sono stati difatti rinvenuti solchi di uomini preistorici. Un tuffo nell’eternità, dunque, che supera quella della Roma antica. A Matera antica è la natura che si è manifestata con le cave, e più in là presso Aliano con i calanchi. Il sasso Caveoso e sasso Barisano a forma di cono rovesciato come l’immagine sui libri di scuola dell’inferno di Dante, le cosiddette grotte, che hanno offerto riparo.

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Immagine dall’account Twitter di Materainside, «Gruppo di ragazzi materani sparsi per l’Italia con l’obiettivo di riportare entusiasmo tra i giovani della propria città. Crediamo in Matera e nella Cultura!»

Un tempo non lontano la vita fra quei sassi si svolgeva lenta: «Nell’odore dei trucioli, delle stalle dei forni/ del vino, dell’origano io sono cresciuto:/tra la polvere di tufo dei mastri muratori/e il ciarlare degli zingari che barattavano cavalli/Ho ancora in mente il rumore delle pialle/delle incudini battute, lo stridio dei freni dei carri/ il fruscio del grano svuotato nei cassoni/ lo sforzo dell’asino sfiancato dalle masserizie/ il pianto disperato per la morte del mulo/ il canto della contadina che impasta/l’allegria fatta di niente, le voci lontane…/ Tutto questo è stato il mio mondo, il tuo/tutto questo ha costruito il nostro futuro:/ l’identità di un popolo» (Epigrafe sulla parete del museo dei Sassi).

La vita fra i Sassi si svolgeva all’insegna di una società matriarcale. Gli uomini si recavano all’alba nei campi per farne ritorno al tramonto e le donne, le uniche vere padrone di quel patrimonio, scandivano, con le loro movenze, il quotidiano che come rituale trascorreva per lo più fuori dall’umido caveoso, con il vicinato, con le altre donne e i loro bambini. La sedia accanto all’uscio, il capo chino e le braccia piegate dalla fatica.

Mi appariva d’improvviso la storia dell’umanità, la storia dell’uomo in simbiosi con la natura. Il museo a cielo aperto, si componeva di Sassi, monumenti costruiti dalla natura, Sassi che se pur primordiali rivelavano un’ingegnosa, semplice architettura, con lo scavo di canali e cisterne, persino nelle abitazioni, per la raccolta delle acque piovane.

Il calpestio dei passi sul selciato, mi scuote dai pensieri, ed ecco finalmente via Sette Dolori n° 10, la sede del circolo culturale “La Scaletta”.

Attraversato il portone in legno scuro, credo restaurato, mi ritrovo dinanzi ad una scalinata scoscesa e ripida, ecco spiegata la provenienza della denominazione. Gradini di pietra bianca, con l’alzata lunga e la pedata larga. Ma non occorrerà salirvi poiché siamo invitati ad accedere al piano terra. Dopo un rapido sguardo, deduco che si tratta di una delle abitazioni signorili. Le sale non sono spaziose a differenza del solaio alto ad arcata. La fascia superiore del muro di portata conserva degli affreschi sbiaditi dal tempo. La pietra è stata ripulita e si mostra ancor più bianca, come quella del pavimento.

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Foto dall’account Twitter di Paolo Verri, direttore della Fondazione Matera Basilicata 2019 capitale europea della cultura

Mi viene subito incontro la mia amica Francesca Amendola. Ci abbracciamo entrambe emozionate per l’evento che sta per svolgersi. Il suo saggio “Scrittori e Scritture dell’Alto Bradano – dal 1960 ad oggi” edito da Aviapervia produzioni Multimediali, sarà presentato a momenti. Davvero un bel lavoro il suo! Con grande capacità di ricerca e di studio ha scandagliato questo lembo di terra che con orgoglio ci appartiene, tracciando i profili dei suoi scrittori, poeti e letterati. “Il Pensiero meridiano” di Franco Cassano: «Pensiero nato nel Mediterraneo, sulle coste della Grecia, pensiero innanzitutto di riformulazione dell’immagine che il Sud ha di sé: non più periferia degradata dell’‘impero’, ma nuovo centro di un’identità ricca e molteplice, autenticamente mediterranea».

Il pensiero, dunque, «col quale il Sud può riformulare l’immagine di sé», l’ha condotta a parlare di scrittori del nostro territorio. È l’amore per la sua terra “paesecarne, come la definisce, è la convinzione che Cristo non si è fermato a Eboli, come per anni siamo stati abituati a credere, ma è anche il voler contribuire a sfatare uno stereotipo: paese=regno dell’inerzia e dell’abbandono, è voler storicizzare la periferia avvalorando la tesi di una partecipazione vitale delle aree marginali alla cultura regionale e nazionale, seppure spesso dal di fuori del palcoscenico delle grandi agenzie di informazione.

Matera, libro copertina 5

I paesi sottoposti al vaglio dell’indagine culturale sono quelli dell’Alto Bradano, quelli situati nel nord-est della Basilicata. I paesi del grano e dell’orizzonte che sfuma sopra le Murge pugliesi, i paesi delle lotte contadine di un tempo e dei giovani di oggi in prestito alla Fiat di Melfi[…]Banzi, Palazzo San Gervasio, Acerenza, Genzano di Lucania, Oppido Lucano, Forenza, Tolve, comunità chiuse tra l’altopiano di Venosa, le montagne del Melfese, le città di Potenza e Matera. Il suo libro, dunque, dopo le varie piazze, tra cui quella di Roma, Fuis (Federazione unitaria italiana scrittori), è approdato a Matera.

Con lei al tavolo della presentazione lo scrittore Raffaele Nigro, prima laurea ad honoris causa nel 2003 e seconda nel 2005, scrittore e studioso di letteratura lucana e storia del Sud. Originario di Melfi, vive e lavora a Bari ed oltre alle varie pubblicazioni, effettua con altri studiosi degli scavi negli archivi privati e pubblici per portare alla luce autori lucani sconosciuti, che potrebbero contribuire alla crescita del nostro patrimonio culturale.

Anche la poetessa Anna Santoliquido è con noi. È nata a Forenza ma vive a Bari. Presiede il Movimento internazionale “Donne e Poesia”, membro del direttivo del Sindacato nazionale scrittori con sede a Roma e responsabile della sezione “Puglia e Basilicata”. I suoi libri sono tradotti in varie lingue. Con vigore accenna alla coesione, finora assente, delle belle intelligenze per rinforzare il nostro territorio al pari di altri. Dovremmo forse ancora assistere alla loro fuga in paesi stranieri che ben accolgono e apprezzano le nostre capacità?

Una piacevole serata, ricca di spunti, di riflessioni, fra quei Sassi, scalette, vicoli, tra l’odore del buon pane materano, del pan cotto con le cime di rape, coi cruschi, innaffiati col “Rosso” il “primitivo”… profumi che si levano da quelle parole colorate e familiari.

È  ormai tarda sera e le luci gialle dei lampioni e l’umido rendono il paesaggio caldo e ovattato. Ripercorriamo i vicoli per portarci fuori dalla città vecchia, coi pensieri rivolti al libro appena presentato, coi pensieri rivolti a noi, alle nostre sorti, alle sorti di una terra rude e selvaggia, alle voci di quei letterati che si levano per cantare di una splendida terra, una terra, tuttavia, deturpata, sfruttata, la terra delle trivelle, dell’inceneritore Fenice, delle discariche, terra abbandonata dai suoi figli, costretti ad emigrare, nonostante i giacimenti di petrolio, la terra delle strade dissestate e mai riparate. E ora? Della cultura? Mi chiedo come possa convivere tutto ciò! Una cultura che dovrebbe riscattarci, ma da pagare a quale prezzo? Ora che si vuole trivellare proprio quell’Alto Bradano, cantato nel saggio, tra l’altro territorio ad alta vocazione agricola?

Costeggiamo Palazzo Lanfranchi che conserva la collezione di dipinti e di libri antichi dell’illustre compaesano Camillo d’Errico, patrimonio di valore che pur appartenendoci giace lontano dalla sua vera casa… ma quella è altra storia!

La città nuova che freme, palpita, convive in simbiosi con la città dei Sassi silenziosi e custodi di verità taciute, di speranze inattese, di gente vinta ma fiera, di storie di briganti, mai davvero narrate, di una cultura che da sempre ci appartiene, fonte di una rinascita, da difendere e preservare.

AGGIORNATO IL 9 GENNAIO 2017

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