La psicoanalista napoletana che parlava con l’anima dei pazienti (e della sua città)

di Alba L’Astorina

BALLERINA, Mirò

Joan Miró, “Ballerina II” (c.1925)

È stato un ricordo appassionato e rigoroso quello che Ida Plastina, dalle pagine di Repubblica online, ha fatto di Maria Vittoria Turra, studiosa napoletana morta lo scorso ottobre, che nella teoria e nella pratica terapeutica ha insegnato a generazioni di medici a volgere lo sguardo dalle «malattie nervose» dell’individuo «alla sua anima, alla psiche, ai vissuti e alle interazioni nel gruppo».

Mi ha colpito, di questo articolo, il modo con cui la sua autrice accorda le note private e pubbliche di una donna che «ha tenuto in una mano le trame sofferte, oscure e sfilacciate di tanti», e del suo tentativo di sostenerle con l’impegno scientifico ed umano. Ma mi ha colpito, ancor di più, il sapore amaro della denuncia che leggo nelle parole di Ida: il rischio di una «amnesia» generale che «scava ancora di più l’assenza» di una figura femminile che ha esplorato senza pregiudizi i percorsi della mente umana e tracciato inediti itinerari di cura.

È un oblio, quello denunciato da Ida Plastina nel suo “Ricordo di Maria Vittoria Turra”, che arreca grave danno non solo a tutti quelli di noi che hanno conosciuto troppo poco la studiosa, ma offende la stessa Napoli, che deve essere stata, per lei, un osservatorio umano e ambientale privilegiato, dal quale riuscire a cogliere la “malattia” nella sua essenza più nuda e cruda. Perché, parafrasando Elena Ferrante, il “malessere” che vive l’intera umanità a Napoli non ha veli, è esibito senza pudore ma anche senza ipocrisia. E d’altra parte, se un cambiamento è pensabile, lo è solo dove è possibile riconoscere e riconoscersi.

Ripubblichiamo, nel nostro blog, l’articolo apparso su Repubblica, affinché si restituisca al «sonno» di Maria Vittoria la sua dimensione «leggera e transitoria».

Icona

Icona della “Dormizione”, Harissa, Libano © Photo F. Breynaert

Ricordo di Maria Vittoria Turra

«Un mese fa moriva Maria Vittoria Turra, psicoanalista e psicoterapeuta e figura di spicco nel panorama della neuropsichiatria napoletana. Insieme a un ristretto gruppo di pionieri aveva contribuito, fin dagli anni Sessanta e Settanta, a modificare per sempre la cura della mente a Napoli. Fu tra i soci fondatori del Centro Napoletano di Psicoanalisi e con il suo impegno pluridecennale divenne una figura molto stimata presso l’Università, dove era professore associato, e presso i colleghi terapeuti di tutta Italia. Contribuì attivamente allo sviluppo di quel clima di grande vivacità culturale e di scrupoloso impegno scientifico che ampliò le prospettive dello studio della mente con apporti multipli, superando gli orientamenti meccanicisti dell’impostazione neuropsichiatrica tradizionale. Prima di lei, e del gruppo di cui faceva parte, si curavano le malattie nervose. Dopo, si curò l’anima, la psiche, i vissuti e le interazioni dell’individuo nel gruppo.

Tutti l’hanno conosciuta piena di interessi sfaccettati, dal campo delle neuroscienze a quello dell’antropologia e delle religioni, dallo studio degli stati di coscienza a quello dell’etologia, fino alle esplorazioni delle credenze dello sciamanesimo. Decodificava con la stessa apertura, curiosità e rigore le domande sull’uomo che le credenze religiose come le ipotesi scientifiche mettevano in campo, poiché simile era la domanda che riconosceva in esse. Spaziava con lo stesso registro multiforme e di sofisticata precisione da un campo all’altro, comunicando al fortunato ascoltatore la percezione di trovarsi davanti a una scienziata del 3000 dopo Cristo e a una donna saggia del 3000 avanti Cristo. Ha pervaso di amore, apertura e vigore intellettuale chiunque le sia stato vicino, e in qualunque modo. «Ha tenuto in una mano le trame sofferte, oscure e sfilacciate di tanti», come ebbe a dire una sua collega e paziente nel giorno del funerale.

Ha lavorato fino alla fine. Fino alla fine ha contribuito alle riflessioni e alle ricerche delle équipe napoletane più di punta. Eppure la sua morte, che per tale biografia non è solo una morte privata e singolare, sembra vissuta come una dormizione, la Dormitio Mariae. Non si parla della morte della madre, perché la madre non muore mai. Si addormenta. Come quando, nel rito bizantino sopravvissuto nella piccola isola greca di Nisyros, al largo del Dodecanneso, il giorno dopo Ferragosto si festeggia il risveglio della Vergine Maria e si mangia la kòliva, grano cotto con miele e noci, il cibo ricostituente della Madonna che si ridesta dopo il sonno profondo.

C’è dunque un mancare simbolico della morte femminile che toglie la parola di una memoria condivisa, il ricordo professionale e umano di chi ha svolto un ruolo decisivo di fondazione e trasformazione delle pratiche della cura, come di formazione di generazioni di terapeuti. E questo mancare simbolico, benché provenga dall’immaginazione del sonno, tenue imago mortis — che forse la stessa Maria Vittoria avrebbe accolto con un sorrisetto e uno dei suoi più arguti “perché no?” — in realtà scava ancor di più l’assenza. E così l’idea leggera e transitoria dell’addormentarsi, del sonno e dei sogni come ingresso in un’altra dimensione, diventa il suo opposto, il peso di un’amnesia nella nominazione femminile».

(Ida Plastina)

2 Risposte

  1. Interessantissimo, Alba e toccante. Mi rimuove mille domande e curiosità, ma non saprei da dove cominciare. Ci rifletto su, poi, magari, ti chiederò.
    angela

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  2. grazie Angela. In effetti anche io so pochissimo di questa donna e infatti spero che Ida voglia cogliere l’invito che le ho fatto di parlarcene su queste pagine, prossimamente. Baci

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