Un dito sopra quei numeri come un bacio sulla bua dei bimbi

di Elisabetta Baccarin*

Elisabetta,  gen monaco

Elisabetta Baccarin all’Englischer Garten di Monaco di Baviera

io ho visto prima le mani.

stava aiutandomi a smontare pezzi della sua giardinetta fiat che si trovava arrugginita da anni nell’aia della cascina dove abitava e che mi sarebbero serviti per aggiustare la mia. Alcune sue galline amavano far le uova in quell’automobilina e lui aveva messo del fieno sui sedili per renderla più accogliente.
ha messo una mano vicino alla mia mentre tenevo fermo un pezzo che lui ha smontato.

ho detto
‘che mani grandi che ha!’

e lui di getto
‘sì. ho mani grandi. deformi. me le hanno martellate in campo di concentramento. non ce la facevo più a lavorare. non riuscivo più a stringere i pezzi di ferro che mi obbligavano a lavorare. allora me le hanno martellate. poi sono guarito. ma non del tutto’.

Elisabetta, dachau 1 gennaio 2015

Dachau, 1° gennaio 2015

ecco.

le mani le usava bene, erano nodose ossute enormi deformi. guarite.

ma quel
‘non del tutto’
è stato un sasso dentro.
perché non c’entravano le mani.

poi mi ha fatto vedere i numeri tirando più su la manica arrotolata,
senza vergognarsene e come a dimostrarmi che era tutto vero.
avevo 24 anni
e passare un dito sopra quei numeri mentre lo guardavo in faccia
non era speranza di cancellarli
ma un bacio sulla bua dei bimbi.

occhi cielo, ma cielo quando sta per piovere.
questo, anche, mi è rimasto.

quel colore lì da allora lo chiamo Abele.

Riempile di spavento, Signore, sappiano le genti che sono mortali (9, 21)

«Riempile di spavento, Signore, sappiano le genti che sono mortali (9, 21)»

«Il memoriale ebraico (foto a sinistra) è stato consacrato nel maggio del 1967. È costruito in basalto lavico nero e la struttura è inclinata verso il basso, l’accesso è in discesa. Nel punto più basso la luce filtra attraverso un’apertura nel soffitto. Una menorah a sette braccia in marmo di Pek’in è nel punto più alto. Pek’in è in Israele, un luogo dove deve sempre risiedere almeno un ebreo, anche nei momenti più difficili, per simboleggiare la continuità del giudaismo. All’interno la Ner Tamid, la luce eterna. La ringhiera – spiega Elisabetta – ricorda il filo spinato, ovunque nel campo di concentramento. Il titolo della foto è il versetto del Libro dei Salmi scolpito all’ingresso del memoriale».

* Questo post è l’anticipazione di un successivo articolo che Elisabetta Baccarin sta scrivendo su una foto che l’ha particolarmente colpita visitando l’esposizione permanente all’interno di Dachau.

 

Una Risposta

  1. molto bello, intenso e poetico, aspetto di leggere il resto, il resto della vita di queste grandi mani marchiate … brava, come sempre, Betta!

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