«Non era la vita. Non era Parigi. Era agosto»

di Anna Gavalda*

GLI_AMANTI

René Magritte, “Gli amanti” (1928)

«Abbiamo attraversato Parigi tenendoci per mano. Dal Trocadero fino all’Ile de la Cité costeggiando la Senna. Era una sera magnifica. Faceva caldo. La luce era morbida. Il tramonto sembrava non finire mai. Eravamo come due turisti, spensierati, stupiti, la giacca sulle spalle e le dita intrecciate. Io facevo da guida. Erano anni che non passeggiavo a quel modo. Riscoprivo la mia città. Abbiamo cena a place Dauphine e passato i giorni seguenti nella sua camera d’albergo. Mi ricordo della prima sera. Del suo gusto salato. Doveva essersi fatta il bagno poco prima di prendere il treno. Mi ero svegliato durante la notte per la sete. Io… Era meraviglioso.

Era meraviglioso e del tutto artificiale. Non era la vita. Non era Parigi. Era agosto. Non ero un turista. Non ero celibe. Mentivo. Mi mentivo. A me, a lei, alla mia famiglia. Lei non era scema e quando è arrivato il momento della faccia di bronzo, delle telefonate da fare e delle bugie da raccontare, se n’è andata.

Davanti al cancello d’imbarco mi ha dichiarato:

‘Cercherò di vivere senza di te. Spero di riuscirci…’»

 

«Non ho avuto il coraggio di baciarla.»

Il-doppio-segreto

René Magritte, “Il doppio segreto” (1927)

«La sera sono andato al Drugstore. Stavo male. Stavo male come se mi mancasse qualcosa, come se mi avessero amputato un braccio o una gamba. Era una sensazione pazzesca. Non capivo cosa mi stesse succedendo. Mi ricordo che avevo disegnato due figure sulla tovaglietta di carta. La figura di sinistra era lei di faccia e quella di destra era lei di spalle. Cercavo di ricordarmi la posizione esatta dei suoi nei e quando il cameriere si è avvicinato e ha visto tutti quei puntini, mi ha chiesto se per caso ero un esperto di agopuntura. Non capivo cosa mi stesse succedendo, ma comunque sentivo che era qualcosa di molto grave! Per qualche giorno ero stato me stesso. Né più né meno che me stesso. Quand’ero assieme a lei, avevo l’impressione di essere una persona a posto… Era semplice. Non sapevo di poter essere un tipo a posto.

Amavo quella donna. Amavo quella Mathilde. Amavo il tono della sua voce, il suo spirito, la sua risata, la sua visione del mondo, questa specie di fatalismo delle persone che hanno girato molto. Amavo la sua risata, la curiosità, la discrezione, la sua colonna vertebrale, le anche un po’ sporgenti, i suoi silenzi, la sua dolcezza e… tutto il resto. Tutto… tutto. Pregavo affinché lei non potesse più vivere senza di me. Non pensavo alle conseguenze della nostra storia. Avevo appena scoperto che la vita è molto più bella quando si è felici. Mi ci erano voluti quarantadue anni per scoprirlo ed ero così meravigliato che mi proibivo di rovinare tutto guardando l’orizzonte. Mi sentivo in paradiso…»

Frassinelli

 

* Uhmmm…, non c’è niente da fare: leggere un libro (o una poesia) tradotto mi fa un po’ lo stesso effetto di ascoltare un brano d’opera in cui si sente soltanto la voce del cantante e l’orchestra è quasi sparita, silenziata.

Del perché e del per come ho deciso di proporre in questi giorni le pagine dal romanzo “Je l’aimais” di Anna Gavalda ho scritto ieri, postandole nella versione originale francese. Sempre più spesso cerchiamo di tradurre i nostri contenuti perché le persone che ci seguono quotidianamente da ogni parte del mondo sono davvero tante e in numero sempre crescente. Quando non si tratta, come in questo caso, di un testo tradotto “professionalmente”, ci arrangiamo come possiamo, affidandoci alle nostre cognizioni scolastiche più o meno affinate o ad amiche e amici cultori delle lingue che, dedicandoci tempo ed energie, ci accompagnano e ci sostengono così nel cammino. Il nostro è, necessariamente, un blog “autarchico”.

Ciò detto, “Je l’aimais”  di Anna Gavalda è pubblicato in Italia da Frassinelli e tradotto dal francese da Silvia Ballestra. 

(Paola Ciccioli)

 

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