«La vita è qualcosa di più della poesia»

di Marguerite Yourcenar*

Marguerite_Yourcenar

Un’immagine giovanile di Marguerite Yourcenar

Lo ammetto, Monique, in queste pagine mostro troppa compiacenza per me stesso. Ma ho così pochi ricordi non amari, che bisogna perdonare se mi dilungo su quelli soltanto tristi. Non me ne vorrai se descrivo lungamente i pensieri di un bambino che io sono il solo a conoscere. Tu ami i bambini. Lo confesso: forse, senza saperlo, ho sperato in tal modo di predisporti all’indulgenza, all’inizio di un racconto che te ne chiederà non poca. Cerco di guadagnar tempo: è naturale. C’è tuttavia qualcosa di ridicolo nell’avviluppare di frasi una confessione che dovrebbe essere semplice: ne sorriderei, per poco che potessi sorridere. È umiliante pensare che tante aspirazioni confuse, emozioni e turbamenti (senza contare le sofferenze) abbiano una ragione fisiologica. Quest’idea mi ha fatto vergognare, prima di calmarmi. La vita, anche lei, non è che un segreto fisiologico. Non vedo perché il piacere, in quanto pura sensazione, debba essere un male, mentre non si disprezza il dolore, che è pure una sensazione. Si rispetta il dolore perché non è volontario, ma c’è il problema di sapere se il piacere lo è sempre, o se per caso noi lo subiamo. Comunque, questo piacere liberamente scelto non mi pare per questo più colpevole. Ma è proprio il momento di affrontare tutti questi problemi.

Sento che sto diventando molto oscuro. Certo basterebbe, per spiegarmi, qualche termine preciso, che non sarebbe neppure indecente dal momento che è scientifico. Ma non ne farò uso. Non credere che ne abbia paura: non bisogna aver timore delle parole, dopo che si è ceduto ai fatti. Semplicemente, non posso. Non posso, non soltanto per delicatezza e perché mi rivolgo a te: non posso di fronte a me stesso. So che ci sono dei nomi per tutte le malattie, e che ciò di cui ti parlo viene ritenuto una malattia. Io stesso l’ho creduto per molto tempo. Ma non sono medico; non sono neanche più certo di essere un malato. La vita, Monique, è molto più complessa di tutte le possibili definizioni; ogni immagine semplificata rischia sempre di essere volgare. Non credere neppure che io approvi i poeti perché – non conoscendo che i loro stessi sogni – evitano i termini esatti; c’è molto di vero nei sogni dei poeti, ma non sono tutta la vita. La vita è qualcosa di più della poesia; è qualcosa di più della fisiologia e persino della morale, in cui ho creduto per tanto tempo. È tutto ciò e molto di più ancora: è la vita. È il solo nostro bene e la sola nostra maledizione. Noi viviamo, Monique; ognuno di noi ha la sua vita particolare, unica, determinata da tutto il passato, sul quale non abbiamo alcun potere, e che determina a sua volta, per poco che sia, tutto il futuro. La nostra vita. La vita che appartiene a noi soli, che non si ripeterà una seconda volta e che non siamo certi di comprendere del tutto. E ciò che sto dicendo della vita intera lo potrei dire di ogni momento di una vita. Gli altri vedono la nostra presenza, i nostri gesti, e come le parole si formano sulle nostre labbra; soli, noi vediamo la nostra vita. Questo è strano: la vediamo; stupiamo che sia così, e non possiamo cambiarla. Anche quando la giudichiamo, le appartieniamo ancora; la nostra approvazione o il nostro biasimo ne fanno parte; è sempre lei che riflette se stessa. Poiché non c’è null’altro; il mondo, per ognuno di noi, non esiste se non in quanto confina con la nostra vita. E gli elementi che la compongono non sono scindibili: so troppo bene che gli istinti di cui andiamo fieri e quelli che non confessiamo hanno, in fondo, la stessa origine. Non ne potremmo sopprimere uno senza modificare tutti gli altri. Le parole servono a tanta gente, Monique, che non si addicono più a nessuno; come potrebbe un termine scientifico spiegare una vita? Non spiega neanche un fatto; lo designa. Lo designa sempre nella stessa maniera, eppure non ci sono due fatti identici in diverse vite, e forse nemmeno in una sola. I fatti sono, tutto sommato, assai semplici; è facile renderne conto: può darsi che tu li sospetti già. Ma quando saprai tutto, mi resterà ancora da spiegarmi a me stesso.

Alexis o il trattato della lotta vana

Questa lettera è una spiegazione. Non vorrei che diventasse un’apologia. Non sono tanto folle da augurarmi che mi si approvi; non chiedo neppure di essere accettato: è chiedere troppo. Non desidero che di essere compreso. Vedo bene che è la stessa cosa, che è pur sempre desiderare troppo. Ma tu mi hai dato tanto nelle piccole cose, che ho quasi il diritto di aspettarmi da te comprensione nelle grandi.

* Tre pagine da “Alexis o il trattato della lotta vana”, scritto «in completo isolamento» da Marguerite Yourcenar a 24 anni. E 24 anni ha il musicista che, nella lunga lettera immaginata dalla scrittrice nata a Bruxelles nel 1903, spiega alla moglie le ragioni per cui deve lasciarla e vivere senza più negarla – anche a se stesso  – la propria omosessualità. È un libro perfetto, e tale era apparso all’autrice che non ha mai più apportato modifiche, contrariamente alle sue abitudini, a questo primo romanzo. È quasi un percorso analitico: «Ma io preferisco ancora il peccato (se di peccato si tratta) piuttosto che una negazione di sé, così vicina alla demenza». E una lettura indispensabile per chi voglia toccare e comprendere il dolore che accompagna il viaggio verso la propria identità più profonda e l’espressione creativa. Un viaggio sideralmente distante dalle violente volgarità di cui sono tuttora impregnate tante conversazioni e pagine di giornale.

Scrive Marguerite Yourcenar nella prefazione, quasi trent’anni dopo la stesura del libro: «Non si è forse osservato abbastanza che il problema della libertà sensuale in tutte le sue forme è in gran parte un problema di libertà di espressione».

“Alexis o il trattato della lotta vana” è edito da Feltrinelli. Traduzione dal francese di Maria Luisa Spaziani.

(Paola Ciccioli)

AGGIORNATO IL 5 AGOSTO 2014

 

Una Risposta

  1. Bellissimo libro, letto anni e anni fa, ma su cui spesso ritorno. Per bellezza di parola, per modernità di contenuto. E. Di dolore.

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