Dentro il trauma di un abbraccio negato dalla madre

Robert Wyatt - Sea Song  (illustrazione da Marss)

Robert Wyatt – Sea Song
(illustrazione da Marss)

«Il fenomeno del suicidio in età adolescenziale si è configurato negli ultimi anni come un vero e proprio problema di sanità pubblica. I dati presentati dall’Organizzazione mondiale della sanità (2012) mostrano come il suicidio sia la seconda causa di morte per i giovani di età compresa tra i 14 e i 24 anni e divenga la prima causa di morte nei Paesi ad alto reddito per la fascia d’età tra i 15 e i 19 anni. Queste cifre già sconcertanti non tengono in considerazione l’insieme dei tentati suicidi, dei parasuicidi, degli atti di autolesionismo e delle morti “lente” (come ad esempio l’anoressia nervosa), fenomeni che interessano la popolazione adolescenziale anche in maggior misura rispetto all’autoinfliggersi intenzionalmente la cessazione della vita».

Così, un comunicato dell’Università Bicocca di Milano dove di recente si è tenuto un importante seminario con Karlen Lyons-Ruth, tra le più autorevoli psicoanaliste e ricercatrici dei comportamenti suicidari e dei disturbi borderline e antisociali.

Karen Lyons-Ruth

Karlen Lyons-Ruth

Il tono della voce che cambia, le braccia che all’improvviso si chiudono a un abbraccio: gesti impercettibili che possono spaventare il bambino se a compierli è la mamma. E se si ripetono possono diventare un trauma, come l’aver assistito a un’aggressione.

È quanto ha spiegato la studiosa americana intervenendo all’incontro di studio su Comportamenti suicidari e disturbi borderline e antisociali: gli indici predittivi in infanzia e in adolescenza, organizzato dal Dipartimento di Psicologia dell’università milanese e curato da Lucia Carli, docente di Psicodinamica e assessment della genitorialità in collaborazione con l’ ISIPsE’-Istituto di specializzazione in Psicologia Psicoanalitica del Sé e in Psicoanalisi relazionale e con il CSCP-Centro studi per la Cultura psicologica dell’ateneo.

«La scala che rileva la sensibilità materna – ha detto la professoressa Lyons-Ruth – permette di distinguere i bambini sicuri da quelli insicuri. Finora si pensava che il genitore con una condizione mentale di dissociazione in rapporto a esperienze traumatiche passate, o a esperienze di perdita non elaborate, potesse manifestare una specifica difficoltà a prestare un’attenzione flessibile agli stati affettivi dolorosi del figlio, in quanto l’espressione di dolore e di paura del bambino può provocare nel genitore stati affettivi dolorosi e irrisolti. Invece, esiste un’altra ampia gamma di comportamenti “insensibili” che possono causare dissociazione nel bambino, legati non solo a esperienze di lutto o trauma nella madre. E’ così ogni volta che la madre fallisce nel proteggere il bambino e nel supportarlo nelle sue richieste di protezione, magari a causa delle carenze affettive da lei stessa vissute. E se questi comportamenti sono ripetuti, il bambino li può vivere in modo traumatico».

Nel corso del seminario – prosegue la nota dell’ufficio stampa dell’ateneo – è stato affrontato anche il tema del suicidio in adolescenza come conseguenza a lungo termine del fallimento precoce della comunicazione madre-bambino, un fenomeno molto complesso sia perché intervengono fattori differenti di tipo psicologico, biologico, sociale, culturale e ambientale, sia perché l’adolescenza rappresenta di per sé un periodo molto delicato del processo maturativo fisico e psicologico.

Immagine dal sito del Corriere della sera

Immagine dal sito del Corriere della sera

Per quanto riguarda la situazione italiana, i dati Istat (2012) mostrano come l’Italia registri un tasso di mortalità per suicidio tra i più bassi nei Paesi Ocse, con una crescita del fenomeno all’aumentare dell’età. «Nonostante questi dati – ha spiegato la professoressa Carli -, non si deve sottovalutare il fenomeno del suicidio adolescenziale ed è necessario creare sistemi di prevenzione, aiuto e cura che prendano in carica non solo l’adolescente, ma tutto il sistema familiare. Aspetto importante soprattutto perché spesso il cammino verso il suicidio è “silenzioso”, non visibile agli altri. Il tentativo di suicidio è infatti anche, ma non solo, un messaggio potente e disperato: un messaggio rivolto ai genitori, ai propri docenti, all’oltraggioso oggetto d’amore. Il suicidio è in minima parte dei casi sintomo di una malattia o della depressione, anche se è possibile rintracciare alcuni fattori di rischio quali tentativi di suicidio precedenti, abuso di droghe o alcol, senso di isolamento, impulsività, storia di trauma, di abuso e di violenza».

 

 

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