Barbara, saltata in aria con i due figli. Perché la mafia sbagliò il bersaglio designato: il magistrato Carlo Palermo

di Maurizio Struffi e Luigi Sardi*

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Carlo Palermo con Paola Ciccioli a Roma, inizi Anni ’90 (foto di Sandro Rossi)

Due aprile 1985. Ore otto del mattino. L’assassino aspettava sulla strada S. Vito-Trapani, a poche centinaia di metri dalla spiaggia dove una stele ricorda la leggenda dell’approdo di Enea alle coste italiane. Non lo distraevano l’incanto di quel mare che s’allarga fino alle Isole Egadi e neppure quei fiori che la primavera siciliana andava accendendo in una incredibile violenza di colori e profumi, lungo le pendici della montagna di Erice. In mano un telecomando, puntato su un’automobile imbottita d’esplosivo. Premendo solo un pulsante, doveva uccidere Carlo Palermo, il giudice che a Trento, cinque anni prima, aveva aperto un’inchiesta su un incredibile, gigantesco contrabbando di stupefacenti ed armi e che, appunto a Trapani, prometteva di trasferire il suo rigore, la sua cocciutaggine, nella lotta alla mafia.

Il killer sapeva che ogni mattina, lungo quella strada, l’auto blindata del magistrato, scortata dalla polizia, portava quasi con cronometrica puntualità Carlo Palermo dalla sua abitazione al palazzo di giustizia, un edificio nuovo di vetro e cemento sorto fra case che sembrano seccate dal sole. Un percorso obbligato sulla litoranea, un agguato in corrispondenza di una curva, di fronte a una stradina che si perde verso la montagna. Le auto, in quel punto, sono costrette a rallentare; lì era parcheggiata quella rubata e riempita di esplosivo, messa a ridosso di un muretto, sul lato del mare. Una trappola preparata in tutti i particolari.

All’appuntamento con la morte, però, la «blindata» del giudice guidata da un ex agente di custodia, Rosario Maggio, è arrivata contemporaneamente alla Volkswagen «Scirocco» di Barbara Rizzo, 30 anni, moglie dell’imprenditore trapanese Nunzio Asta, titolare di una vetreria. Con lei i due gemelli Salvatore e Giuseppe, che le fotografie dell’ultimo carnevale mostrano sorridenti fra altri bambini, vestiti da variopinti moschettieri. Al momento dell’esplosione la loro auto ha fatto da scudo a quella di Carlo Palermo, la loro morte è stata certamente la salvezza del giudice.

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Barbara Rizzo con i suoi due gemelli morti con lei nell’attentato del 1985

La possibilità di uccidere passanti innocenti era stata calcolata. I sicari non hanno avuto esitazione ad azionare il telecomando, pur rendendosi conto che la macchina presa di mira incrociava quella della donna e dei suoi due bambini. Uno scoppio impressionante, una carica di esplosivo preparata da mani espertissime, come dimostra l’effetto della deflagrazione sfogata solo in direzione della strada, proprio dove doveva colpire. La Volkswagen fatta a pezzi, l’auto del giudice sfondata, quella sulla quale viaggiavano gli agenti di scorta – Antonio Ruggirello e Salvatore La Porta – distrutta e gli occupanti gravemente feriti. Sui muri delle case vicine si sono aperte lunghe crepe, il corpo di Barbara Rizzo è finito su un terrapieno a trecento metri di distanza e quelli dei due bambini sono stati dilaniati.

Scrive Luca Villoresi su «Repubblica» di mercoledì 3 aprile: L’orrore è stampato in rosso sulla facciata di una villetta, tra il mare e i fiori di una Sicilia in primavera; quella macchia di sangue, oltre il primo piano – riferiscono impietosi i verbali della scientifica – l’ha lasciata la cassa toracica di un bambino di sei anni. Il resto è disseminato a brandelli. Nel macabro inventario che decine di uomini stanno raccogliendo sull’erba è quanto resta di una donna.

Il magistrato, ferito ad una caviglia, è uscito dall’auto in stato di shock. Guido Rampoldi scrive su «La Stampa»: Baffi, occhiali e pigiama celeste, in una stanzetta spoglia e priva di finestre dell’ospedale di Trapani, dove è ricoverato più per superare lo shock che per la ferita alla caviglia, il giudice Carlo Palermo vive l’angoscia di sapersi scampato alla morte per quella fatalità che è costata la vita a Barbara e ai suoi due gemelli. Parla a fatica, è stanchissimo, drammaticamente sconvolto per il sacrificio della mamma e dei due bambini.

fermate-quel-giudice

* Comincia così il libro scritto da due giornalisti che, un anno dopo l’attentato dimenticato, lavoravano all'”Adige” di Trento e all”Alto Adige” di Bolzano e avevano seguito da vicino le indagini di Carlo Palermo, anticipatrici per molti versi di quanto sta emergendo in questi giorni a Reggio Calabria sugli intrecci tra politica e criminalità organizzata: in questo caso la potentissima e ramificata ‘Ndrangheta.

“Fermate quel giudice” di Maurizio Struffi e Luigi Sardi è edito da Reverdito Editore.

(Paola Ciccioli)

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