Non comprendo l’ubbidienza, Padre Giancarlo Bregantini

di Adele Colacino

 

Come previsto dalle previsioni meteo oggi è tornato il freddo.

Pioviggina e tira un vento gelido e rabbioso che farà cadere ogni timida gemma dal mio ciliegio che già non gode buona salute per le ferite inferte da un maldestro presuntuoso giardiniere che, solo perché capace di guidare un tosaerba, pretende di sforbiciare e mutilare alberi e piante mentre passa.

Stanotte ho letto le ultime pagine del libro che avevo sul comodino e, come al solito, prima di iniziarne uno nuovo ho bisogno di alcuni giorni per rimasticare  e assaporare ancora un po’ i fantasmi che mi  rimangono intorno, specialmente se con l’autore e le sue parole ho tessuto, leggendo, uno scialle di impressioni che mi si appiccicano addosso.

Ricordo sempre lo smarrimento provato tanti anni fa quando, L’amore al tempo del colera, mi lasciò per giorni un senso di abbandono e nella testa e per casa la presenza di Florentino e Fermina.

giancarlo adele linda

Padre Giancarlo Bregantini con Adele Colacino (a destra) e l’amica Linda

Giro per casa, apro qualche cassetto, lo svuoto in cerca di cose dalle quali prendere commiato,  nella vana speranza di creare ordine e spazio.

La grande busta di carta che mi porto appresso rimane quasi vuota e alla fine rimetto tutto a posto in maniera più disordinata di prima. 

Da queste vie crucis fra un’anta e un cassetto saltano fuori oggetti magari cercati furiosamente in passato, quei momenti nei quali pare che se non riesci a trovare quel foulard, quel pullover, non avrai di che coprirti, per quella penna sparita non potrai più tracciare una firma o una linea.

Non ricordavo nemmeno di averla conservata,  stava attaccata a un ventaglio di carta e merletto comprato durante un viaggio in Spagna, tanti anni fa.

L’agenda di quell’anno con la copertina rigida nera ed il nastrino spelacchiato mi ha riportato indietro…

…Vado  con Linda e Annina  a Locri a salutare un vescovo che con  disperata ubbidienza deve lasciare, nel silenzio omertoso dei potenti, progetti  preziosi e fragili che avevano nutrito  entusiasmi in un territorio e fra giovani che conoscevano più “Ormai” che ”Speranza”.

Ho conosciuto Padre Giancarlo Bregantini a Crotone negli anni Settanta.

La prima volta che l’ho incontrato, ancora nemmeno prete, stava in cima a una scala  cercando di  attaccare sulla parete di un “basso” di un quartiere popolare una targa con incisa la scritta “Comunità di Base” che avrebbe ospitato anche  il Collettivo Donne Angelina Mauro che si andava formando.

Lavoravo alla FIATALLIS e vivevo quotidianamente il disagio di un ambiente di colonialismo professionale dei dirigenti del Nord che venivano a dirigere la mano d’opera nel Sud con una voce  di contributo/bonus sulla busta paga per “disagiata sede”.

Eppure diventavano dei piccoli principi, accolti e rispettati, invitati alle tavole  e nei salotti importanti della città.

Ero appena uscita dalla scuola, la mia mente era una minestra composta dagli ammonimenti severi di una madre troppo presto rimasta vedova, che mi volevano riservata, beneducata, rigida e quasi muta e la fierezza di appartenere a una famiglia di lavoratori e intellettuali  che avevano subìto il carcere ed il confino per non aver ubbidito mai alle regole fasciste.

Vescovo, Adele

L’umile stanza di Padre Bregantini quando era vescovo della diocesi di Locri-Gerace (la foto appartiene ai ricordi di Adele)

La casa di mia nonna della quale porto il nome, fiera antifascista, veniva perquisita a ogni visita in città di qualche gerarca. Nonna Adelina aveva una mano offesa dalla polio e non lasciava uscire gli squadristi che avevano messo a soqquadro la casa se non rimettevano tutto come avevano trovato.

Non trovarono mai la foto di Giacomo Matteotti incollata dietro il ritratto di nonno Vincenzo morto giovane. Mio padre e i suoi fratelli, per la cortesia di un maresciallo che «voleva stare tranquillo», in quelle occasioni venivano trattenuti in guardina per tutto il tempo della parata cittadina.

Non avevo certezze, e ancora le cerco, in fatto di fede, di partecipazione regolare ai sacramenti .

Padre Giancarlo divenne Cappellano in Fiatallis e portò già allora un esempio nuovo di uomo di chiesa e di fede. Ricordo sempre il suo sguardo, il cenno con il quale mi invitava a partecipare alla Messa celebrata in fabbrica portando il pane o il calice come facevano le mie colleghe, pie donne ubbidienti al capoufficio che si confessavano negli angoli della fabbrica per la Santa Pasqua. Io restavo solo perché le celebrazioni avvenivano durante l’orario di lavoro e per andare via avrei dovuto chiedere e ottenere un permesso non retribuito.

Padre Giancarlo mi chiamava a partecipare senza insistere, con un sorriso nascosto tra baffi e barba, come per dire non devi rappacificarti per forza con loro, non ti arrendi ai loro soprusi e alle loro ingiustizie sociali, cerca una strada diretta con le mie parole e con Lui. Sono rimasta sempre al bivio.

L’ho incontrato ancora qualche tempo fa, dopo tanti anni. Era già vescovo a Locri.

Arrivò  a piedi nel centro storico di Crotone per un convegno organizzato da un gruppo di vecchie conoscenze comuni, portava una borsa pesantissima piena di libri. Incantò tutti, ancora una volta, con la sua sapienza fatta di conoscenze reali e di quel senso magico che fa apparire tutto ancora possibile.

Non aveva auto o scorta che lo riportassero verso casa, alla sera. Doveva rincorrere un treno per tornare e lo accompagnammo fino a Catanzaro Lido. La stazione era buia e deserta, con lavori in corso che isolavano  lunghi tratti di banchina. Il bar e l’edicola erano già chiusi.  Il mio cuore si sgonfiò dell’ansia solo quando un gruppetto di ferrovieri, che parlavano con cadenza reggina, lo riconobbero e dissero: è il nostro vescovo, lo riportiamo a casa, tra poco partiamo Padre!

Io  non capisco perché il Vescovo Bregantini  debba cambiare sede, non comprendo l’ubbidienza e non godo del dono di una fede pura e forte che ti liberi il cuore e  la testa da ogni dubbio, ma non riesco a comprendere perché questa terra, figlia prediletta di molti potenti debba sempre e ancora essere  punita.

Sembra una bambina abbandonata alla nascita che viene adottata e quando i rapporti cominciano a diventare forti e costruttivi con il padre adottivo, un regolamento,  un vizio di forma,  una scadenza deve mettere fine al percorso e rimandare tutto indietro: regina reginella quanti passi devo fare per arrivare al tuo castello? E se la reginella è furba, egoista o mafiosa al castello non ci arriverà mai nessuno.

 

*Padre Giancarlo è nella Diocesi di Campobasso ormai da un po’ di anni, ma torna volentieri in Calabria in diverse occasioni. Chi lo conosce bene,  avverte nelle sue parole la delusione e il rammarico di aver dovuto lasciare ancora fragili le cooperative agricole dei giovani della Piana che, collegate ad alcune solide  realtà del Trentino, continuano a vivere anche se tra vecchie e le nuove difficoltà.

 

2 Risposte

  1. L’obbedienza è dovuta a Dio, non agli uomini.
    Il vescovo Bregantini ha ubbidito ai secondi.
    Può essere deluso e triste finché gli pare, ma la scelta è stata sua.

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    • Cara Sara, non possiedo gli strumenti per articolare una risposta concisa alla tua opinione, che teoricamente condivido, ma Padre Giancarlo è innanzi tutto un prete. La mente spesso aggiusta ferite che l’impulso della passione delle idee lascia aperte per sempre.

      Mi piace

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