La cintura stretta del silenzio

Mi è capitato ieri, accompagnavo un familiare dal medico, che il discorso scivolasse sul tema di chi parla e di chi tace.

Ti accarezzo sui capelli , Adele

di Adele Colacino

Adele Colacino

Adele Colacino

In un Centro benessere, lungo il percorso, mi è stata offerta anche l’opportunità di sentire il SILENZIO.

Bastava entrare in un abitacolo con una forma strana, al buio, aspettare un poco e poi avrei avuto il silenzio assoluto.

Ho aspettato e, dopo un poco, ho sentito il rumore del silenzio.

Non so dire se la cupola intorno a me consentisse l’effetto, quanto la mia disponibilità psicologica mediasse, cercavo di rilassarmi e di stare al gioco e dopo un po’ l’ho sentito.

Magari chi leggerà queste righe, se mai qualcuno lo farà, sorriderà della mia ingenuità o della mia incompetenza sul tema.

Ma non è di quel silenzio che voglio parlare.

Io vivo la maggior parte della mia vita avvolta nel silenzio, che sia al buio che sia alla luce del giorno. 

Ci vivo dentro come un salame nel suo budello, come un piede nel suo calzino, come l’acqua gasata nella sua lattina.

Ascolto la radio al mattino appena sveglia, parlo e rispondo al telefono, vedo la Tv, vedo gente nel corso delle mie giornate, eppure esso, il silenzio, lo sento accanto, dentro, come una cintura stretta, come una scarpa che ti morde il tallone, come un cibo che non tolleri eppure riempie sempre il tuo piatto.

Mi mancano i suoni dell’anima? Se esiste l’anima, mi mancano i suoni del parlarsi per confrontare i pensieri diversi nelle teste e nel cuore, mi mancano le discussioni piene di senso di pacatezza e di rabbia, di ironia e di complicità. Mi manca dire e ascoltare parole con le quali comporre la gioia o la paura. E quando mancano troppo le parole, possono finire gli sguardi, può finire la tenerezza, perché nulla seguirà, saranno semi sterili.

Chi tace costruisce puntigliosamente i suoi alibi.

Il mare della Calabria

Il mare della Calabria, dal profilo Facebook di Adele

La casa di chi preferisce tacere ha pareti costruite con la Riservatezza, con la Sensibilità, il pavimento è un mosaico di Non Servono Sempre Le Parole, e i vetri alle finestre sono opache materie di Cocciuta Paura di mettersi in Mezzo con lustre maniglie di Generoso Saper Ascoltare.

Oh se venisse il dubbio a chi tace su quanta necessità, chi parla, abbia di ascoltare i suoi battiti, le sue paure, i desideri, l’egoismo di non ritenere gli altri capaci di accogliere una gioia o un dolore.

Oh se chi tace non avesse paura di scoprire le proprie carte e giocasse il gioco della vita senza aspettare sempre che siano altri a muoversi, a decifrare a tradurre, a interpretare conservandosi il ruolo del vivente e non dello spettatore che, avendo pagato il suo biglietto/tributo, conserva insieme allo scontrino il potere di fischiare o applaudire chi sul palcoscenico interpreta appassionatamente la parte che, il luogo, gli eventi, il respiro di tutti gli altri hanno costruito per il tempo da condividere.

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