Padre e figlio di ritorno dal “Nebraska”, molte birre dopo

di Maria Elena Sini

Nebraska--2Mercoledì scorso ho visto al cinema il film Nebraska, diretto da Alexander Payne e splendidamente interpretato da un intenso Bruce Dern e avevo fatto la mia scelta per la notte degli Oscar.

Il protagonista, Woody Grant, è un anziano non più molto lucido che ha ricevuto una di quelle “lettere truffa” che assicurano la vincita  di un milione di dollari, ma che portano scritto in piccolo che il premio può essere ritirato solo se il numero corrisponde a quello di un’estrazione. Woody però si ostina a voler ritirare la vincita in un ufficio del Nebraska e, dato che non guida più, si avvia a piedi dalle strade del Montana. Mentre la moglie e il figlio maggiore cercano di dissuaderlo, David, il figlio minore occupato in un negozio di elettrodomestici, si sintonizza sulla stessa lunghezza d’onda del padre e decide di intraprendere il viaggio sino a Lincoln nel Nebraska con lui, assecondando i suoi capricci e tuffandosi nel suo passato. Nel percorso, interrotto da una sosta nella cittadina natale di Woody, David scoprirà i piccoli sogni del padre, le speranze svanite, gli amori mai dimenticati, gli amici e i nemici di una vita. 

Ambientato nella provincia americana, Nebraska racconta la storia di  persone vere dentro storie comuni e particolari da cui si ricava una situazione universale attraversando una dimensione umana marginale e fuori mano rispetto all’immaginario hollywoodiano.

E’ la storia senza retorica  dell’amore di un figlio per un padre: un padre eccentrico, non sempre perfetto ma che non sogna quel milione di dollari per sé, a lui basta un pick-up per percorrere gli ultimi chilometri di una vita spesa a bere e a rimpiangere quello che non è stato. Woody Grant è alla ricerca di un riscatto più o meno consapevole, insegue cocciutamente la fantomatica vincita per i suoi ragazzi, per lasciare loro qualcosa con cui vivere e per cui ricordarlo.

E’ quel che si dice un “road movie” nel quale  lo spettatore viaggia attraverso luoghi spogli punteggiati da pompe di benzina e isolati motel splendidamente fotografati (il film era candidato a diversi premi Oscar, tra cui la fotografia) in un nostalgico bianco e nero accompagnato dalla struggente musica della colonna sonora composta da Mark Horton.

Molte birre dopo, padre e figlio arriveranno a destinazione: non otterranno la vincita ma torneranno a casa comunque  più ricchi di quando sono partiti. Il ritmo lento del loro viaggio, che non insegue il tipico sogno americano, crea quella complicità che permette ai due viaggiatori di ritrovarsi tra segreti svelati e divertenti verità, facendo recuperare al figlio il rispetto per  il padre e le sue passioni e consentendo al vecchio di svelare quell’amore che era stato incapace di manifestare in tutta una vita.

E’ un film piccolo e personale che non ha vinto tutti premi a cui era candidato, ma ha il pregio di raccontare con dialoghi che si sviluppano con umorismo e senza forzature la vita e la morte, i legami e i sentimenti, le illusioni e le frustrazioni.

2 Risposte

  1. CHE BELLO

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  2. Simona, bello cosa? L’articolo di Maria Elena o il film? O tutti e due?
    (Detto tra parentesi, “Nebraska” anche secondo me è un film bellissimo, sia tecnicamente sia per le emozioni che mostra, racconta, fa vivere. E rivivere. Commovente e vero).
    Sono contenta che Maria Elena abbia deciso di “parlarci” anche di cinema. E lei sa da cosa ha origine la mia contentezza, figlia di lunga e non insistente attesa.

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