La donna è cuoca, l’uomo (invece) è chef

di Elena Novati*

hanna_hansen

Anna Hansen

“When you think about food,
it’s often seen as a female domain,
but as soon as it becomes something
where you can win a crown,
then the boys move in, right?”

Anna Hansen, chef del “The Modern Pantry”, Londra

Prenderò in esame un aspetto rilevante sugli stereotipi di ruolo legati al genere, ovvero quello della visione culturalmente più comune e accettata che vorrebbe la donna in cucina per soddisfare i palati dei familiari e l’uomo nelle grandi cucine internazionali, attorniato da un’aura di creatività ed estro ben lontana dalla tradizione familiare, che porta a mio parere a una differenza di attribuzione di titolo non trascurabile: la donna è cuoca, l’uomo è chef. Questo gap di corrispondenza tra titolo e genere porta a una visione molto differente del mondo della ristorazione moderna; l’appellativo di chef pone immediatamente chi ne è destinatario ad un livello superiore rispetto al tradizionale e normale ruolo di cuoco. Lo chef è tradizionalmente associato a un vero e proprio status, il vocabolo stesso è indicativo del rango e del prestigio acquisiti da chi, per merito o per marketing, può fregiarsene in pubblico a livello nazionale e internazionale.

In Italia, dove la tradizione culinaria è sempre stata oggetto di vanto nazionale, la realtà dei grandi e blasonati ristoranti sembra essere piuttosto differente rispetto all’estero, dove esistono donne chef alla guida di ristoranti prestigiosi che si collocano benissimo entro la cultura in cui lavorano. Le donne italiane, per tradizione e cultura, sono sempre state relegate a una tipologia di cucina casalinga, attorniate da una visione di sé associata alla classica idea del rassicurante focolare domestico. (…).

Ratatouille

Un’immagine dal film d’animazione Ratatouille

Dalla ricerca sul web sono emersi numerosi articoli che portano conferma all’ipotesi di una sorta di substrato culturale legato ai tradizionalismi e ai ruoli; ci sono numerosi spunti e articoli da analizzare per rendere evidente lo status attuale della considerazione di cui godono le donne all’interno dell’ambiente della ristorazione di alto livello. La lettura di alcuni di questi pezzi, in merito alla questione del ruolo della donna in cucina, è stata particolarmente interessante dal momento che gli autori (blogger, editorialisti, critici) hanno scatenato una serie di commenti tra i vari utenti dei siti e dei blog specializzati, dando così vita a vivaci scambi di visioni che riflettono, più o meno fedelmente, la visione classica della donna “angelo del focolare domestico”, relegata a preparare pasti quasi per obbligo familiare o, nel migliore dei casi, per invitati non abbastanza consapevoli e critici quanto gli avventori dei ristoranti stellati guidati dai grandi nomi maschili della cucina italiana (Carlo Cracco, Davide Oldani, Gualtiero Marchesi, solo per citarne alcuni tra i più conosciuti). In tale maniera si assiste quasi ad una netta crasi sia tra ruoli di genere che tra pubblici di consumatori: l’uomo è chef perché deve essere capo, come la parola stessa suggerisce. L’uomo è chef perché lo status associato a questo titolo rimanda a un rango superiore rispetto a chi cucina seguendo ricette già date ma non crea, rispetto a chi sa preparare ottime pietanze ma non sa stupire i commensali con accostamenti azzardati e forti. La parola stessa, chef, rimanda a una gerarchia quasi militare: lo chef di rango come il capo di brigata, l’aiuto cuoco come il soldato semplice, il tutto accomunato dal desiderio di fare carriera negli anni, dopo una lunga gavetta ed estenuanti ore di esperienza sul campo agli ordini del diretto superiore. In merito alla questione del pubblico con cui chef e cuoche interagiscono c’è un’importante considerazione da fare, relativa alla fascia di consumo consapevole entro la quale si collocano i frequentatori di blog e siti specializzati in enogastronomia. Sembra infatti che lo chef abbia diritto quasi in maniera scontata a un pubblico più consapevole e specializzato, al contrario della cuoca che raccoglie consensi tra le fila meno esperte dei consumatori o, nel caso in cui i consumatori siano abili critici gastronomici, solo in merito al rispetto della tradizione gastronomica popolare che traspare dalle sue ricette. Il piatto della tradizione è ciò che rende meno nobile uno chef, è quasi un motivo di declassamento a meno che non venga reinterpretato (termine ormai abusato ed inflazionato all’interno di qualsiasi recensione) in maniera da sembrare elaborato da una mente e una creatività senza pari, studiato da un vincente per salire sull’ambito gradino più alto del podio: tutto diventa sfida ed è proprio in questo frangente che il capo, lo chef, diviene quella figura di guerriero che combatte per il proprio onore.

Davide Oldani

Davide Oldani

In questo accostamento, da alcuni certamente ritenuto azzardato, potrebbe essere paradossalmente racchiusa la spiegazione della visione nostrana della donna in cucina; l’uomo è da sempre e storicamente stato considerato combattente per la propria famiglia, per la propria carriera e per il proprio onore, mentre alla donna è sempre spettato il compito di mantenere saldi i legami familiari e le tradizioni senza la necessità di combattere all’esterno. L’uomo ha la forza per combattere e raggiungere i propri fini senza colpo escludere, la donna è debole e va protetta, non può essere messa nella gabbia dei leoni perché non avrebbe difese. Tale visione rispecchia numerosi commenti di autorevoli chef e di alcuni tra gli utenti dei siti enogastronomici più famosi (uno tra i tanti è www.dissapore.it) in risposta alla domanda: «Cosa tiene lontane le donne dalle cucine dei grandi ristoranti?». Il dibattito si è fatto particolarmente acceso quando uno chef di prim’ordine, Davide Oldani, si è espresso in merito alla questione affermando: “Non ci sono donne in cucina perché non ce la fanno, è un mestiere troppo duro per loro”.

* Elena Novati sta per conseguire la laurea magistrale in
Psicologia dei processi sociali, decisionali e dei
comportamenti economici all’Università Bicocca di Milano.
Questa è una parte dell’introduzione del lavoro che mi ha
presentato per completare l’esame di Psicologia delle
influenze sociali, riuscendo a catturare totalmente la mia
attenzione. E a farmi fare anche qualche risata. Di Elena
Novati potete leggere qui una sua osservazione ironica sul Fuorisalone
milanese. (Paola Ciccioli)

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5 thoughts on “La donna è cuoca, l’uomo (invece) è chef

  1. ahahahh fantastico Paola, ma sai che questa osservazione la faceva la mia insegnante di Lettere al Ginnasio, dico 1973/’74 -1974/’75. E lei, Anna Maria B.S., all’epoca ci aveva già un’età rispettabile.

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    • Anna Maria B.S era probabilmente molto più avanti di tante donne che si professano “emancipate” e di tanti uomini che si pubblicizzano come “per la parità dei sessi” ai giorni nostri, mi sa…

      Mi piace

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