“Kader e Fatimà costretti ad andarsene dalla diffidenza”

di Mariagrazia Sinibaldi

“La Ciociara” di Vittorio De Sica. Questa immagine simbolizza gli stereotipi sui nordafricani con cui i domestici marocchini di Mariagrazia dovettero fare i conti.

Gentile signora Adele,

la ringrazio delle domande che mi fa a proposito di quanto ho raccontato sui nostri “schiavi d’amore”, perché oltretutto mi danno l’opportunità di spiegare anche a chi possa avere le sue stesse perplessità.

Kader e Fatimà andarono in Francia perché questo era (ed è tuttora) un Paese con una solida esperienza di colonie e di immigrazione, nel quale la parola Marocco non evocava alcun ricordo negativo come in Italia, dove questo civilissimo Paese veniva ricordato per gli stupri effettuati dalle truppe franco/marocchine nel 1944: e solo per questo. In Francia, e sopratutto a Parigi, c’era una colonia marocchina molto unita, c’erano negozi che vendevano cibo e profumi e aromi arabi e macellerie in cui la carne venduta era sicuramente macellata secondo le direttive del Corano. E nessuno li avrebbe guardati con diffidenza come purtroppo (e sinceramente me ne vergogno non poco) era accaduto a Osimo, piccola cittadina provinciale delle Marche. In poche parole, in Francia, senza rinunciare al bagaglio insostituibile della loro cultura e delle abitudini, avrebbero potuto trovare un loro futuro.
… e così, con la patente di guida che gli avevamo fatto prendere noi, Kader trovò lavoro alla Renault, e Fatimà, con la conoscenza delle abitudini di vita di una famiglia italiana, poté fare egregiamente la “bonne” a un bimbo italiano. E inoltre, facendo tesoro e sfruttando ciò che noi avevamo loro insegnato, nelle loro ore libere integrarono i loro stipendi con servizi di camerieri in case private.
Siamo giusti: cosa potevamo offrire loro se non una vita di “servitori”?

Nel momento in cui furono costretti a chiedersi: «cosa faccio della mia vita?» seppero fare la loro scelta, presa con maturità e coscienza, pur mantenendo nei nostri riguardi l’affetto filiale di sempre.

Noi ancora oggi siamo molto orgogliosi del piccolo miracolo compiuto con la combinazione dell’affetto reciproco e della loro “coscienza di sé” acquisita al nostro fianco.

Sì, è vero, il nostro è stato un rapporto speciale, ma loro avevano imparato a camminare con le loro gambe e andarono per la propria strada… senza alcun rimpianto né da una parte né dall’altra.

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