Vuoi vedere che il Sud batte tutti in fatto di “cultura antisessista”?

di Daniela Natale

Daniela Natale con Ico Gasparri

Daniela Natale con Ico Gasparri

Incontro Ico in un pomeriggio quasi primaverile di gennaio. Temperatura mite, strade piene di gente e vetrine illuminate: Ico Gasparri è a Lecce per esporre “Chi è il maestro del lupo cattivo?” negli spazi del MuSt, una mostra (ma anche un libro) che raccoglie oltre 300 fotografie di cartelloni pubblicitari in cui il corpo femminile è deumanizzato e oggettivato.

Già nel 2011 la mostra era approdata da queste parti, evidenziando un serie di criticità riguardanti la comunicazione che fino ad allora nessuno aveva fatto notare. Chiedo a Ico se, a distanza di due anni, la semina ha portato qualche frutto e se la qualità dei cartelloni pubblicitari di Lecce e provincia è migliorata. La risposta è negativa, molto negativa. Non solo perché la pubblicità sessista è ancora lì, più diffusa che mai, ma perché al degrado creativo di alcuni addetti ai lavori si è aggiunta l’assoluta cecità delle istituzioni. Come non condividere appieno questa considerazione? Sono sempre di più, infatti, i comuni salentini che sottoscrivono provvedimenti e norme per la “corretta” comunicazione pubblicitaria, puntualmente trasgrediti. 

Ico Gasparri

Ico Gasparri

Le amministrazioni comunali si lavano bene la coscienza, salvo poi approvare la diffusione di manifesti lesivi per le donne. Un problema grosso e lampante riguarda la stessa percezione del termine “lesivo”: quando un’immagine è lesiva per la donna? Quando la rappresenta come oggetto, quando ne annienta la personalità, quando la considera esclusivamente per la sua esteriorità. Ma come siamo messi a stereotipi? Non è forse ugualmente lesiva per la donna un’immagine che la ritrae perfettamente coperta, ma alle prese con i fornelli mentre il resto della famiglia è seduta a tavola? Non è offensivo per la donna comparire nelle pubblicità dei detersivi e quasi mai in quelle di pc, stampanti e smartphone? La faccenda è complicata.

Ico, infatti, mi racconta delle difficoltà oggettive che si hanno nell’elaborare una norma unitaria, che disciplini la comunicazione in tutte le sue forme e per tutti i suoi canali di diffusione. Praticamente un’impresa impossibile, come impossibile sarebbe strutturare l’elenco delle trasgressioni e le rispettive pene da pagare, e individuare di volta in volta i colpevoli tra aziende, agenzie creative, comuni che autorizzano le affissioni, enti che espongono e diffondono le immagini, siti web e quant’altro.

Un manifesto pubblicitario fotografato da Ico a Lecce e inserito nella mostra al MuSt

Un manifesto pubblicitario fotografato da Ico Gasparri  a Lecce e inserito nella mostra al MuSt

Quali sono, dunque, le prospettive future di Ico Gasparri rispetto alla sua mostra? Di certo è impensabile che il lavoro di oltre vent’anni di ricerca, analisi e archiviazione possa andare perduto. Anzi: è fondamentale tenere sempre aggiornato l’elenco della “cattiva pubblicità”, non solo quella presente nelle grandi città ma anche, e soprattutto, quella che appare nei piccoli comuni. In parallelo, come dice lui, è arrivato il momento di un impegno concreto da parte di chi la comunicazione la fa. Non è necessaria la norma, ci si dovrebbe autodisciplinare, e questo sarebbe sinonimo di
un’acquisita cultura antisessista.

«Sento che qui nel Sud il terreno è fertile per andare avanti e sviluppare strumenti che permettano al lavoro di ricerca e archiviazione di evolvere. In molte piccole città pugliesi si respira voglia di fare, creatività, interesse verso un tema ancora attuale, anche dopo vent’anni dal primo scatto fotografico».

Arrivederci alla prossima, Ico. Con la promessa di accoglierti con qualcosa di diverso dalla donna vassoio.

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