Il “male” DRIVE IN e l’autoassoluzione dei suoi inventori (tutti maschi)

di Daniela Natale

drive_inLa prima messa in onda me l’ero persa. La seconda, meno di un mese dopo, proprio non me la potevo far scappare. “Drive In – L’origine del male” è il documentario di Luca Martera che Canale 5 ha trasmesso alla fine del 2013, al termine di un anno ricco di festeggiamenti per i trent’anni del programma. Striscia la Notizia ci ha tediati per settimane con dvd, ospitate e sketch patetici con le vecchie glorie dello show. Festeggiamenti, poi: di cosa parliamo? Del compleanno di uno show che non va più in onda dal 1988! Non si festeggia il compleanno di qualcosa o qualcuno che, in effetti, è vivente e ogni anno ha un anno in più?

A commentare i bei tempi andati, esaltando lo straordinario fenomeno socio – culturale che fu il Drive In, esperti e addetti ai lavori non si risparmiano e dicono la loro alla telecamera: tra gli altri ci sono Ciriaco De Mita, Walter Veltroni e Carlo Freccero. L’analisi di Drive In parte da lontano ma arriva, ovviamente, al nocciolo della questione, ovvero l’oggettivazione del corpo femminile. I pareri sono nella sostanza unanimi: Drive In non ha portato in tv la donna oggetto, perché di fatto già c’era, per colpa della Rai, di Rete 4 (quando ancora non era stata acquisita dalla Fininvest di Silvio Berlusconi) e delle tv locali. Antonio Ricci, ideatore del programma, sottolinea di aver solo interpretato la realtà dell’epoca portando in scena la Milano da bere, dando “volti” alle fantasie degli italiani, e non creandole come erroneamente viene da più parti affermato. Donne stupide e svestite? Si, è vero. Lo ammette pure Ricci. Ma era una forma di satira, di parodia dell’idea di donna che la tv del tempo dava ai telespettatori. Le donne in Drive In sono comiche, brillanti ed esercitano potere sugli uomini, schiavizzandoli e prendendoli a ceffoni durante gli sketch.
Un documentario che mira a scardinare la convinzione, ormai diffusa, che il Drive In sia stato l’ origine del male del berlusconismo e della televisione italiana. Ma una trattazione fatta dai soli uomini che in qualche modo ne erano protagonisti, può ritenersi attendibile? In effetti ci sono anche le donne a commentare. Un paio credo. Una è Tinì Cansino, ex ragazza fast food (oggi opinionista da Maria De Filippi).
La parte conclusiva del documentario è dedicata alle leggende metropolitane che ruotano attorno al Drive In. Silvio Berlusconi, accusato di aver “autorizzato” la realizzazione di un programma contro le donne,  viene “scagionato” e difeso, citando ancora una volta gli altri programmi che già prima di Drive In riducevano le donne a oggetti di piacere.

Eppure c’è qualcosa che non mi convince. Io Drive In, quello vero, degli anni ’80, non lo ricordo. Ma questo documentario mi puzza di paraculata. A parte alcune osservazioni critiche, vedi Pippo Baudo, i protagonisti del documentario mi sono sembrati eccessivamente coinvolti nella faccenda, tanto da nuocere alla riuscita del documentario stesso. E poi non condivido la scelta di giustificare la presenza delle donne liquidando la questione con un “ma erano gli anni ‘80”: perché non coinvolgere direttamente il pubblico femminile nel documentario? Perché non chiedere alle dirette interessate se si sono sentite offese da quella rappresentazione? Una satira dell’immagine della donna proposta dalla tv, dice Ricci. Mah.
La mia personale conclusione è che Drive In non sarà stato l’origine del male, ma di certo un contributo alla malattia della televisione italiana (e non solo a quella) l’ha dato.

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