Scarpe rosse, vestiti neri: ma dove sono le più giovani?

di Angela Giannitrapani

Il funerale di Lea Garofalo a Milano

Novembre è il mese disseminato di iniziative contro la violenza sulle donne. Negli ultimi anni si sono moltiplicate, arrivando ad alcuni rami delle istituzioni. È un appuntamento che, diverso dalle giornate della memoria, non fa in tempo ad aggiornarsi sulle cifre di violenze e femminicidio. E già, è stato coniato un nuovo vocabolo: la lingua ha dovuto, drammaticamente, accogliere anche “femminicidio”; d’altra parte simmetrico a omicidio. Ma non voglio entrare nella questione in sé, alla quale ciascuna e ciascuno di noi è più o meno sensibile. Tutti lo siamo, in vario modo.

Vorrei, invece, lanciare un appello. Cerco qualcuno. Vi dirò, presto, chi.

Negli anni passati, anch’io ho frequentato questo o quell’incontro, questo o quel convegno, qualche iniziativa di piazza. Quest’anno mi districo a scegliere dove e a cosa partecipare; ma mi fermo e mi siedo a ricordare. Inevitabilmente, associo a questo mese della denuncia un’altra iniziativa: quella del raduno in piazza Beccaria a Milano per i funerali di Lea Garofalo, testimone di giustizia, strangolata e poi bruciata dal marito, noto esponente della ’ndrangheta. Faccio il primo errore, di data: è stato il 19 di ottobre, eppure per me scivola in questo novembre. Chissà perché. Faccio anche il secondo errore: non è violenza privata. O, anche? Poi, ricordo lo spettacolo Ferite a morte di Serena Dandini, al teatro Carcano. Questo sì, a novembre. E poi ancora altro e altro. Naturalmente di ognuno mi torna una scena, lenta, o un lampo. Ma qui dico solo di due. Del funerale di Lea mi torna avanti agli occhi la bara di legno scuro sulle spalle di quattro uomini: il Primo Cittadino di Milano; un professore di sociologia, il cui padre è stato ucciso dalla mafia, e lui stesso penna e persona a questa tenacemente avversa; il figlio di un commissario di polizia ucciso dal terrorismo, e direttore di giornale; e il quarto, un prete che non ha peli sulla lingua e energie, infinite sembrano, spese contro disagio, ingiustizie e istituzioni sonnacchiose. E mi torna il silenzio della piccola folla di piazza Beccaria, composto, rispettoso, pesante.

Subito dopo, ecco le scene di “Ferite a morte”; anche di questo ci sarebbe da dire, ma vi passo solo un dettaglio: le tante scarpe rosse sotto i vestiti neri. Poi ricordo gli altri incontri, nelle associazioni, nelle istituzioni e su tutti campeggia una folla con la stessa fisionomia: capelli dandini-d-8-1brizzolati, misti a quelli sicuramente tinti, donne corpose e mingherline, molti occhiali da vista, perfino qualche bastone; pochi uomini, anch’essi dalle chiome sale e pepe. Ogni volta, con uno sguardo rotondo mi sorprendo a computare le età, traendo approssimativamente quella media. Drammaticamente alta. Mi dico: dove sono le giovani? E le quarantenni? Saranno a scuola, all’università, saranno a guadagnarsi il pane o ad accudire i figli.

Oppure… a farsi ferire a morte?

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