Maria Cumani, l’eleganza di una donna del ’900

Un abito di Maria Cumani esposto a Firenze

Un abito di Maria Cumani esposto a Firenze

«Da Salvatore Quasimodo ebbi l’impressione di essere capita e accettata quale veramente io ero». Scrive così, Maria Cumani, nel suo diario. Del poeta è stata poi moglie, donando a lui molti dei suoi talenti. In questo blog abbiamo cercato in varie occasioni di far conoscere questa artista, elegante nel porsi e nell’interrogarsi. A Firenze, nella mostra su “Donne protagoniste del ’900” di Palazzo Pitti, tra i 60 abiti che hanno fatto la moda del Ventesimo secolo, ci sono anche i suoi. 
Di seguito un estratto della nota del museo fiorentino, con molti dettagli e curiosità. (Paola Ciccioli)

La donazione alla Galleria del Costume giunge a pochi anni dalla morte, per iniziativa di Alessandro Quasimodo e Mario Cei che hanno voluto onorarne il ricordo offrendo un cospicuo nucleo di capi d’abbigliamento e accessori, ciascuno dei quali ha una storia da raccontare, spesso rappresentativa della stretta connessione tra sfera professionale e vicenda personale-umana della proprietaria: autentico fil rouge questo, che collega e mette strettamente in relazione gli abiti accuratamente selezionati ed ora per la prima volta esposti al pubblico; abiti non necessariamente “importanti” da un punto di vista sartoriale, ma che la Cumani sapeva nobilitare e “significare” grazie al carisma che la contraddistingueva.
Caso emblematico, è rappresentato dall’ensemble in perfetto stile anni Venti costituito da cappa in seta nera moiré e abito coordinato: entrato in possesso della Cumani intorno al 1960, le fu regalato dalla vedova del pittore ucraino Karpo Tchirakhoff, esponente della pittura russa del primo Novecento, a cavallo tra impressionismo accademico, gusto liberty e secessionismo. È la stessa donatrice ad attribuirne la fattura alla celeberrima Maison Worth: da un punto di vista strettamente sartoriale, i capi appaiono di fattura piuttosto approssimativa, ma l’attribuzione all’atelier francese potrebbe avere una sua validità, specie se si considera che l’accurata analisi degli stessi ha rilevato come risultino entrambi ricavati, con probabilità, da indumenti precedenti; nello specifico, la cappa potrebbe essere il risultato della rielaborazione di una gonna o tablier di abito femminile ottocentesco, presumibilmente riconducibile agli anni Sessanta del XIX secolo.
Altro capo vestimentario di derivazione storica, è quello in chiffon di seta nera con elaborato ricamo Art Déco che si ritiene appartenuto a Sarah Bernhardt; anche in questo caso si tratta di un dono, fatto alla Cumani (nel 1972) dal proprietario di un allora noto negozio di antiquariato lionese, Le Cousin Pons (dal celebre romanzo di Balzac) e sembrerebbe provenire da un lotto d’asta comprendente abiti e memorabilia appartenuti all’attrice francese. Sicuramente amato dalla Cumani – glielo si vede indossare spesso, per la posa di singoli scatti e servizi fotografici – verrà in seguito riutilizzato come costume di scena per le riprese del lungometraggio Mater admirabilis, girato da Lucia Vasilicò nel 1982, interpretato dalla stessa Cumani.
Strettamente connessi alla sua esperienza “lavorativa” risultano anche altri due capi in mostra: trattasi di abiti di scena, rappresentativi di altrettanti momenti importanti della sua carriera. Il primo, un abito in crêpe sui toni del grigio e del fucsia, di ispirazione classica, è riconducibile ai suoi esordi nel mondo dello spettacolo, e più precisamente, al periodo delle performance di danza contemporanea da lei stessa coreografate (tra gli anni Quaranta e Sessanta), per le quali si faceva accompagnare solitamente al pianoforte, su musiche di Debussy, Bartòk, Malipiero. Un repertorio estremamente eterogeneo, che spaziava dalla Salomé di Richard Strauss (1905) alle innovative composizioni di Satie. Nel caso specifico, il costume sembrerebbe essere stato indossato per la coreografia del Preludio n. 15 di Chopin, scritto tra il 1831 e il 1838 e noto con il titolo de La goccia d’acqua (riferimento all’effetto onomatopeico dato dal continuo risuonare della stessa nota, assimilabile a una goccia che cade). Il secondo costume di scena, una tunica confezionata interamente in “cencio di nonna”, risale al tour teatrale organizzato nel 1987-1988 per il 50° anniversario della morte di Gabriele D’Annunzio: trattasi di una creazione del costumista Sebastiano Romano, per la messa in scena de La città morta di Gabriele D’Annunzio (con la regia di Alessandro Quasimodo).
Conclude la sezione un capo agli antipodi, indicativo dello stile eclettico di Maria Cumani, capace di coniugare firme prestigiose e indumenti di provenienza artigianale-etnica, da portare con la medesima disinvoltura: trattasi di un caftano a righe dai vivaci colori, in cotone stampato, di probabile provenienza nord-africana; capo pratico e non convenzionale. (Elisa Masiero)

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